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Intersezioni – Ipertesti – Ecosistemi – Ipercomplessità

Traiettorie e discontinuità di un sistema-mondo irreversibilmente policentrico… #interdipendenza #frammentazione #ipercomplessità

Come sempre, senza “tempi di lettura”

Percorsi – non lineari – di riflessione e approfondimento

#Ipertesti

 

La consapevolezza non inizia con la cognizione o con la raccolta di dati o fatti, ma con i dilemmi
Karl Popper

Rispetto alle leggi scientifiche, la realtà si è dimostrata più ricca e stravagante di quanto potessero prevedere coloro che avevano fatto di queste leggi il mezzo determinante della esplorazione del mondo
Ilya Prigogine

Premesse e … ?

Ipercomplessità e Società Ipercomplessa

La “nuova” (iper)complessità (cognitiva, soggettiva, organizzativa, sociale ed etica), che contraddistingue la Società Ipercomplessa (Dominici 2003, 2005, 2011), richiede con urgenza, non soltanto strategie e politiche in prospettiva sistemica e transnazionale, ma anche, e soprattutto, la definizione e configurazione di un modello teorico interpretativo in grado, se non di comprendere, almeno di riconoscere e spiegare le traiettorie, già di per sé confuse e incerte,  e le numerose discontinuità di un processo globale di mutamento che, a sua volta, sta mettendo seriamente in discussione, paradigmi, metodologie, strumenti di analisi, culture (organizzative e non). La civiltà tecnologico-cognitiva inizia, con grave ritardo, a prendere finalmente consapevolezza dell’importanza di un Pensiero e di una Politica che non possono più permettersi il lusso di visioni chiuse e particolaristiche, a maggior ragione in un’epoca così segnata da precarietà, insicurezze e vulnerabilità di ogni tipo; un’epoca così segnata da drammatici conflitti che alimentano, non soltanto nelle classi politiche e dirigenti degli Stati-nazione, le illusioni di trovare soluzioni semplici e immediate a problemi che sono complessi; ma anche, e soprattutto, che nutrono le logiche della chiusura e dell’emergenza continua. Senza, peraltro, considerare le nuove asimmetrie e disuguaglianze che appaiono sempre più evidenti, paradossalmente, proprio nell’era della massima espansione tecnologica e di straordinarie scoperte scientifiche.

Un’era ipertecnologica, sempre più segnata da “spinteentropiche e caotiche che, al di là delle innegabili accelerazioni e avanzamenti in ogni campo della prassi sociale e umana, avrebbe dovuto definire e determinare condizioni ideali anche in termini di controllo e prevedibilità dei comportamenti, dei processi, dei sistemi. Una fase di mutamento radicale e globale che, come ribadito più volte anche in passato, ci costringe a ripensare categorie, codici, linguaggi, strumenti, identità, soggettività, norme e modelli culturali, comunità (aperte), spazi relazionali e comunicativi, ambienti, ecosistemi. Mai, come in questo momento, l’innovazione tecnologica, con tutti i rischi/le opportunità che essa comporta, pone gli attori sociali e le organizzazioni di fronte alla possibilità di operare un ulteriore e irreversibile salto di qualità.

Questo progressivo impossessarsi delle leve della propria evoluzione mette radicalmente in discussione modelli e categorie tradizionali, obbligandoci (?) a rivedere/riformulare addirittura anche la stessa definizione del concetto di Persona. A ripensare l’umano e la sua interazione, per certi versi, ambigua con la tecnica e il tecnologico: un’interazione da cui non può che scaturire una sintesi complessa di cui non siamo ancora in grado di valutare prospettive, sviluppi e implicazioni. Tra “nuove” utopie e distopie. Tra forze dell’interdipendenza e forze della frammentazione. Tra inclusività ed esclusività, dentro asimmetrie che corrono lungo traiettorie discontinue.

