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Armi, acciaio e malattie…Complessità, evoluzione e ambivalenza delle civiltà

Premessa. Anche se alcun* già lo conosceranno, ho deciso di parlarvi di uno di quei libri – quest’anno Einaudi (2014), opportunamente, ha deciso di ristamparlo – che aprono la mente, facendo riflettere sulle tante variabili coinvolte nell’analisi dei fenomeni e – aggiungo – sull’urgenza di superare la sterile dicotomia natura/cultura, abbracciando una prospettiva sistemica (su cui insisto e mi scuso se sono ripetitivo…ma questione troppo importante-> occorre ridefinire lo spazio del sapere e, soprattutto, lavorare sul “metodo” già dalla scuola…lì si formano le menti, oltre che i cittadini); uno di quei libri che mostrano come l’approccio alla complessità (anche se Diamond stesso parla di “determinismo geografico”, non dando tuttavia al termine una valenza negativa), fino a qualche tempo fa considerato, nonostante i nomi illustri che ne hanno posto le basi, una sorta di moda/trend per utopisti, visionari e guru “tuttologi” costituisca, non soltanto un presupposto necessario considerata l’ipercomplessità con cui ci confrontiamo, ma anche, e soprattutto, un “percorso” di studio e ricerca scientificamente fondato, con solide basi, portato avanti da scienziati e studiosi estremamente autorevoli (n.d.r. nel nostro Paese, in ambito accademico, l’approccio alla complessità viene spesso visto quasi con sospetto e osteggiato…purtroppo le logiche sono altre: conservazione e protezione dei propri “territori”…non condivisione dei saperi e delle competenze). Per chi volesse ulteriormente approfondire, Jared Diamond è autore di diverse opere importanti, tra le quali segnalo: Collapse. How Societies Choose to Fail or Succeed (2005) e The World until Yesterday.What Can We Learn from Traditional Societies? (2012) – entrambe tradotte e pubblicate da Einaudi.

Membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze americana, Jared Diamond ha vinto con questo libro, estremamente ricco di spunti interessanti, il Premio Pulitzer 1998 per opere di saggistica. L’opera di Diamond – studioso di fisiologia umana e di biologia evolutiva, insegna Geografia all’Università della California – ruota tutta intorno al tentativo di trovare delle risposte plausibili ad un unico grande interrogativo che egli chiama “la domanda di Yali”. Un interrogativo che, da sempre, anima la curiosità intellettuale e la riflessione di filosofi, sociologi, storici, antropologi e scienziati di tutte le discipline: “perché l’umanità ha conosciuto tassi di sviluppo così diversi nei vari continenti ?”(p.5). A tal proposito, il fisiologo americano racconta l’aneddoto legato alla complessa domanda che gli ha poi ispirato questo scritto: nel luglio del 1972 si trovava in Nuova Guinea per studiare alcune specie particolari di uccelli, quando gli capitò di incontrare per caso un noto politico locale di nome Yali che, durante un colloquio gli fece proprio quella domanda, a cui Diamond, pur essendo apparentemente semplice, non seppe rispondere. Al centro della sua analisi è la ricerca di quelle variabili decisive che hanno reso possibile lo sviluppo della civiltà e, quindi, l’evoluzione dell’uomo: in altre parole, l’Autore vuole individuare e studiare a fondo quelle che definisce le grandi tendenze della storia. Ma a dare ancora più spessore a tale opera è la sua motivazione “forte” e fondante: “Le differenze sono sotto gli occhi di tutti; ci viene spiegato che la giustificazione di queste differenze basate sulla razza – che sembra così semplice – è sbagliata, ma non ci viene fornita un’alternativa credibile. Fino a che non ci sarà una teoria convincente, dettagliata e di largo consenso circa il corso più generale della storia, la maggioranza di noi continuerà a pensare che la spiegazione razzistica, dopo tutto, deve essere quella giusta. E questa mi sembra la giustificazione principale per scrivere questo libro”(p13). Compito non agevole, per svolgere il quale, Diamond si serve di strumenti e concetti analitici provenienti dalle più svariate branche della conoscenza umana (dall’archeologia alla geografia, dall’antropologia alla sociologia e alla biologia, dalla storia all’economia); l’esito, non scontato, è un’analisi multidimensionale molto ragionata della storia dell’intera umanità, una riflessione approfondita nella quale egli cerca, con un grande sforzo, di non trascurare nessun elemento. Il quesito iniziale – quali sono le ragioni per cui alcuni popoli si sono evoluti ed altri invece sono rimasti in alcuni casi anche ad uno stadio primitivo – pur basandosi su un pregiudizio “eurocentrico” (e Diamond se ne rende perfettamente conto), è senz’altro affascinante anche perché, alla base di tutto questo discorso, vi è comunque il tentativo di demolire la “maldestra” e, ahimè, diffusa spiegazione (purtroppo propagandata non soltanto dai teorici delle “razze superiori”, ma anche da scienziati affermati che continuano a parlarne pur non avendo alcuna prova scientifica per suffragare ciò che affermano) secondo cui le differenze tra i popoli della Terra  sarebbero esclusivamente di tipo biologico e, quindi, sarebbero legate a fattori e capacità innate negli individui. Questo saggio si pone in un’ottica globale radicalmente diversa, che capovolge la precedente prospettiva enfatizzando le molteplici variabili legate al tipo di ambiente (fattori geografici, climatici, malattie, risorse naturali che condizionano profondamente fin dall’inizio le attività dei primi gruppi), alla tipologia dei rapporti e dei conflitti (guerre, conquiste, colonialismi) che si instaurano al momento dell’interazione tra esseri umani o tra gruppi di esseri umani. Dunque Diamond, in una prospettiva certamente non inedita, parte dalla convinzione, senz’altro condivisibile, che a segnare il destino dei popoli della terra siano state le differenze ambientali e non quelle biologiche. L’autore appare preoccupato ma, allo stesso tempo consapevole che “La mancanza di una spiegazione unificante è un vero e proprio vuoto intellettuale, perché significa che non siamo in grado di comprendere il corso generale della storia. Peggio ancora, è un vuoto di ordine morale”(p.12). Il metodo di Diamond – analizzare e confrontare le diverse società umane per riscontrare tendenze generali – lo spinge a ripercorrere la strada lasciata aperta da diversi studiosi, ma in particolare da un grande storico inglese: Arnold Toynbee. L’Autore afferma (e siamo nel 1997…) che ormai “Il tempo è maturo per una nuova disamina di questi problemi. Alcune discipline in apparenza remotissime dallo studio della storia ci possono venire in aiuto con le loro scoperte: stiamo parlando della genetica, della biologia molecolare e della biogeografia, applicate allo studio delle colture alimentari e della loro storia; delle stesse discipline più l’ecologia e l’etologia, applicate agli animali domestici e ai loro antenati; della biologia molecolare di virus e batteri; dell’epidemiologia e della genetica umana; della linguistica; dell’archeologia e della storia della tecnologia, della scrittura e dell’organizzazione politica”(p.13). Tale approccio è indubbiamente affascinante, tuttavia è lo stesso Diamond che si rende conto della estrema complessità che esso comporta, in quanto implica, per chi lo intende adottare, la conoscenza delle discipline precedentemente elencate e, soprattutto, una grande capacità di sintesi. La struttura dell’opera si articola in quattro parti – intitolate rispettivamente Dall’Eden a Cajamarca, Come l’agricoltura fu scoperta e perché ebbe successo, Dal cibo alle armi, all’acciaio e alle malattie, Il giro del mondo in cinque capitoli (nella nuova ed.è stato aggiunto il capitolo Chi sono i giapponesi?) – nelle quali viene ripercorso, con grande lucidità, il cammino della storia dell’umanità a partire dai primi ominidi (7 milioni di anni fa) per arrivare alle origini di quella che noi europei – che, secondo l’Autore, abbiamo conquistato gli altri continenti grazie appunto alle armi, all’acciaio e alle malattie – definiamo  “civiltà”. Nell’epilogo del saggio Diamond riflette e si interroga su Il futuro della storia come scienza, rivisitando le linee programmatiche, i punti “forti” e quelli “deboli” di questa disciplina e, riproponendo con forza l’approccio multidisciplinare, ci lascia con una nota di ottimismo in quanto, pur riconoscendo che “comprendere i meccanismi della storia è molto più complesso che comprendere quelli dei fenomeni deterministici”, esistono tuttavia “metodi per analizzare i problemi di carattere storico che funzionano bene in molte discipline” cosicché “lo studio storico delle società umane potrà essere affrontato con metodi simili a quelli delle altre scienze. Faremo un grande regalo alla nostra società se capiremo cosa ha plasmato il mondo moderno e cosa potrebbe plasmare il futuro”(p.327).  Anche, e soprattutto, perché i doni della civiltà presentano sempre un carattere di ambivalenza…di più, sono un’arma a doppio taglio.

 

P.S. Condividete i contenuti ma, per cortesia, citate le fonti. Grazie e buona riflessione!