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Interdipendenza vs. frammentazione: la civiltà ipertecnologica, l’inclusione e le insidie di una partecipazione “simulata”

Il cambiamento sociale e culturale: “prodotto” complesso di processi e meccanismi dal basso

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Partiamo nella nostra analisi da una definizione e alcuni presupposti:

“La società interconnessa è una società ipercomplessa (2003), in cui il trattamento e l’elaborazione delle informazioni e della conoscenza sono ormai divenute le risorse principali; un tipo di società in cui alla crescita esponenziale delle opportunità di connessione e di trasmissione delle informazioni, che costituiscono dei fattori fondamentali di sviluppo economico e sociale, non corrisponde ancora un analogo aumento delle opportunità di comunicazione, da noi intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza che implica pariteticità e reciprocità (inclusione) …(Dominici,1996)

La tecnologia, i social networks e, più in generale, la rivoluzione digitale, pur avendo determinato un cambio di paradigma, creando le condizioni strutturali per l’interdipendenza (e l’efficienza) dei sistemi e delle organizzazioni e intensificando i flussi immateriali tra gli attori sociali, non sono tuttora in grado di garantire che le reti di interazione create generino relazioni, fino in fondo, comunicative, basate cioè su rapporti simmetrici e di reale condivisione. In altre parole, la Rete crea un nuovo ecosistema della comunicazione) ma, pur ridefinendo lo spazio del sapere, non può garantire, in sé e per sé, orizzontalità o relazioni più simmetriche. La differenza, ancora una volta, è nelle persone e negli utilizzi che si fanno della tecnologia, al di là dei tanti interessi in gioco.” (cfr. P.Dominici, Dentro la Società Interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione, FrancoAngeli, Milano 2014).

Occorre prendere consapevolezza anche che «La “nuova” velocità del digitale, nell’interazione complessa con il fattore umano e il sistema delle relazioni sociali, conserva l’ambivalenza originaria di qualsiasi “fattore” di mutamento e di qualsiasi processo sociale e culturale; un’ambivalenza che, oltre ad essere straordinaria opportunità, mette anche in evidenza i nostri limiti e le nostre inefficienze – a livello personale, organizzativo e sociale – ma, soprattutto, ci lascia poco tempo per la riflessione e l’analisi critica su ciò che accade e, più in generale, su una (iper)complessità che mette a nudo la radicale inadeguatezza dei paradigmi, dei modelli interpretativi, delle culture tradizionali e, ancor di più, dei moderni strumenti di controllo e gestione». (2003 e sgg.)

Alla luce delle precedenti considerazioni, appare ancor più evidente come la costruzione di una governance democratica, con i relativi processi di partecipazione e coinvolgimento (engagement) dei cittadini, si presenti sempre più come processo estremamente complesso e caratterizzato da ambivalenza. Un processo che chiama in causa numerose variabili, approcci, metodi di analisi e rilevazione ma che richiede anche, e soprattutto, immaginazione, capacità di “fare rete” (e “fare sistema”) e, allo stesso tempo, di visione sistemica di lungo periodo. Un processo che può trovare una sua effettiva traduzione soltanto se supportato da una cultura della complessità e della condivisone che fatica ancora molto ad affermarsi dentro e fuori le organizzazioni (pubbliche e private). E, come affermato più volte, non saranno certamente le tecnologie della connessione (Dominici, 1998) e/o nuove leggi/normative a risolvere tutte le criticità; al contrario, le continue accelerazioni, nel determinare nuove opportunità, innescano e radicalizzano problemi di gestione e controllo.

In uno scenario così complesso, nel “nuovo ecosistema” (1996), si rivela tutt’altro che semplice definire e costruire le condizioni di una partecipazione pubblica che non è, e non può essere, semplice acquisizione di consenso – magari ottenuto anche attraverso sofisticate strategie di marketing – su modelli, azioni, pratiche, servizi che sono stati, in ogni caso, definiti, progettati, calati/imposti dall’alto da parte di saperi esperti ed élite. Si pensi, in tal senso, anche alla questione di una tecnocrazia sempre più invasiva che occupa, ogni giorno di più, quegli spazi sociali e politici (della πολις) lasciati vuoti da una Politica sempre più marginale, soprattutto quando deve confrontarsi con poteri economici.