Siamo dentro la società interconnessa/iperconnessa che «è una società ipercomplessa, in cui il trattamento e l’elaborazione delle informazioni e della conoscenza sono ormai divenute le risorse principali; una tipo di società in cui alla crescita esponenziale delle opportunità di connessione  e di trasmissione delle informazioni, che costituiscono dei fattori fondamentali di sviluppo economico e sociale, non corrisponde ancora un analogo aumento delle opportunità di comunicazione, da noi intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza che implica pariteticità e reciprocità (inclusione). La tecnologia, i social network e, più in generale, la rivoluzione digitale, pur avendo determinato un cambio di paradigma, creando le condizioni strutturali per l’interdipendenza (e l’efficienza) dei sistemi e delle organizzazioni e intensificando i flussi immateriali tra gli attori sociali, non sono tuttora in grado di garantire che le reti di interazione create generino relazioni, fino in fondo, comunicative, basate cioè su rapporti simmetrici e di reale condivisione. In altre parole, la Rete crea un nuovo ecosistema della comunicazione (1996) ma, pur ridefinendo lo spazio del sapere, non può garantire, in sé e per sé, orizzontalità o relazioni più simmetriche. La differenza, ancora una volta, è nelle persone e negli utilizzi che si fanno della tecnologia, al di là dei tanti interessi in gioco. Per queste stesse ragioni, parleremo di “tecnologie della connessione” e non di “tecnologie della comunicazione”» (Dominici 2014, p.9)

 

Ipercomplessità e Società Ipercomplessa

«[…] possiamo anche fingere di non accorgercene, ma i “vecchi” confini tra formazione scientifica e formazione umanistica (le cd. “due culture”) sono completamente saltati, e non da oggi, in conseguenza delle straordinarie scoperte scientifiche e delle continue accelerazioni indotte dall’innovazione tecnologica che rendono ancor più ineludibile l’urgenza di un’educazione/formazione alla complessità, al metodo scientifico – basato anche su ipotesi (molteplici), congetture, confutazioni, continui tentativi di falsificazione etc.- e al pensiero critico (logica), all’importanza di osservare i fenomeni in una prospettiva sistemica (Bertalanffy von L., 1968; Bateson, 1972; Maturana – Varela, 1980; Bocchi-Ceruti, 1985; Gleick, 1987; Ceruti, 1986, 1995; Gallino L., 1992; Gell-Mann, 1994 e 2017; Prigogine, 1996; Braidotti, 2013; De toni-De zan, 2015, Morin E., 1977, 1980 e sgg.; Capra, 1975; Emery, 2001; Barabasi, 2002; Diamond 1997, 2005; Taleb 2012; Longo 2014; Dominici 1998, 2000, 2003, 2005, 2011, 2014, 2016). Tuttavia, le resistenze ad un cambiamento così radicale di prospettiva (modelli, pratiche e strumenti) sono fortissime, arrivano soprattutto dai “luoghi” ove si produce e si elabora conoscenza e sono legate a motivazioni di diversa natura: logiche dominanti, modello sociale feudale, questione culturale, primato della politica in tutte le dimensioni, familismo amorale, culture organizzative, climi d’opinione etc. Una questione complessa, quella della complessità! Una (iper)complessità che non è un’opzione, è un “dato di fatto”: il vero problema è che non siamo educati e formati a riconoscerla e, in ogni caso, non con la nostra testa. Di fatto, non da oggi «la tecnologia è entrata a far parte della sintesi di nuovi valori e di nuovi criteri di giudizio» (Dominici, 1996), rendendo ancor più evidente la centralità e la funzione strategica di un’evoluzione che è soprattutto culturale e che va ad affiancare quella biologica, condizionandola profondamente e determinando dinamiche e processi di retroazione (si pensi ai progressi tecnologici legati a intelligenza artificiale, robotica, informatica, nanotecnologie, genomica etc.). #CitaregliAutori

