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L’Aquila…memoria e oblio: paradigma dell’ecosistema comunicativo tra nuova rischiosità del rischio e (vecchia) questione culturale

In uno scenario mediatico che, in questi anni, ha rasentato il silenzio assordante per tante ragioni, favorendo l’oblio dell’impegno e delle responsabilità, e che avrebbe dovuto, non solo oggi, dare ben altro spazio e visibilità ad uno dei (tanti) disastri non solo “naturali” (penso ai casi dell’Emilia Romagna e della Sardegna, soltanto per fare due esempi), non potevo non sottolineare – oltre al contributo, nelle pagine interne, di Walter Siti, Cinque anni dopo. Ritorno a L’Aquila, su la Repubblica – la bella eccezione rappresentata dal commento di Mariano Maugeri, in prima pagina su Il Sole 24 Ore, intitolato Trema Crotone nel giorno dell’Aquila. E non poteva esserci incipit più adeguato: “La terra trema ma le coscienze dormono. L’Aquila, cinque anni dopo quei 309 morti, è una città irriconoscibile. A riacutizzare il dolore mai svanito ci pensano gli anniversari e le scosse che si susseguono più a sud…”. Un articolo dove si parla correttamente di macerie materiali, macerie morali (quasi sempre sottovalutate o non considerate) e, perfino, di macerie lessicali (proprio nel 2009, avevo intitolato la mia ricerca sul terremoto abruzzese La società dell’irresponsabilità) e dove l’Autore denuncia come a cinque anni da quel devastante terremoto non esista ancora un vero piano di prevenzione: è la società dell’irresponsabilità che continua a creare le condizioni strutturali per eventi disastrosi e catastrofici, puntualmente attribuiti alle sole “forze della natura”. Una società dell’irresponsabilità fondata, a livello organizzativo, su una cultura dell’emergenza per certi versi impregnata di fatalismo che, peraltro, anche a livello di comunità scientifiche non prende ancora atto della dimensione irrimediabilmente complessa e sistemica della realtà. Ebbene, oggi, proprio oggi, non potevo non dedicare questo post a L’Aquila: una  città meravigliosa a cui sono molto legato, e non soltanto per averci insegnato e lavorato per quasi dieci anni, nel pre e post “6 aprile 2009”. Sono trascorsi cinque lunghi anni da quel giorno che rimarrà nella memoria di tante persone (terremotati nell’animo per sempre): una data, il cui ricordo però – non posso non registrarlo con amarezza – oltre alle tante promesse mancate della politica, è andato via via scemando così come i meccanismi sociali della solidarietà e della cooperazione, che puntualmente si attivano con grande intensità in occasione di eventi disastrosi e catastrofici. Lasciando per un momento da parte l’emotività e i sentimenti, proviamo ora a proporre una serie di (s)punti di riflessione (evidentemente da sviluppare) che, lungo un percorso ideale, partono da quel drammatico evento per estendersi ad un’analisi più complessiva dei sistemi sociali, della loro resilienza, del mutamento contemporaneo. Procediamo per punti-chiave che riprenderemo più avanti anche in altri contributi.

Contesto: la società della conoscenza, da un lato, è in grado di definire le condizioni per affrontare meglio il rischioso, l’incerto, il complesso, dandoci perfino l’illusione del controllo totale sull’ambiente: dall’altro, non ha ancora realizzato pienamente quei meccanismi sociali di (auto)protezione dall’imprevedibilità dei comportamenti individuali e/o collettivi, spesso dettati da una razionalità soltanto apparente. In altri termini, siamo di fronte ad una società del rischio che, pur conservando alcune caratteristiche originarie, è notevolmente cambiata da quella descritta e analizzata da Ulrich Beck diversi anni fa (1986). L’Aquila, cinque anni dopo, continua a costituire a tutti gli effetti una sorta di paradigma di questa nuova rischiosità del rischio e di questa nuova complessità sociale che costringe osservatori e comunità scientifica a ripensare il modello interpretativo e i relativi approcci teorici. In questa linea di discorso, la società irresponsabile è una società costituita da individui guidati spesso da interessi egoistici/utilitaristici e da una razionalità irrazionale, che vedono nelle regole (formali e informali) e, soprattutto, nel senso civico degli ostacoli alla propria autoaffermazione ed al raggiungimento di determinati obiettivi. La tecnica, l’innovazione e il progresso tecnologico sono “strumenti” fondamentali per il controllo delle forze imprevedibili della natura e, più in generale, per la gestione dell’instabilità dei sistemi sociali; ma non riescono ancora a risultare efficaci nella gestione di quella imprevedibilità realmente imprevedibile (scusate il gioco di parole) e difficilmente controllabile: l’imprevedibilità dei comportamenti umani, sociali, individuali e collettivi; l’imprevedibilità che nessun sistema giuridico e nessuna legge o sanzione codificata è in grado di controllare. In altre parole, la prevenzione, la sicurezza, la gestione del rischio, perfino l’efficienza e l’efficacia dei sistemi sociali e organizzativi, sono variabili complesse sempre più legate all’innovazione tecnologica, che chiamano in causa il problema di un’azione sociale responsabile. Si tratta, in fondo, di un ritardo culturale che richiede una riforma del pensiero ed un ripensamento delle logiche che governano lo spazio del sapere: il confronto è con processi di costruzione, percezione, accettabilità e amplificazione sociale del rischio. Dinamiche sempre più di difficile lettura, essendo profondamente cambiato l’ecosistema della comunicazione (2003 e 2005).