La partecipazione è “fatta” di processi di negoziazione, continua e costante, che devono articolarsi dal momento dell’ideazione fino a quello della decisione; e, a questo livello, non è più possibile continuare a non fare i conti con i “cittadini reali” (passatemi il termine) che, al di là della questione “competenze digitali” (giustamente, molto dibattuta), si discostano in maniera significativa da quella figura quasi idealtipica di “cittadino ideale” (critico, informato, competente, in grado di interagire alla pari con la PA e, più in generale, con il potere), spesso immaginata e presa come riferimento da parte degli stessi decisori; allo stesso tempo, non è più possibile continuare a non fare i conti con variabili e criticità preoccupanti come l’analfabetismo funzionale, la povertà educativa e, più in generale, le condizioni critiche in cui versano scuola e università che, da tempo, non stanno più svolgendo le loro funzioni di ascensori sociali. La cosiddetta “società civile” è destinata a rimanere anello debole (2000 e sgg.), all’interno delle dialettiche complesse e ambigue della prassi democratica.

Oltretutto, dobbiamo prendere atto di trovarci «[…] all’interno di un orizzonte socioculturale, di prospettive – di discorso e azione – ma, soprattutto, di strategie (di breve periodo) tuttora fondate su una consapevolezza assolutamente parziale della multidimensionalità, dell’ambiguità e dell’imprevedibilità che contraddistinguono i processi di innovazione e cambiamento. Una consapevolezza, spesso soltanto dichiarata, che porta a ridurre, talvolta banalizzare, gli stessi concetti di comunicazione, condivisione, inclusione, cittadinanza, democrazia. Con il rischio, tra i tanti, di determinare, in maniera irrecuperabile, le condizioni strutturali di un’innovazione tecnologica senza cultura. Anche su questo aspetto siamo tornati a più riprese. Ci limitiamo a ribadire che parlare di inclusione, cittadinanza, democrazia digitale senza tentare almeno di contrastare fenomeni e processi che le rendono difficilmente realizzabili (ostacolando l’innovazione aperta e inclusiva), equivale al legittimare i meccanismi di un contesto storico sociale sempre più segnato da disuguaglianze di carattere conoscitivo e culturale che definiscono in maniera netta la stratificazione sociale, anche a livello globale». Finché non sarà garantita l’eguaglianza delle condizioni di partenza, anche parlare di “cittadinanza” e “inclusione” rischia di diventare un esercizio puramente retorico. E – ci tengo a ribadirlo – non ci potrà essere alcuna cittadinanza digitale senza garantire i diritti di cittadinanza, oltre evidentemente a quelli della Persona. In tempi non sospetti, abbiamo proposto la definizione di “società asimmetrica”(2003), proprio in una fase estremamente delicata di mutamento, in cui le narrazioni egemoni sulla Rete e sulla rivoluzione digitale presentavano, quasi in termini di nesso di causalità, la relazione tra digitale e partecipazione, tra “digitale” e “fiducia” – tuttora confusa, non soltanto in politica, sia con la popolarità on line che con una certa idea/visione dell’immagine e della reputazione – tra digitale e inclusione; infine, tra digitale e cittadinanza.

I concetti stessi di partecipazione e cittadinanza chiamano in causa una questione di carattere più generale, ma di fondamentale importanza: l’urgenza di ripensare il “contratto sociale” (2003) e, conseguentemente, di ridefinire le regole di ingaggio della cittadinanza e dell’inclusione. E, su questo terreno, non possiamo non prendere atto di un ritardo culturale importante, ribadendo con forza una nostra vecchia formula: non bastano “cittadini connessi”, servono cittadini criticamente formati e informati, educati al pensiero critico ed alla complessità, educati alla cittadinanza e non alla sudditanza, educati alla libertà ed alla responsabilità. Educati ad una cittadinanza (stesso discorso vale per la costruzione sociale di una cultura della legalità e/o di una cultura della prevenzione: si costruiscono a scuola!) che – bene esser chiari – è fatta di diritti, che devono essere conosciuti ma anche di doveri. In ogni caso, occorre agire e intervenire, con una certa urgenza, là dove si definiscono le condizioni strutturali di questa “società asimmetrica” e diseguale (scuola e università); là dove si producono, elaborano, distribuiscono informazioni e conoscenza, le “vere” risorse strategiche del nuovo ecosistema. Con la centralità, ancora una volta, posta sui processi educativi e formativi, sul capitale umano e le Persone che, a loro volta, devono contribuire attivamente a co-costruire uno spazio sociale e comunicativo in grado di generare e distribuire valore e, perché no, “fiducia”; vero e proprio dispositivo fondamentale per l’esistenza stessa dei sistemi sociali, ancor prima che democratici.