In altre parole, nel quadro complessivo di un necessario ripensamento / ridefinizione / superamento della dicotomia natura/cultura, non possiamo non prendere atto di come i ben noti meccanismi darwiniani di selezione e mutazione si contaminino sempre di più con quelli sociali e culturali che caratterizzano la statica e la dinamica dei sistemi sociali. Sempre più difficile, oltre che fuorviante, provare a tenere separati i due percorsi evolutivi e, allo stesso tempo, sempre più urgente si fa la domanda di un approccio interdisciplinare e multidisciplinare alla complessità per l’analisi e lo studio di dinamiche (appunto) sempre più complesse (non lineari e non prevedibili), all’interno delle quali i piani di discorso e le variabili intervenienti si condizionano reciprocamente, mettendo a dura prova i tradizionali modelli teorico-interpretativi lineari. Quanto detto dovrebbe concretizzarsi in proposte e strategie educative funzionali alla costruzione sociale del cambiamento che, ricordiamolo, se imposto esclusivamente come processo dall’alto è (e sarà) sempre un cambiamento esclusivo, per pochi e di breve periodo. Occorre prendere definitivamente coscienza che questo è il vero “fattore” strategico del cambiamento e dei processi di innovazione: il “fattore” culturale, una variabile complessa in grado, nel lungo periodo, di innescare e accompagnare i processi economici, politici, sociali. Una variabile complessa, ancor più decisiva, dal momento che mai, in passato, come in questo momento, le scoperte scientifiche e l’innovazione tecnologica pongono gli attori sociali e le organizzazioni di fronte alla possibilità di operare un ulteriore e irreversibile salto di qualità» (Dominici,1998, 2003, 2017).

 

Per ulteriori approfondimenti e percorsi:

1. Intervista concessa a VITA http://www.vita.it/it/interview/2017/06/09/nella-societa-ipercomplessa-la-strategia-e-saltare-le-separazioni/119/

2. Intervista concessa all’Huffington Post http://www.huffingtonpost.it/2017/05/04/al-festival-della-complessita-la-lezione-di-piero-dominici-il_a_22069135/

Alcuni contributi (selezione):

  1. http://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2016/10/11/lumano-il-tecnologico-e-gli-ecosistemi-interconnessi-la-reclusione-dei-saperi-e-lurgenza-di-educare-e-formare-alla-complessita/ Il Sole 24 Ore
  2. http://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2015/06/02/educare-alla-complessita-per-unetica-della-responsabilita-liberta-e-valori-nella-societa-interconnessa/ Il Sole 24 Ore
  3. http://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2017/04/23/il-diritto-alla-filosofia-per-ripensare-leducazione-la-cittadinanza-e-linclusione/ Il Sole 24 Ore
  4. http://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2016/03/14/innovazione-e-domanda-di-consapevolezza-la-filosofia-come-dispositivo-di-risposta-alla-ipercomplessita/ Il Sole 24 Ore

 

La società interconnessa e…l’economia politica dell’insicurezza | #Rete #capitalismo #democrazia

Riparto dalle parole di un precedente contributo, per condividere, subito dopo, una riflessione su sistema-mondo ed Europa.

«L’egemonia della razionalità strumentale e dell’economia di mercato (autoregolato) ha finito con il far trionfare una logica di dominio che è stata estesa alla totalità della vita sociale. Tale processo ha indebolito anche i legami che trasformano le scelte individuali in progetti e azioni collettive. Al livello della coabitazione sociale, si è generata pertanto una società globale fortemente individualizzata, che scarica molte più responsabilità sulle spalle di ogni singolo attore sociale richiedendo una libertà responsabile. Sotto questo aspetto, lo sviluppo delle forme di comunicazione mediata (Thompson,1995), al di là dei vantaggi in termini di telelavoro, cooperazione e di distribuzione della conoscenza, potrebbe anche raffreddare ulteriormente i meccanismi protagonisti della produzione di capitale sociale. Peraltro, le dinamiche tipiche della Rete come detto più volte, anche in tempi non sospetti, ricalcano in tutto e per tutto quelle delle reti sociali tradizionali.

