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I rischi di un’ “innovazione esclusiva” e i germi del conformismo #PianoInclinato

#PianoInclinato

Una riflessione, insolitamente breve (in questo caso, potrei inserire i famosi “tempi di lettura”), che mi permette di tornare, ancora una volta, su temi e questioni – a mio avviso – di vitale importanza e a più livelli di discorso, da quello organizzativo e sistemico a quello sociale, relazionale e interpersonale…

Quante Persone – a tutti i livelli – educate/formate/addestrate solo ad eseguire, non vogliono (e non devono?) pensare/riflettere/analizzare troppo, anzi rifiutano l’analisi critica e qualsiasi tentativo di comprensione un po’ più impegnativoUn discorso che riguarda anche la Scuola e, perfino, l’Università (anche se la prima è ancor più decisiva, senza alcun dubbio!): a volte ho l’impressione che, dietro altre “etichette”, si nasconda, e neanche bene, il tentativo maldestro di eliminare qualsiasi difficoltà che possa ostacolare, non l’apprendimento, ma una certa idea/visione dell’apprendimento.

Nessuno spazio per la teoria (ricordo sempre: teoria e ricerca/pratica si alimentano vicendevolmente, da sempre), nessuno spazio per il pensiero critico e quello sistemico; nessuno spazio per l’approfondimento e una valutazione seria e rigorosa che non sia banalmente quantitativa e/o ridotta ad una lettura superficiale di un’enorme, infinita, quantità di dati; nessuno spazio per chi tenta di mostrare che le soluzioni (?) semplici a problemi complessi (cit.) non sono soltanto fuorvianti, ma rischiose, perfino pericolose…Tutti concentrati sul “come si fa”, nessuno spazio per i “perché”, per le domande. Si tratta di questioni su cui siamo tornati più volte in questi anni e che, come noto, riguardano anche, e soprattutto, la ricerca scientifica.

In compenso, molto spesso proprio coloro che dichiarano di essere “contro” tutto ciò (a loro dire “tutta #fuffa”, ma la cd. “fuffa” – che esiste – è ben altro e viene presentata in maniera molto sofisticata) sono le/gli stesse/i che, anche in ambito organizzativo (formazione), oltre che di discorso pubblico, vogliono ascoltare e, addirittura, assistere ad “effetti speciali” e “visioni” a dir poco fantascientifiche…e – si badi bene – bisogna essere convincenti, super convincenti (ci sarebbe da dire molto anche sulle estetiche dominanti del “super esperto del tutto”, del grande “visionario” o dell’ “innovatore rivoluzionario”), al di là della qualità dei contenuti e/o delle strategie proposte. Il tutto con uno netto schiacciamento sulle dimensioni della forma e dell’immagine, tuttora viste come un qualcosa di separato dalla “sostanza” e dall’identità. Si pensi, in tal senso, anche alla retorica e alle relative narrazioni sui “grandi comunicatori”: una questione che non riguarda soltanto la comunicazione politica, bensì tutta la cultura istituzionale e la vita pubblica di questo Paese.

E così, pur continuando a parlare e discutere di innovazione sociale, di pensiero e cultura dell’innovazione, di società e organizzazioni “aperte” e “inclusive” (i termini inglesi fanno sempre più effetto ma, in questo caso, li eviterò), di cittadinanza e inclusione, di trasformazione e rivoluzione digitale, di economia e società della condivisione, di “Persona al centro” etc., nel modo in cui lo si fa, si tende a negare, di fatto, qualsiasi possibilità di definire/costruire/realizzare, socialmente e culturalmente (NOI), un pensiero “altro” ed una “cultura dell’innovazione”, anche dando spazio e riconoscimento a voci “altre” (discorso che riguarda tutto il sistema dell’informazione e dei media, il mondo della produzione intellettuale e culturale, il nuovo ecosistema globale) e che non riguardino, solo e soltanto, un’innovazione tecnologica “per pochi”, fondata sul principio di “esclusività”. Un’innovazione che, almeno per ora, riguarda le élites ed è soltanto di facciata, al di là delle straordinarie scoperte scientifiche, delle nuove tecnologie e del loro impatto su società e sfera pubblica; un’innovazione sostanzialmente legata a quella che chiamai anni fa una “comunicazione del dire (vs. “comunicazione del fare” #CitaregliAutori), alimentata da media, reti e social networks. Lo so bene: ci sono le eccezioni e non dobbiamo generalizzare ma, anche in questo caso, siamo su un piano inclinato e non vedo segnali significativi in controtendenza. Anzi, ogni volta non posso non rilevare come chi ponga tali questioni, portando anche le “prove” del ritardo culturale in cui ci troviamo (non da oggi), dia fastidio, disturbi, non abbia compreso la “natura” del mutamento in atto, renda meno credibili le rappresentazioni e le narrazioni egemoni, anche all’interno delle reti dei cd. saperi esperti; di più, venga considerato, addirittura, “inutile” come tanti saperi/conoscenze/discipline che andrebbero eliminati perché poco “funzionali” al mercato (?) e, peggio ancora, all’idea di “società” che si intende realizzare/costruire. In tal senso, il principio dell’utilità della conoscenza (ne abbiamo discusso molto, anche in altre sedi) è – a mio avviso – un altro dei grandi inganni dell’epoca che attraversiamo…un principio che sta sempre più segnando l’evoluzione (l’involuzione) delle nostre scuole e delle nostre università.