La/le libertà comporta/comportano responsabilità significative di cui non dobbiamo avere paura. E per (almeno) tentare di realizzare tutto ciò, solo e soltanto nel lungo periodo, istruzione ed educazione devono preoccuparsi di colmare quel preoccupante gap, di cui sopra, tra “cittadino ideale” e “cittadino reale”; devono preoccuparsi di formare Persone e Cittadini in grado di sfruttare le opportunità determinate dall’innovazione tecnologica e della società interconnessa/iperconnessa; ma anche, e soprattutto, Persone e Cittadini in grado di contribuire ad un cambiamento sociale e culturale che non può essere soltanto imposto/guidato e che non può più non fare i conti con la famosa “questione culturale” e l’assenza di un’etica pubblica condivisa.

«Il presupposto forte della presente analisi è che soltanto l’affermazione e la diffusione capillare della cultura della comunicazione (come condivisione della conoscenza), in generale, nei sistemi sociali ed, in particolare, all’interno ed all’esterno delle pubbliche amministrazioni e del sistema delle imprese (concetto di organizzazione come “sistema aperto”) possa effettivamente creare le condizioni per la realizzazione di quei fondamentali diritti/doveri di cittadinanza senza i quali il cittadino-utente-consumatore non può evidentemente trovare nessun tipo di legittimazione/riconoscimento alle sue istanze. Ritrovandosi, di fatto, in una condizione di sudditanza, all’interno di una sfera pubblica del tutto inconsistente. Il profondo convincimento […] è che, a livello della prassi, le categorie del rischio e del conflitto nei sistemi sociali e nelle organizzazioni complesse, siano strettamente in correlazione con una cattiva/inefficace gestione delle conoscenze o, peggio ancora, con l’impossibilità di avere accesso a queste e di farne un uso consapevole e razionale […] Da questo punto di vista, non ci stancheremo mai di ribadire l’importanza cruciale di un principio che, soltanto in apparenza, si presenta banale e/o scontato: chi possiede più conoscenza (in termini di controllo, possesso, accesso ed elaborazione), così come chi controlla più informazioni, ha anche più potere sia a livello di comunicazione interpersonale, che di comunicazione organizzativa o macro-sistemica. In altri termini, a qualsiasi livello di analisi e della prassi, chi possiede più conoscenza – nella fase attuale, anche chi ha più possibilità di elaborazione della stessa – e ha più competenze (si pensi per un sistema-Paese alla rilevanza strategica di istruzione, formazione e ricerca) è senza dubbio più in grado di orientare l’evoluzione delle dinamiche e dei processi che caratterizzano i rapporti sociali, economici, politici. Conoscenza e competenze, cioè, sono in grado di determinare i rapporti di forza in ogni sfera della vita sociale, organizzativa, sistemica con evidenti ricadute per la cittadinanza e le democrazie. “Vecchie” questioni …ma sempre cruciali -> CONOSCENZA=POTERE» (Dominici, 2003 e 2005).

Preso atto delle caratteristiche dei nuovi ecosistemi sociali (1996) e della ipercomplessità (2000) che li caratterizza, ritengo che la sfida più importante sia, ancora una volta, quella di abilitare le persone, i cittadini (non soltanto nella loro veste di consumatori), a gestire, in maniera quanto più possibile consapevole e competente, i processi e le dinamiche che li riguardano da vicino e che contraddistinguono il nuovo ecosistema. In altre parole, è di vitale importanza creare le condizioni “strutturali” affinché sappiano abitare tali ecosistemi, sappiano abitare quello che di fatto è, non soltanto un nuovo spazio pubblico illimitato – in grado di definire le “identità”, le “soggettività” e lo spazio comunicativo pubblico in cui si realizzano ed evolvono – ma anche, e soprattutto, un Panopticon globale, all’interno del quale le logiche di controllo e sorveglianza totale erano, sono e saranno sempre quelle dominanti.