La crescita esponenziale del potere finanziario ha avuto conseguenze estremamente negative per l’economia-mondo e, soprattutto, per la vita delle persone; il processo di formazione di uno spazio virtuale, ove far scorrere ad altissima velocità i flussi economici ed informativi, non ha fatto altro che privare la Politica e i sistemi di potere del controllo sul proprio corpo, separandoli ulteriormente dalla società civile e dai singoli attori sociali. E credere che la tecnologia (in particolare, le reti) possa risolvere qualsiasi problema, compreso il riavvicinamento tra Politica e cittadini potrebbe rivelarsi l’ennesimo errore fatale (confusione tra popolarità online e fiducia). Dal momento che la prassi politica e sociale, pur trovando nuove arene virtuali di costruzione e organizzazione del consenso e/o delle opinioni, richiede il passaggio cruciale dall’elaborazione teorica all’azione pratica, concreta, che deve incidere sul decisore politico. E, per far questo, occorrono attori sociali informati e criticamente formati in carne e ossa, destinatari attivi e consapevoli dentro le loro reti di cooperazione sociale. Non semplici cittadini “connessi” (Dominici 1998, 2003,2005) messi in condizione di non poter tradurre operativamente istanze e progetti di una cittadinanza attiva e concretamente partecipata. Mi riferisco, in tal senso, anche al concetto che proposi anni fa di sfera pubblica (ormai) “ancella del sistema di potere” (Dominici, 2000).

La trasformazione del modo di produzione economica e del mercato del lavoro, la radicalizzazione della divisione sociale del lavoro, la nascita di nuove disparità anche in termini di opportunità di partenza, di nuove forme di sfruttamento e, quindi, di nuove conflittualità; l’indebolimento delle funzioni delle tradizionali forme di partecipazione politica, (almeno per ora) illusoriamente sostituite dalle utopie della democrazia on line, hanno fatto il resto rendendo profondamente incerta l’esistenza degli individui ai quali si chiede flessibilità (precarietà) in ogni aspetto della loro vita senza offrire in cambio alcuna garanzia (Sennett, 1998; Gallino, 2001). La società degli individui, emancipatasi dai vincoli della tradizione e, in un certo senso, in balìa della crescita del potenziale della razionalità rivolta allo scopo, deve fronteggiare la crescita esponenziale delle forze produttive che rende il processo di modernizzazione riflessivo, cioè tema e problema di sé stesso.

Il vantaggio – con tutte le criticità del caso (legate all’ambivalenza tipica di tutti processi sociali e culturali) – è senza dubbio legato al fatto che tali rischi non hanno più la possibilità – come in passato – di essere ignorati dalla sfera pubblica e dalle opinioni pubbliche, dal momento che sono comunque oggetto di tematizzazione non solo mediatica e nei social networks. Ed è proprio questa la prospettiva in cui si inquadra l’analisi di John Tomlinson (1999) sulla globalizzazione che va intesa, in primo luogo, come un fenomeno culturale (Dominici, 1996, 1998) costituito da una rete di esperienze che, attraverso i meccanismi di disaggregazione spazio-temporale, modifica in profondità la percezione dei luoghi fisici nei quali ci confrontiamo con l’Altro, estendendo su scala globale gli effetti delle scelte locali adottate. La cultura si configura come risorsa transnazionale, “bene comune” a disposizione, almeno per ora, di élite, lobby e gruppi dominanti.

La globalizzazione costituisce la condizione empirica del mondo moderno, condizione che viene associata al concetto di connettività complessa, intesa come processo di progressivo aumento delle reti di interdipendenza che costituiscono quella che abbiamo definito la “società interconnessa”. Si tratta di un processo che può essere interpretato, oltre che come il trionfo della razionalità soggettivistica e strumentale occidentale, anche come il trionfo di un’ideologia omnicomprensiva e totalizzante che avvolge, ingloba, plasma tutte le sfere della prassi e della vita reale. E la critica alla globalizzazione (Gallino, 2000; Stiglitz, 2002; Touraine, 2004), produttrice di un individualismo disgregatore, è, in realtà, una critica al sistema capitalistico globale (Magatti, 2009) reo di aver infranto l’antica alleanza tra capitalismo e democrazia e di aver puntato esclusivamente su uno sviluppo economico e tecnologico senza considerare le profonde implicazioni sociali e sui singoli individui.