L’aspetto più critico consiste nel fatto che, seguendo tale “direzione”/prospettiva (navigazione a vista à logiche di breve periodo) e con questo tipo di obiettivi, stiamo continuando ad alimentare i germi di un conformismo sempre più dilagante, a tutti i livelli, e – quel che è ancor più preoccupante – diffuso nei luoghi e nelle istituzioni responsabili dell’educazione e della formazione delle Persone e dei Cittadini. Negandoci, concretamente, le opportunità di un ricambio e di un cambiamento culturale che, da sempre, costituiscono le “forze” in grado di assicurare dinamicità ed evoluzione alle organizzazioni ed ai sistemi sociali. Questioni di innovazione, in altre parole “questioni di democrazia”!

 

Segnalo alcuni articoli e contributi:

  • “Per un’innovazione inclusiva**: ricomporre la frattura tra l’umano e il tecnologico”

http://www.techeconomy.it/2016/02/25/uninnovazione-inclusiva-ricomporre-la-frattura-lumano-tecnologico/

  • “Innovare significa destabilizzare”. Perché la (iper) complessità non è un’opzione

http://www.techeconomy.it/2016/04/05/innovare-significa-destabilizzare-perche-la-iper-complessita-non-unopzione/

  • “Il grande equivoco. Ripensare l’educazione (#digitale) per la Società Ipercomplessa”

http://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2016/12/08/il-grande-equivoco-ripensare-leducazione-digitale-per-la-societa-ipercomplessa/

  • “La società asimmetrica* e la centralità della “questione culturale”: le resistenze al cambiamento e le “leve” per innescarlo”

http://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2015/09/23/la-societa-asimmetrica-e-la-centralita-della-questione-culturale-le-resistenze-al-cambiamento-e-le-leve-per-innescarlo/

  • “L’ipercomplessità e una crisi non soltanto economica. Ripensare il sapere e lo spazio relazionale”

http://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2015/07/03/lipercomplessita-e-una-crisi-non-soltanto-economica-ripensare-il-sapere-e-lo-spazio-relazionale/

  • “La condizione del sapere nella società della conoscenza:tra condivisione e riproducibilità “tecnica”(?)”

http://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2015/02/20/la-condizione-del-sapere-nella-societa-della-conoscenzatra-condivisione-e-riproducibilita-tecnica/

#CitaregliAutori

 

N.B. Condividete e riutilizzate pure i contenuti pubblicati ma, cortesemente, citate sempre gli Autori e le Fonti anche quando si usano categorie concettuali e relative definizioni operative. Condividiamo la conoscenza e le informazioni, ma proviamo ad interrompere il circuito non virtuoso e scorretto del “copia e incolla”, alimentato da coloro che sanno soltanto “usare” il lavoro altrui. Le citazioni si fanno, in primo luogo, per correttezza e, in secondo luogo, perché il nostro lavoro (la nostra produzione intellettuale) è sempre il risultato del lavoro di tante “persone” che, come NOI, studiano e fanno ricerca, aiutandoci anche ad essere creativi e originali, orientando le nostre ipotesi di lavoro.

 

I testi che condivido sono il frutto di lavoro (passione!) e ricerche e, come avrete notato, sono sempre ricchi di citazioni. Continuo a registrare, con rammarico e una certa perplessità, come tale modo di procedere, che dovrebbe caratterizzare tutta la produzione intellettuale (non soltanto quella scientifica e/o accademica), sia sempre meno praticata e frequente in molti Autori e studiosi.

 

Dico sempre: il valore della condivisione supera l’amarezza delle tante scorrettezze ricevute in questi anni. Nei contributi che propongo ci sono i concetti, gli studi, gli argomenti di ricerche che conduco da vent’anni: il valore della condivisione diviene anche un rischio, ma occorre essere coerenti con i valori in cui si crede.

 

Buona riflessione!

Immagine: “Golconda” di René Magritte, eseguito nel 1953