 

Vulnerabilità dei sistemi, nuova complessità ed ecosistema dell’informazione: un elemento, su cui non abbiamo ancora maturato una consapevolezza adeguata, consiste nel fatto che la vulnerabilità dei sistemi è anche, e soprattutto, una vulnerabilità sociale, strettamente correlata al contesto storico-sociale di riferimento, ai modelli culturali e alle condizioni sociali di esposizione al rischio: fondamentale, pertanto, il ruolo dei mezzi di comunicazione e, nello specifico, il sistema dell’informazione, la Rete e (oggi più che mai) i social networks sempre più in grado di esercitare un condizionamento ed una capacità di persuasione senza precedenti su percezioni, atteggiamenti, comportamenti, credenze, immagini della realtà; a maggior ragione, in condizioni di incertezza e vulnerabilità. In altri termini, quella che abbiamo definito nuova complessità sociale si caratterizza – rispetto ai sistemi che l’hanno preceduta – per l’assoluta centralità dell’ecosistema dell’informazione e, in generale, delle nuove forme della comunicazione/interazione mediata. Conseguentemente la vulnerabilità dei sistemi (e delle organizzazioni complesse) è costituita da molteplici livelli di interazione critica e, soprattutto, non è più legata soltanto all’esposizione (exposure) dei sistemi stessi ai disastri, ma anche alla sensibilità/flessibilità (sensitivity) ed alla resilienza (resilience), intesa come capacità di resistenza e risposta, che questi mostrano nell’affrontare i rischi e gli eventi disastrosi. Le diverse forme di vulnerabilità (umana, sociale, biofisica, ambientale etc.) sono tutte collegate secondo una logica sistemica (superare la tradizionale dicotomia natura/cultura), ragion per cui i processi decisionali e le politiche richiederebbero con urgenza lo sviluppo di un dialogo sempre più intenso e aperto tra la scienza (i saperi scientifici) e i decision makers.

Comunicazione e sfera pubblica: la comunicazione (come processo sociale di condivisione della conoscenza) definisce l’agenda cognitiva degli attori sociali, sempre più strutturata da processi comunicativi mediati che si rivelano egemoni rispetto alle esperienze dirette della realtà, senza filtri o mediazioni. E, da questo punto di vista non ci stancheremo mai di richiamare l’attenzione sul ruolo essenziale del sistema dei media, dell’industria culturale e dei social networks, sempre più decisivi anche nelle situazioni di emergenza (un altro “dato” che emerse nella ricerca). In tal senso, non è inutile sottolineare come i circuiti tradizionali dell’informazione, legati a vecchie logiche di controllo e sorveglianza, siano sul punto di essere ridisegnati alla luce di una nuova sfera pubblica, certamente ancora in fase evolutiva (da risolvere questione delle competenze e delle asimmetrie), destinata tuttavia a ridefinire assetti e gerarchie. La copertura di una tematica si rivela fondamentale anche e soltanto per stabilirne l’esistenza nell’arena pubblica e per la sfera pubblica; ma anche per sottolineare, ancora una volta, come tale copertura contribuisca a definire quel clima sociale con cui la Politica non può non fare i conti, cavalcando essa stessa l’emotività e i sentimenti di paura e insicurezza oppure rimanendone condizionata nelle scelte e nelle strategie adottate.Nell’analisi e gestione dei rischi e delle emergenze, dimensione biofisica, dimensione biologica e dimensione socioculturale non possono più essere pensate, definite, analizzate e valutate separatamente.

 

In conclusione, mi permetterete di inserire la dedica di allora, perché il pensiero corre di nuovo a quel giorno e a quelle persone:

Questo volume è dedicato alle vittime del terremoto del 6 aprile con lo sguardo rivolto a quelle di tutte le catastrofi (naturali e non) e con l’auspicio che la loro memoria resti ben salda nelle persone, nelle istituzioni e, soprattutto, nella politica, che è chiamata a decidere con competenza, senso di responsabilità e nell’interesse del Bene comune. Affinché possa realizzarsi anche la ricostruzione del paesaggio sociale e culturale di chi è stato duramente colpito da questi eventi disastrosi. Affinché la cd. società della conoscenza non si configuri come società dell’ignoranza e della mancanza di competenze. Affinché, nei sistemi sociali, l’imprevedibile e l’incerto non scaturiscano da azioni irresponsabili e da condotte irrazionali (o, per meglio dire, solo apparentemente razionali). Il mutamento che stiamo vivendo su scala globale richiede, d’altra parte, un’attenta valutazione delle conseguenze delle proprie azioni da parte di istituzioni e organizzazioni complesse, ma anche da parte di ogni singola persona. Una responsabilità fondata su criteri di razionalità che deve oltrepassare la sfera delle norme e delle sanzioni definita dal diritto (nazionale e internazionale). Ognuno è chiamato, nel rispetto dei propri ruoli, a fare la propria parte.

Un pensiero particolare poi è rivolto ai giovani studenti universitari che hanno perso la vita quel giorno: la loro morte non può avere alcun senso né tanto meno alcuna giustificazione. Può, tuttavia, farsi “segno” della speranza che quanto accaduto aiuti a prendere finalmente consapevolezza che è proprio dai giovani e dall’Università che può ripartire il sistema-Paese. La loro formazione critica, seria, rigorosa, consapevole delle implicazioni, può davvero costituire l’unico vero antidoto a quella che abbiamo definito la società dell’irresponsabilità.