L’economia-mondo sta progressivamente depotenziando i meccanismi e i dispositivi propri dei regimi democratici e tutto ciò ha profonde ripercussioni non soltanto su assetti e gerarchie del sistema produttivo globale ma anche, e soprattutto, sull’architettura complessiva dei diritti e delle tutele riguardanti le persone e, nello specifico, i lavoratori. In un quadro complessivo di generale indebolimento dei sistemi di welfare, si verifica così il passaggio dalla società del lavoro alla società del rischio (Beck,1986,1999 e 2007), con la definitiva affermazione di un’economia politica dell’insicurezza».

 

Per ulteriori percorsi e approfondimenti (selezione):

1) L’evoluzione complessa**: la civiltà tecnologica tra bisogno di sicurezza e solidarietà della paura**(Il Sole 24 Ore)

http://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2015/12/23/levoluzione-complessa-la-civilta-tecnologica-tra-bisogno-di-sicurezza-e-solidarieta-della-paura/

 

2) Globalizzazione e società della conoscenza: un duplice livello di analisi (2003)

 http://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2015/03/02/tra-sfera-pubblica-transnazionale-e-societa-della-conoscenza-un-duplice-livello-di-analisi/

 

Oltre l’oscurità. Il sistema-mondo e l’urgenza di ri-costruire le basi di un’Europa realmente aperta e inclusiva*

 

Per una prospettiva sistemica e di “lungo periodo”.

Dialettiche aperte, così le ho definite anni fa. Perché proprio nell’era della globalizzazione e dei sistemi sempre più interdipendenti e interconnessi/iperconnessi, il sistema-mondo, appare sempre più segnato da frammentazione e resistenze di tipo sociale e culturale, a loro volta correlate a nuove forme di disuguaglianza ed alle nuove asimmetrie, tipiche della cd.società della conoscenza. Un sistema-mondo caratterizzato da conflitti, locali e globali, reso strutturalmente instabile da “forze” centrifughe e centripete (2003 e sgg.) che lo rendono dinamico e, allo stesso tempo, caotico. Proprio in questa fase di mutamento globale, in cui la tecnica, le tecnologie, la “rivoluzione digitale”, sembrano restituirci – con tutta la sua potenza, anche in termini di immaginario – l’illusione del controllo totale e della razionalità nelle decisioni e dei sistemi (a tutti i livelli), dobbiamo necessariamente fare i conti con un sistema globale che, oltre ad essere caotico e complesso sotto tutti i punti di vista, è divenuto irreversibilmente policentrico. In questo scenario così incerto e ambiguo, la cui (iper)complessità non può certo essere restituita da poche parole e ragionamenti, l’Europa stessa è da tempo attraversata da una fase di crisi e di transizione che, in certi momenti, sembra metterne addirittura in discussione le ragioni del proprio esistere. Tuttavia, a mio avviso, mai come in questa fase storica, così delicata e segnata da incertezza e insicurezza a livello locale e globale (livelli interdipendenti), si avverte l’importanza di riaffermare l’idea originaria e i valori fondanti e fondativi di Europa: un’idea, una visione, un progetto tradotti nel tempo in maniera inadeguata, riduttiva e, perfino, controproducente. Ma si tratta di un’idea, di una visione, di un “progetto”, che vanno riaffermati con forza e ripensati proprio partendo dal sistema di valori su cui poggiano. Operazione tutt’altro che semplice quella di costruire le condizioni di un cambiamento che è soprattutto sociale, culturale e politico. La speranza è che, al di là delle dichiarazioni ufficiali e del discorso pubblico, si prenda definitivamente consapevolezza in tal senso. Non possiamo non rilevare come proprio la debolezza della Politica e delle istituzioni europee, sempre più in mano a tecnocrazia e burocrazia, abbiano fatto il resto. La speranza è che questo significativo anniversario dei Trattati di Roma non si traduca – ancora una volta – (soltanto) nell’ennesimo evento funzionale a dare soprattutto visibilità alle èlites ed alle classi dirigenti. Non è più tempo di rinviare certe scelte e l’adozione di politiche che mettano al centro la Persone, i Diritti, le Culture, le Popolazioni, la cittadinanza (globale), l’inclusione etc.

