La Scienza, il “Sapere condiviso”, il mito dell’evidence-based e quelli che … “guardano tutti con le narici”.

«Le straordinarie scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche di questi ultimi decenni, oltre ad averci dato la possibilità di controllare sempre meglio i meccanismi della nostra evoluzione biologica, delineando opportunità (almeno per ora, per pochi) e scenari impensabili, dalle potenzialità non calcolabili, ci hanno fatto definitivamente entrare nel tempo della massima imprevedibilità, obsolescenza (anche dei saperi e delle competenze) e incertezza. Dimensioni sistemiche e, ormai, anche esistenziali. E la relazione sistemica, non più semplicemente dialettica, tra conoscenza, rischio e fiducia, si è ulteriormente rafforzata, nel quadro di una interdipendenza totale.

Questa volta, il cambio di paradigma è così profondo ed irreversibile da costringerci a ripensare/ridefinire tutto e ad interrogarci sull’idea e sul concetto stesso di “Scienza”, mettendone in discussione i pilastri fondamentali, sia epistemologici che metodologici. Su tutti, il principio della “osservabilità”[1], delle variabili e dei fenomeni, e la convinzione/credenza/assioma che tutta la realtà, compresi il Sociale e l’Umano, siano riducibili e riconducibili a variabili, dimensioni e misure oggettive, oltre che traducibili in dati quantitativi e modelli statistici e matematici.

Dal qualitativo al quantitativo: si tratta della riduzione e semplificazione più rischiosa e fuorviante, e non soltanto nell’ambito della ricerca scientifica. Perché non tutto è semplificabile e/o riducibile, non tutto è gestibile (anzi!), ma le tecnologie delle connessioni e la disponibilità infinita ed inesauribile di dati, ci stanno restituendo certezze e sicurezze estremamente rischiose.

È tempo di ripensare la stessa idea e definizione di “Scienza”, accettando la sfida, epistemologica e metodologica, di osservare e indagare (oltre che provare a conoscere) anche il non-osservabile, e di considerare significativo, nei percorsi/nelle prospettive di ricerca scientifica, anche ciò che non è misurabile in termini quantitativi.

Brani estratti da: P. Dominici,  “Oltre i cigni neri. L’urgenza di aprirsi all’indeterminato”, FrancoAngeli (2023)

 

La Scienza, il “sapere condiviso” e l’illusione della misurabilità e della quantificazione totale

Accade spesso, troppo spesso, che proprio “quelli che” rivendicano la concretezza, la pratica, la ricerca “vera” – declinata come ricerca della verità e della oggettività (spesso si continua a confonderle) – intendendo, quasi esclusivamente, quella quantitativa e fondata su metodi standardizzati, siano gli stessi che finiscono per ridurre la Scienza a un insieme di procedure tecniche, a una grammatica della misurazione, a una rassicurante architettura di indicatori, parametri e protocolli.

È ciò che nei Paesi anglofoni viene talvolta celebrato come il “mito dell’evidence-based”, e che ho definito, in tempi non sospetti, come “illusione della misurabilità” e “dittatura della concretezza”: l’idea che ciò che non è immediatamente quantificabile, replicabile e standardizzabile sia, di per sé, meno scientifico o addirittura irrilevante.

In questa cornice – che è epistemologica, prima ancora che metodologica – trovano spazio argomentazioni che dichiarano, più o meno esplicitamente, l’inutilità della teoria / delle teorie, dell’epistemologia, dei sistemi di pensiero; talvolta, perfino delle Scienze sociali e dei saperi umanistici. Eppure, paradossalmente, proprio coloro che liquidano la teoria come esercizio sterile non cessano mai di utilizzarla, di presupporla, di evocarla nei loro scritti, divulgativi e scientifici, e perfino nelle loro prese di posizione pubbliche.

Perché – sembra incredibile doverlo esplicitare, ancora una volta, ne parlavo in termini di “falsa dicotomia”, molti anni fa (1995-1996) – non esiste ricerca senza teoria (teorie) che la orienti e le attribuisca significato e che, a sua volta, ne venga orientata. In altri termini, non esiste osservazione senza presupposti ontologici, cognitivi, concettuali, teorici ed epistemologici. Allo stesso tempo, ogni osservazione implica condizioni di possibilità, cornici/gabbie interpretative e strutture cognitive. Non esiste metodo che non sia inscritto in una visione del mondo che, evidentemente, è sempre costituita da sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo.