E come ripeto da anni: per questa ipercomplessità non bastano “cittadini connessi”, servono cittadini criticamente formati e informati, educati alla cittadinanza e non alla sudditanza…per abitudine culturale; cittadini in possesso di competenze non soltanto tecniche e/o digitali ma, soprattutto, educati e formati alla complessità e al “pensiero critico”; educati e formati a comprendere l’importanza della condivisione e della cooperazione per poter superare concretamente le vecchie logiche di possesso e controllo: perché condivisione e cooperazione sono essenziali nella produzione (sociale e collettiva) di conoscenza e cultura, i veri motori dell’innovazione; e devono essere educati e formati anche al “sapere condiviso”(2000), non tanto perché questi presupposti – a mio avviso strategici, vitali – rappresentano la “nuova utopia” da inseguire, quanto perché – ed è incredibile come, a tutti i livelli, ancora non ci sia consapevolezza e unità d’intenti – sono l’economia della condivisione (1998) e la società della conoscenza a richiedere elevati livelli di istruzione e formazione, oltre ad un aggiornamento continuo in ambito lavorativo e professionale (dati e ricerche su analfabetismo funzionale e povertà educativa restituiscono un quadro tutt’altro che rassicurante, e la cosa che mi fa più impressione è che ne parlavo quasi vent’anni fa…).

In tal senso, una cittadinanza “vera”, attiva e partecipe del bene comune e, più in generale, il cambiamento culturale profondo sono sempre il prodotto complesso, da una parte, di processi e meccanismi sociali che devono partire dal basso; dall’altra, dell’azione di quella società civile e di quella sfera pubblica, attualmente assorbite e fagocitate da una politica che ha tolto loro autonomia. Servono politiche (lungo periodo) che, oltre ad essere immaginate in un’ottica globale, vanno progettate e realizzate con una prospettiva sistemica, per poi essere costantemente valutate e monitorate nei loro effetti. Dimensioni completamente disattese, basti pensare p.e. all’assenza di una “vera” politica industriale nel nostro Paese. L’innovazione è processo complesso, anzi è complessità: istruzione, educazione, formazione – evidentemente – ne devono essere gli “assi portanti”, non un qualcosa che arriva “a valle” dei processi di mutamento. Altrimenti, saremo sempre costretti a rincorrere le accelerazioni dell’innovazione tecnologica, con pochissime speranze di raggiungerla e, allo stesso tempo, di metabolizzarne i cambiamenti indotti. I rischi – come dico sempre – rimangono quelli di un’innovazione tecnologica senza cultura e di una illusione della cittadinanza: una CITTADINANZA e una PARTECIPAZIONE, non negoziate e costruite socialmente e culturalmente all’interno di processi inclusivi, bensì IMPOSTE DALL’ALTO senza calarsi, completamente e concretamente, nelle prospettive dei destinatari di queste azioni/strategie. Di coloro che sono chiamati ad esercitare la cittadinanza e la partecipazione, alimentandole costantemente. Saremo sempre più costretti a scegliere tra la “libertà/responsabilità di essere cittadini” e la “libertà/responsabilità di essere sudditi” (Dominici, 2000). In questo caso, una terza via non è data!

 

Concludiamo con la riflessione sviluppata in un contributo precedente:

La “Persona al centro”, il “Cittadino al centro” e l’urgenza di una nuova cultura della comunicazione (1996)

L’innovazione tecnologica è da sempre un fattore strategico di cambiamento dei sistemi sociali e delle organizzazioni ma se non supportata da una cultura della comunicazione, da una visione sistemica della complessità e, a livello di decisore politico, da politiche sociali in grado di innescare e supportare il cambiamento culturale, si riveli sempre un’innovazione mancata. La società della conoscenza e il nuovo ecosistema globale sono destinati a diventare sempre più esclusivi e chiusi, anche in quei “luoghi” in cui non è ancora possibile erigere muri e barriere per gestire (?) la diversità, le disuguaglianze e i conflitti. La “società asimmetrica”, apparentemente aperta e inclusiva, in realtà garantisce opportunità di inclusione e mobilità solo in linea teorica e a livello di quadro giuridico di riferimento.