E per far questo, è necessario ripartire dalla cultura come bene comune, come cooperazione e come condivisione (inclusione): e, lo ripeto, proprio in un momento storico come questo, in cui il modello e il progetto di Europa sviluppati mostrano preoccupanti segnali di debolezza e di vulnerabilità, soprattutto dal punto di vista dell’identità e della costruzione di una comunità aperta delle nazioni.

Per troppo tempo si è pensato, erroneamente, che la moneta unica e la creazione di un mercato unico determinassero, in maniera quasi automatica, anche la realizzazione di un modello di integrazione e interdipendenza fondato su una cultura e un’identità che, pur nel rispetto delle specificità e delle differenze, potevano e dovevano essere comuni e condivise. Sappiamo tutti che non è andata così e che è di vitale importanza ripensare le politiche e le strategie europee in una chiave che è quella habermasiana della “politica interna mondiale”. Come scritto, anche in tempi non sospetti, l’Europa, segnata, da tempo, da una profonda crisi non soltanto economica, (forse) inizia a prendere finalmente consapevolezza che la questione è culturale e che bisogna ripartire dal “fattore culturale” per tentare finalmente di ri-costruire un senso di appartenenza ad una comunità aperta e inclusiva che sappia, non soltanto adattarsi, ma gestire la (iper)complessità del cambiamento, le asimmetrie sempre più marcate e i nuovi conflitti, l’evoluzione tecnologica e culturale.

Un’Europa che abbia, finalmente, un ruolo decisivo di mediazione dei conflitti nella politica internazionale ma anche, e soprattutto, che sia in grado di aiutare, accogliere, aspettare chi è in difficoltà, chi è rimasto indietro. In altre parole che sappia gestire, e non soltanto “controllare”, le straordinarie accelerazioni e discontinuità che la società interconnessa e iperconnessa ha reso evidenti, aprendosi al dialogo, al confronto, alla contaminazione tra culture e sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo differenti.

Come scrissi tempo fa, si avverte l’urgenza di ripensare/ricostruire un modello di Europa aperta e inclusiva, nel quale le identità e le culture si rivelino, non elementi di ancoraggio ad una tradizione sterile che produce chiusure e autoreferenzialità (muri vs. ponti), bensì “strumenti” complessi per affrontare un’evoluzione sociale e culturale senza precedenti, ulteriormente segnata dalla rivoluzione digitale e dalla cosiddetta economia della condivisione. Quella europea, come noto, è una storia molto antica e complessa segnata anche da drammatici conflitti che, tuttavia, non hanno impedito che una certa idea e certi valori si diffondessero e fossero condivisi da persone appartenenti a culture e comunità differenti e, almeno apparentemente, distanti tra loro.

Dunque, rilanciare in grande stile il  “progetto Europa” significa, in primo luogo, porre l’attenzione sulle Persone, sugli spazi relazionali, educativi e della comunicazione (definita a suo tempo come “processo sociale di condivisione della conoscenza”); significa definire politiche (lungo periodo) transnazionali – si tratta della via obbligata perché tutti i sistemi sono sempre più interconnessi e interdipendenti – investendo risorse importanti su strumenti complessi di contrasto alle nuove disuguaglianze e asimmetrie che ostacolano concretamente le aperture, il dialogo, l’incontro con l’ALTRO DA NOI, la solidarietà, la stessa realizzazione di quel progetto così importante e ambizioso. In questi ultimi decenni, l’assenza di una Politica, sempre più marginale e ancella di poteri economici e tecnocrazia, la totale mancanza di un’identità (che ha tuttora costi pesantissimi anche in termini di comunicazione e percezione del “Progetto Europa”) e, a livello della prassi e della traduzione in azioni concrete, di strategie e di politiche definite e costruite sulle Persone e sui loro diritti – che non sono soltanto quelli legati all’essere consumatori – ha di fatto, e drammaticamente, aperto le porte dei vecchi Stati-nazione a populismi e nazionalismi, anche nelle loro forme più estreme, che stanno mettendo in discussione le stesse forme della politica, i partiti e la rappresentanza, i regimi democratici.