Le “gabbie” riduzionistiche e il controllo delle definizioni

Il problema non è tanto distinguere tra scienze e pseudoscienze – distinzione comunque necessaria e fondamentale nell’epoca della cd. post-verità –, quanto continuare a immaginare che esistano “Scienze vere” in sé e per sé e altre discipline, al contrario, ontologicamente inferiori.

Questa convinzione, tuttora così diffusa, per non dire egemone, si fonda su una cornice riduzionistica e deterministica che presume di poter definire in maniera inequivocabile cosa sia “Scienza” e quali oggetti siano degni di indagine scientifica.

Ma le differenze tra i campi disciplinari del sapere non riguardano una gerarchia di valore; riguardano la differente natura dei fenomeni indagati: fenomeni sociali, culturali, politici, simbolici, relazionali sono caratterizzati da indeterminatezza, irreversibilità, non replicabilità, emergenza, ambivalenza.

È qui che lo sguardo, il pensiero, l’approccio, l’epistemologia  della complessità diventano decisivi.

Come ho più volte sostenuto, ciò che definiamo “realtà” è caratterizzata da dinamiche non-lineari, mai pienamente osservabili, né tanto meno prevedibili; è una realtà stratificata, relazionale, dinamica, dissipativa, irreversibile. I sistemi sociali, in particolare, sono sistemi complessi adattivi, nei quali le proprietà emergenti svolgono un ruolo dirimente e non sono riconducibili/riducibili alla somma delle parti. Pretendere di applicare, ai sistemi sociali complessi, modelli di spiegazione lineari significa, ancora una volta, non averne compreso la natura.

La Scienza e il dialogo tra i saperi

Basterebbe rileggere la letteratura scientifica tradizionale – dai classici ai contemporanei – per accorgersi che la Scienza è sempre stata dubbio sistematico, confutazione, probabilità, dialogo, contaminazione, attraversamento di confini disciplinari.

I grandi uomini e donne di scienza non hanno mai temuto, né tanto meno rimosso/marginalizzato, il confronto/dialogo (generativo) con la Filosofia, con l’Epistemologia, con le Scienze sociali e umane, anzi (la teoria, con la sua importanza, neanche la voglio evocare qui), al contrario, ne hanno riconosciuto l’importanza e il valore  di risorse epistemiche.

Pur potendo andare molto indietro nel tempo, a partire dal genio di Leonardo Da Vinci, con riferimento al contesto storico-culturale a noi più prossimo, come non rilevare, anche oggi – mi limito soltanto ad alcuni campi disciplinari (hard sciences) – figure autorevoli come Giorgio Parisi (Premio Nobel per la Fisica, per le sue ricerche proprio sui “sistemi complessi”), Fabiola Giannotti, Carlo Rovelli, Guido Caldarelli, Enrico Alleva  e, in passato, straordinarie scienziate come Rita Levi Montalcini e Margherita Hack  – solo per citare alcuni celebri esempi (non  sono pochi per fortuna) –, che hanno sempre mostrato quanto la riflessione teorico-epistemologica e, ancor di più, il dialogo multi/inter/trans-disciplinare siano parte integrante della ricerca scientifica più avanzata.

Il fatto che, da tempo, se ne parli/scriva molto, potrebbe ingenerare/ha ingenerato l’errato convincimento che si tratti di questioni scontate e obiettivi conseguiti, sui quali c’è un consenso unanime. Ma, come non mi stanco di ripetere da trent’anni ormai, non è così, anzi siamo ancora molto, molto distanti: la multi/inter/trans-disciplinarità, l’approccio sistemico alla complessità e, più in generale, la trasversalità disciplinare**, oltre ad essere apertamente ostacolate soprattutto nelle istituzioni educative e formative (per tante ragioni di controllo delle risorse e di potere), vengono utilizzate come criteri per selezionare e valutare (il più delle volte) negativamente le carriere accademico-scientifiche.

La Scienza non è mai stata soltanto “metodo” e/o evidenze empiriche; è sempre stata anche riflessione, profonda e rigorosa, sui propri presupposti.