Parafrasando (e forzando) alcune parole, particolarmente significative, di Adriano Olivetti, il quale affermava “Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica”, dobbiamo iniziare veramente a pensare (progettare) i modelli e le pratiche di partecipazione, le città, i territori, gli ecosistemi, le reti, le pubbliche amministrazioni, i servizi etc. per e con il Cittadino e non viceversa; servizi, ambienti, spazi sociali che pongano concretamente, al di là degli slogans, “il Cittadino al centro” (da sempre, preferisco parlare di “Persona al centro”, per tutta una serie di motivi su cui ritorneremo), mentre spesso l’impressione è che al centro ci sia ben altro, compreso lo stesso storytelling (da mezzo a fine) e le strategie di marketing. L’impressione è che “al centro” ci siano soltanto lo scontro tra culture organizzative e tra competenze messe in condizioni di non cooperare e di non collaborare; ancora, l’impressione è che “al centro” ci siano differenti concezioni e modelli della burocrazia, delle istituzioni, dello Stato, di una Pubblica Amministrazione, nel frattempo, mai diventata “relazionale” e, più in generale, dell’organizzazione: e, da questo punto di vista, sarebbe senz’altro perfino legittimo, oltre che più esatto e corrispondente alla realtà, parlare di “istituzioni al centro”, di “PA al centro”, di “organizzazione al centro”, perfino di “Digitale al centro”, ma probabilmente sarebbero formule meno accattivanti, efficaci e persuasive… Al di là di tutte le criticità, una Pubblica Amministrazione efficiente rappresenta senz’altro una “leva” strategica del cambiamento. Infine, l’impressione è che “al centro” ci siano la tecnologia (opportunità), le logiche di potere e di controllo, sempre più dominanti, gli interessi particolari, ma anche una visione ideale, e lontana dalla realtà, proprio dei cittadini destinatari di politiche e servizi; cittadini che, soltanto una volta educati e “preparati” alla cittadinanza, potranno anche essere (concretamente!) sempre più coinvolti nei processi decisionali.

La questione centrale, come vado ripetendo da anni, non riguarda il fattore giuridico – nonostante le evidenze, continuiamo a credere che le leggi, e soltanto le leggi, siano l’unica soluzione ai problemi – o quello tecnologico in sé (digitale = efficienza, digitale = inclusione, digitale = inclusione/partecipazione/democrazia), bensì la formazione, il capitale umano (conoscenze, competenze, aggiornamento continuo etc.), le culture organizzative e i relativi modelli, le Persone che costituiscono le organizzazioni (sistemi sociali), alimentandone i flussi informativi e conoscitivi, modificandone costantemente spazi e processi: sì, proprio quelle Persone che possono resistere o agevolare il cambiamento, accompagnare dinamiche e processi che non possono non destabilizzare e rendere dinamici ecosistemi che sono statici e (apparentemente) in equilibrio.

Diciamocelo chiaramente: per ora, siamo fermi all’illusione di una relazione meno asimmetrica con il potere, la politica e le istituzioni; per ora, siamo fermi ad un’immagine ideale, e idealizzata, del Cittadino e del Consumatore per i quali pensiamo e realizziamo strutture, servizi, modelli e pratiche partecipative che, al di là delle narrazioni, risultano sempre “calati dall’alto”; per ora, siamo fermi alla convinzione che il (continuo) ricorso alle leggi e alla tecnologia siano le uniche soluzioni ai problemi organizzativi, sociali e culturali di un Paese (stesso discorso si potrebbe fare per altri Stati-nazione) che – come più volte ripetuto – vive una crisi soprattutto culturale e di civiltà. Un Paese sempre più alla ricerca anche, e soprattutto, di un’identità, oltre che di un rilancio economico, magari con un ruolo da protagonista (?), nell’economia digitale e dell’immateriale. Un Paese che, al contrario, sembra trovarsi in una condizione di costante navigazione a vista, all’interno della quale ci stiamo forse accorgendo anche di tante false e fuorvianti narrazioni – e relativo storytelling – sul digitale, sull’inclusione, sulle riforme a costo zero (vecchissimo tema) e su un’innovazione inclusiva (Dominici 2000 e sgg.), raccontata come un’opportunità per tutti e a portata di mano: per ora, invece, siamo di fronte ad un’innovazione fondata sul principio di esclusività. Con le seguenti aggravanti: 1) la poca consapevolezza che non può /non potrà esserci alcuna “cittadinanza digitale” senza garantire le condizioni e i prerequisiti della cittadinanza (rinvio ad altri contributi, anche datati, sui temi dell’educazione, dell’istruzione, della costruzione sociale della Persona e del Cittadino); 2) allo stesso modo, la poca consapevolezza che non ci può/non ci potrà essere alcuna (vera!) partecipazione senza Cittadini consapevoli e criticamente formati; 3) il grave ritardo nella cultura della comunicazione (comunicazione è organizzazione) di questo Paese che continua a fare confusione, a livello organizzativo e sistemico, tra comunicazione e mezzi di comunicazione, tra comunicazione e connessione, tra comunicazione e marketing, tra comunicazione e informazione, tra informazione e conoscenza, tra tecnologia e metodologia, tra informatica e digitale etc. Con tutte le conseguenze del caso. Non ultime, quelle di Persone, Cittadini, consumatori, elettori che, contrariamente allo storytelling egemone, sono ben “lontani dal centro” dei servizi, dei processi, delle strategie, delle politiche (?) adottate.