Ripensare e rilanciare il “Progetto Europa” significa, in altri termini, lavorare in una prospettiva, che non può che essere sistemica e di lungo periodo, per creare condizioni strutturali e sovrastrutturali (istruzione, educazione, formazione ne sono da sempre e ne devono essere gli assi portanti) che possono innescare/agevolare il cambiamento culturale e, con esso, l’affermazione di quel “nuovo umanesimo” (1996) di cui sentiamo parlare sempre più spesso. Con il rischio che possa rivelarsi come l’ennesimo slogan e/o etichetta di successo per rilanciare non l’Europa, le culture e le popolazioni che la abitano e ne innervano il corpo sociale e politico, bensì la sua immagine e reputazione.

Logiche e culture organizzative e istituzionali che hanno mostrato, in questi anni, tutta la loro debolezza e inconsistenza, e non soltanto in termini di “cultura della comunicazione” (dico sempre: comunicazione confusa con il marketing, a tutti i livelli e in tutte le dimensioni della vita pubblica). Affinché possa esserci qualche possibilità per il “progetto Europa”, occorre pertanto lavorare sulle condizioni culturali e di contesto in grado di modificare anche la percezione individuale e collettiva rispetto al valore assoluto della cultura, delle culture che devono fare da collante, pur nella ricchezza della loro diversità; rispetto al valore della cooperazione tra Stati-nazione. Ma non è e non sarà sufficiente ripensare il modello e progettare nuove politiche: servono investimenti importanti per sviluppare e dare ossigeno a tali politiche sociali, ancor di più se immaginate e progettate in chiave europea e transnazionale.

Questa crisi, soltanto in parte economica, ha messo in luce l’urgenza di ri-partire da quei legami sociali sempre più fragili e da quei meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione, messi duramente alla prova dalle “forze” della frammentazione, dell’egoismo e dal trionfo di valori individualistici. «Il valore assoluto della cultura, in tal senso, va ripensato anche rispetto al suo essere “bene comune” e dispositivo fondamentale di coesione sociale, in una fase storica che ci richiede urgentemente di ripensare le condizioni strutturali del “contratto sociale”, del nostro vivere insieme» (Dominici, 2000).

Un progetto d’Europa che, in altri termini, si spera possa portare con sé l’ambizione di rimettere finalmente le Persone (e i mondi della vita), e non la tecnica, il mercato o il consumo, “al centro” di un modello di sviluppo, che fino ad ora ha palesato tutte le sue criticità e incongruenze. L’auspicio sentito è che lo si faccia davvero, al di là di slogan e di campagne di comunicazione più o meno riuscite, e che iniziative come la presente possano configurarsi concretamente come ‘leve’ attive del cambiamento più urgente e necessario, quello sociale e culturale. Affinché ciò possa avvenire, servono politiche condivise e progettate in una prospettiva sistemica, all’interno delle quali scuola e università devono rivestire un ruolo ed una funzione assolutamente strategiche: non è più possibile, in tal senso, progettare e realizzare azioni e strategie di innovazione e cambiamento che non riconoscano esplicitamente, nei fatti, la centralità strategica delle istituzioni educative e formative, peraltro responsabili dei processi di stratificazione sociale e mobilità sociale. E questo perché – bene esser chiari – stiamo ragionando intorno a questioni di vitale importanza per la tenuta e la stessa sopravvivenza dei regimi democratici. Non è inutile ribadire – e lo facciamo spesso – che cittadinanza, inclusione e innovazione non possono essere “per pochi”.