… … …

Visibilità, neologismi e narrazioni mediatiche

Un’altra criticità riguarda il rapporto tra ricerca, comunicazione e visibilità.

In un contesto ormai globale, pervasivamente interconnesso e interdipendente, nel quale i criteri di credibilità/autorevolezza/successo tendono a spostarsi sempre più (anche) verso parametri di riscontro/consenso mediatico e onlineesposizione, popolarità, capacità di essere sempre nel vivo del dibattito pubblico, di produrre formule accattivanti e soluzioni praticabili (?), di essere sempre più anche “influencer” – , assistiamo, anche nell’ecosistema della ricerca scientifica e, più in generale, della produzione intellettuale, alla proliferazione di neologismi – e di sofisticate strategie mediatiche e social – ad alto impatto comunicativo. Espressioni efficaci, spesso molto ben costruite, che vengono rapidamente riprese dal sistema dei media senza un reale approfondimento delle definizioni operative, dei presupposti teorici e delle questioni collegate.

E, sempre a proposito di “sapere condiviso” (2003), la comunicazione scientifica è, da sempre, questione strategica e decisiva – e lo sarà sempre di più nella Società Ipercomplessama non può trasformarsi, come sta accadendo, in marketing o, peggio ancora, in un marketing anche concettuale, che lascia poco spazio all’approfondimento ed all’analisi critica.

Comunicare la Scienza – e la stessa innovazione tecnologica – significa assumersi una responsabilità (anche) epistemologica e sociale, e non soltanto semplificare/banalizzare/polarizzare per ottenere consenso e popolarità/visibilità, sempre più frequentemente confuse con la fiducia.

Linguaggio, ambivalenza e limiti della definizione

Coloro che disprezzano tutto ciò che è teorico, epistemologico, filosofico, sembrano dimenticare che le argomentazioni a supporto di qualsiasi ricerca e/o evidenza empirica, siano tali; inoltre, ogni linguaggio – anche quello più formale e rigoroso – è il prodotto di convenzioni e scelte arbitrarie.

Perfino i sistemi e gli strumenti di misurazione del tempo, che definiamo “oggettivi”, sono costruzioni storiche e culturali.

Il linguaggio naturale è intrinsecamente ambivalente e territorio di ambiguità, così come gli stessi linguaggi specialistici, pur aspirando alla precisione, non sono mai totalmente immuni da interpretazione.

La pretesa di poter definire ogni “oggetto” di ricerca in modo definitivo, eliminando ogni incertezza e ambiguità, non può che contraddire, perfino minare, i fondamenti stessi della conoscenza scientifica. La Scienza è consapevole dei propri limiti; è fondata sul dubbio sistematico, sull’apertura all’errore, sulla revisione continua delle proprie ipotesi.

“Guardare le persone con le narici”

Quando affermo che alcuni “guardano le persone con le narici”, intendo richiamare una postura epistemologica e culturale: quella di chi osserva dall’alto, convinto di possedere la verità, incapace di mettere in discussione i propri presupposti.

È un atteggiamento che tradisce non soltanto un limite teorico, ma una fragilità democratica.

La conoscenza, se vuole essere davvero scientifica, deve essere sapere condiviso, aperto, dialogico.

Non può ridursi a strumento di distinzione simbolica o di potere accademico.

Superare le logiche di separazione e confinamento dei saperi e delle competenze**

Da oltre trent’anni, sostengo che la sfida decisiva non sia soltanto tecnologica o economica. È culturale, sociale, morale.

Se non saremo capaci di superare le ataviche logiche di separazione, confinamento e reclusione dei saperi e delle competenze, non riusciremo ad affrontare le trasformazioni sistemiche in atto.

La scoperta, anzi, il progressivo disvelamento della dimensione sistemica e relazionale del sociale e del vivente ci spinge a ripensare categorie, approcci, epistemologie, paradigmi:

  • Educazione e formazione alla complessità ed all’imprevedibilità,
  • integrazione tra scienze “dure” e scienze umane e sociali,
  • riconoscimento del valore delle dimensioni simboliche, relazionali, etiche.