Vi allego, con l’occasione, due contributi: il primo, pubblicato su Il Sole 24 Ore, il secondo dal blog di SGI (Stati Generali dell’Innovazione) di qualche tempo fa, precedentemente pubblicato anch’esso su Il Sole 24 Ore: 

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-08-31/cultura-come-bene-comune-e-come-condivisione-un-europa-realmente-aperta-e-inclusiva-155012.shtml?uuid=ADZhmvCB

http://www.statigeneralinnovazione.it/online/la-cultura-motore-del-cambiamento-e-agente-di-cittadinanza-limportanza-di-una-visione-sistemica/

 

Grazie a tutte/i e buon lavoro!

 

Riferimenti bibliografici e … percorsi (una selezione)

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Allego a questo post alcuni precedenti contributi che sviluppano le questioni accennate:

  • La condizione del sapere nella società della conoscenza

 

        http://bit.ly/1wAmbAD

  • La Società interconnessa e il ritardo nella cultura della comunicazione

 

         http://bit.ly/1HgiZ2k

  • Competenze e saperi per la Società Interconnessa: le due culture e la complessità

 

       http://bit.ly/1QXZzkI

  • La cultura motore del cambiamento, ma anche agente di democratizzazione e cittadinanza

 

        http://bit.ly/1qaeFYq  

  • La società asimmetrica* e la centralità della “questione culturale”: le resistenze al cambiamento e le “leve” per innescarlo

 

     http://bit.ly/1QXZJZF

  • La questione culturale e il problema della responsabilità: il ruolo strategico di scuola e istruzione. In cerca di “teste bene fatte”

 

     http://bit.ly/1tjO7ni

  1. L’ipercomplessità e una crisi non soltanto economica

      http://bit.ly/1LS0Qbz

  • L’accesso è la nuova misura dei rapporti sociali …nuove categorie per una nuova complessità

 

       http://bit.ly/1CkENRf

  • Nella Rete: sapere riflessivo e sistemi ad alta interdipendenza…tra inclusione ed esclusione

 

      http://bit.ly/1P0QfgE

  • Il rischio di essere sudditi in democrazia

 

        http://bit.ly/RoRScn

 

N.B. Condividete e riutilizzate pure i contenuti pubblicati ma, cortesemente, citate sempre gli Autori e le Fonti anche quando si usano categorie concettuali e relative definizioni operative. Condividiamo la conoscenza e le informazioni, ma proviamo ad interrompere il circuito non virtuoso e scorretto del “copia e incolla”, alimentato da coloro che sanno soltanto “usare” il lavoro altrui. Le citazioni si fanno, in primo luogo, per correttezza e, in secondo luogo, perché il nostro lavoro (la nostra produzione intellettuale) è sempre il risultato del lavoro di tante “persone” che, come NOI, studiano e fanno ricerca, aiutandoci anche ad essere creativi e originali, orientando le nostre ipotesi di lavoro. I testi che condivido sono il frutto di lavoro (passione!) e ricerche e, come avrete notato, sono sempre ricchi di citazioni. Continuo a registrare, con rammarico e una certa perplessità, come tale modo di procedere, che dovrebbe caratterizzare tutta la produzione intellettuale (non soltanto quella scientifica e/o accademica), sia sempre meno praticata e frequente in molti Autori e studiosi. Dico sempre: il valore della condivisione supera l’amarezza delle tante scorrettezze ricevute in questi anni. Nei contributi che propongo ci sono i concetti, gli studi, gli argomenti di ricerche che conduco da vent’anni: il valore della condivisione diviene anche un rischio, ma occorre essere coerenti con i valori in cui si crede.

Buona riflessione!