In un momento di transizione problematica che si sostanzia anche, e soprattutto, in una crisi culturale e di civiltà, occorre riaffermare la ricchezza, la varietà e la molteplicità delle culture e dei “paesaggi sociali e culturali” nello sforzo – forse, nell’utopia – di realizzare/edificare davvero uno spazio pubblico, sociale e comunicativo, in grado di riaffermare con chiarezza il valore dell’essere Persone, il valore dell’essere Cittadini, il valore di essere e far parte di quell’importante visione che si chiama Europa: un progetto, in primo luogo, politico e (prima ancora) culturale che ha perso colpi e credibilità – non soltanto a livello di percezione, individuale e collettiva, e di rappresentazione mediatica – sotto le spinte di un capitalismo finanziario e di un “modello” di globalizzazione che ha reso ancor più evidenti disuguaglianze e asimmetrie, a livello locale e globale.

Un anniversario, quello dei Trattati di Roma, che peraltro assume ancor più significato se messo in correlazione con la costruzione dello Spazio Europeo della Cultura, anche in vista dell’Anno Europeo dedicato alla Cultura (2018). Servono – e serviranno sempre più – elevati livelli di conoscenza, nuovi profili e competenze, saperi condivisi (2003), organizzazioni e sistemi sociali aperti, nuove culture organizzative e della comunicazione, comunità inclusive e aperte al dialogo; diventano così ancor più strategiche istruzione ed educazione che devono essere ripensate per le sfide dell’ipercomplessità e della civiltà globale e iperconnessa.

Le azioni e le strategie necessarie vanno portate avanti su più piani e, come detto, in prospettiva sistemica affinché la cultura e la condivisione della conoscenza possano configurarsi davvero come leve strategiche per co-costruire comunità inclusive e aperte al dialogo che sappiano anche reagire alla paura e alle politiche della paura; che sappiano reagire alle dinamiche scaturite da un mercato – preda della sua auto-normatività – e da un’economia globale della precarietà (cit.).

Da questo punto di vista, innescare il cambiamento e gestire la complessità dei processi di innovazione significa, in primo luogo, ripensare la nostra Scuola e la nostra Università, tuttora ingabbiate dentro “logiche di separazione” che sono logiche di controllo e di reclusione dei saperi negli stretti confini di discipline isolate tra loro. Servono investimenti importanti in cultura, in educazione e istruzione all’interno di politiche di rilancio degli studi umanistici e della formazione umanistica, per troppo tempo considerati non importanti perché non in grado di produrre (almeno, apparentemente…) effetti/risultati “misurabili” in termini quantitativi.

Come scrissi anni fa, siamo di fronte alle sfide di un cambiamento (anche di paradigma) che, storicamente, non può essere imposto dall’alto ma che, al contrario, va costruito ed elaborato socialmente e (appunto) culturalmente. E, speriamo davvero, non si perda l’ennesima occasione di ripensare e costruire un’altra Europa che sappia mostrarsi autorevole e unita proprio nel momento in cui tutto sembra andare nella direzione opposta!

 

 

Riferimenti bibliografici

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Piero Dominici

Docente universitario, ricercatore e formatore professionista email: piero.dominici@unipg.it
Di seguito il link all’articolo pubblicato anche sul sito di TIA – Formazione Internazionale

 

https://tia-org.eu/oltre-loscurita-sistema-mondo-lurgenza-ri-costruire-le-basi-uneuropa-realmente-aperta-inclusiva-piero-dominici/

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Picture:  Jacek Yerka, Europe

 

 

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I testi che condivido sono il frutto di lavoro (passione!) e ricerche e, come avrete notato, sono sempre ricchi di citazioni. Continuo a registrare, con rammarico e una certa perplessità, come tale modo di procedere, che dovrebbe caratterizzare tutta la produzione intellettuale (non soltanto quella scientifica e/o accademica), sia sempre meno praticata e frequente in molti Autori e studiosi.

Dico sempre: il valore della condivisione supera l’amarezza delle tante scorrettezze ricevute in questi anni. Nei contributi che propongo ci sono i concetti, gli studi, gli argomenti di ricerche che conduco da vent’anni: il valore della condivisione diviene anche un rischio, ma occorre essere coerenti con i valori in cui si crede.

 

Buona riflessione!