Non si tratta di negare l’importanza della misurazione o della ricerca quantitativa che, evidentemente, sono fondamentali. Si tratta di rifiutare il riduzionismo metodologico come unica via legittima/possibile alla conoscenza.

La Scienza – con la S maiuscola – non è controllo totale, né tanto meno certezza assoluta. È apertura all’indeterminato e al non-osservabile. È consapevolezza dei limiti, dell’incompletezza, della nostra condizione di  “razionalità limitata”. È costruzione collettiva di senso.

Ed è qui che si gioca, oggi, la partita più importante.

Tra ricerca “quantitativa” e basata su metodi standard (altro che il tanto citato e inapplicato Mixed-Method), continua ad essere egemone il “mito dell’evidence based” in tempi non sospetti, ne ho parlato in termini di “illusione della misurabilità” e di “dittatura della concretezza” -, che si rivela estremamente funzionale a riaffermare la (apparentemente) perfetta inutilità/marginalità del pensare (non a caso, c’è anche chi pensa/propone di delegare anche il pensare alle cd. macchine intelligenti), del sistema di pensiero adottato, degli approcci, della visione, di Teoria/teorie ed Epistemologia/e (salvo poi evocarle di continuo in pubblico e nelle pubblicazioni)…per arrivare (addirittura!) alla perfetta inutilità delle Scienze Sociali e dei saperi umanistici; quello stesso mito dell’evidence-based che sta estendendo anche i processi di meccanizzazione del lavoro e del pensiero.

Una perfetta inutilità (cit.) che, proprio nella civiltà ipertecnologica dell’automazione e dell’intelligenza artificiale, trova nuova linfa nelle neo-narrazioni / rappresentazioni (non soltanto mediatiche e/o alimentate nell’ecosistema digitale) riduzionistiche, deterministiche e scientiste.

Quello stesso mito dell’evidence-based (da tempo, in pubblicazioni e conferenze scientifiche internazionali, ho proposto e approfondito la definizione di tyranny of concretness) che nutre le nostre culture della valutazione tutte ridotte/ricondotte, ancora una volta, esclusivamente, a criteri e parametri quantitativi: quelle stesse culture della valutazione verso le quali sono, più o meno tutti critici, almeno “a parole”.

Quello stesso mito dell’evidence-based  – legato a quell’illusione della misurabilità (totale) – che fornisce una certa forza argomentativa a “quelli/e” che, nel quadro  di una visione mono-disciplinare e scientista, tendono a riproporre e riaffermare schemi, modelli, paradigmi ormai inadeguati. Dimensioni che andrebbero superate proprio attraverso metodo scientifico e rigore metodologico.

Su questo mito e, naturalmente, sui paradigmi classici rivelatosi ormai inadeguati, quelli che la Scienza “la conoscono e la fanno soltanto loro”, si richiamano esplicitamente – e in maniera, talvolta, paradossale – all’importanza di multi/inter/transdisciplinarità e delle stesse questioni/implicazioni epistemologiche (da loro, mai evocate in precedenza – sarebbe sufficiente verificare le pubblicazioni del passato). Salvo poi, scrivere libri (?) che contraddicono radicalmente quanto professato in pubblico.

Perché “quelli che guardano tutti con le narici” (anche nella Scienza, nella ricerca scientifica, nel mondo accademico italico) sono ancora “dentro” quella cornice (uso un eufemismo), anche rassicurante in termini di controllo e potere (conoscenza) –; sono dentro quelle “gabbie” riduzionistiche e deterministiche – e ritengono di definire/poter definire, in maniera inequivocabile, chi siano i “veri” scienziati, appunto, ma anche chi faccia Scienza e chi non la faccia (scienziati sociali, politici e, più in generale, dell’area umanistica). Insomma, siamo ancora fermi alla distinzione tra “Scienze vere” e le “pseudo-scienze”: altro che multi/inter/trans-disciplinarità.

Da questo punto di vista, quanta incoerenza e quanti pregiudizi, anche in uomini e donne preparati e intelligenti. Fatti che colpiscono ancor di più, dal momento che – lo ribadisco ancora una volta – le questioni evocate riguardano, esclusivamente, la differente “natura”, più o meno sfuggente, irreversibile, non replicabile, non-osservabile e non quantificabile fino in fondo, indeterminata, incommensurabile dei fenomeni e dei processi indagati/investigati.

E, per comprendere quanto siano fuorvianti e inadeguate certe tesi e argomentazioni – presentate, anche queste, come “scientifiche” -, basterebbe andarsi a rileggere/ri-studiare la sterminata letteratura dei grandi classici (non soltanto) che – loro sì – hanno fatto la storia della Scienza e del cammino dell’umanità. Al di là della loro grandezza e autorevolezza, sono sempre andati/vanno sempre alla ricerca del dialogo multi/inter/transdisciplinare e di saperi trasversali, quanto meno nelle implicazioni epistemologiche e di metodo.

Questioni e criticità che, ahimè, riguardano soprattutto il nostro Paese e (forse) pochi altri. Per ragioni che sono ben note e di cui ho scritto molto in questi anni, esponendomi sempre in prima persona.

E poi, sempre tra quelli che guardano tutti con le narici, ci sono “quelli che”, con una tracotante prosopopea, sono convinti, oltre che di avere – come si dice – la “scienza infusa”, di essere, evidentemente, superiori agli altri colleghi, anche degli stessi settori scientifico-disciplinari (salvo poi professarsi modesti e umili nei video e nelle interviste rilasciate), proprio perché loro, e soltanto loro, sanno cosa sia la Scienza; loro, la Scienza, la fanno e non ne parlano/chiacchierano come fanno tutti gli altri colleghi …considerati “inferiori”. Pur essendo sempre in televisione, sui quotidiani e nei social a tentare di fare “divulgazione”, di democratizzare i saperi (così almeno dicono) e, ancor più in maniera paradossale, scrivendo libri teorici presentati sempre come “scientifici”. E pensare che divulgazione e comunicazione sono questioni davvero molto serie e determinanti, per anni sottovalutate. La comunicazione della scienza e quella dell’innovazione tecnologica sono a dir poco, strategiche e di vitale importanza, e lo saranno sempre di più in futuro (ipercomplessità).

Alla faccia della coerenza e delle aperture che evocano quasi compulsivamente (excusatio non petita…), sono gli stessi che, pur disprezzando tutto ciò che è teorico, astratto, epistemologico, filosofico (non sia mai…), oltre che legato ai linguaggi specialistici, all’interpretazione ed alla comprensione; pur disprezzando tutto ciò che non studiano in prima persona o tutto ciò che non viene indagato secondo i loro specifici criteri/metodi, sono convinti – senza che alcun tipo di dubbio li sfiori minimamentedi aver definito/di poter definire tutto, ogni loro “oggetto d’indagine” e di ricerca, senza alcuna possibilità di ambiguità e ambivalenza.  In altre parole, con poca consapevolezza che, già queste due dimensioni, siano insite nel nostro “linguaggio naturale”, oltre che, appunto, negli stessi linguaggi specialistici che, anche laddove (più) esatti, rigorosi, “oggettivi”, sono sempre – non è inutile ribadirlo – il prodotto multidimensionale di arbitrio e convenzione. Anche quelli che utilizziamo per misurare il tempo che, nonostante questo, definiamo “oggettivo”.

In altre parole… sono gli stessi/le stesse che sanno esattamente tutto (contraddicendo proprio i fondamenti della Scienza e del sapere scientifico cui si richiamano continuamente), sono convinti di sapere tutto e, soprattutto, di non dover mettere in discussione nulla.

Utilizzano ipotesi, tesi, argomentazioni teoriche, epistemologiche, astratte (come tutti) e, più in generale, filosofiche, per dimostrare il valore e il senso dei loro studi e ricerche (e mi chiedo: come potrebbero fare altrimenti?); le utilizzano nei libri che pubblicano e nei programmi cui partecipano.

Allo stesso modo, (quasi sempre) sono quelli che pretendono che i loro campi di studio e ricerca  non possano essere attraversati / neanche evocati da colleghi  e colleghe di altri settori scientifico-disciplinari, salvo poi avventurarsi loro in dibattiti, temi e questioni che, secondo la logica da loro stessi adottata, non dovrebbero frequentare. E, invece, su tali temi e questioni, esterni ai loro ambiti di ricerca, si avventurano eccome… con l’aura di essere, in ogni caso, “scienziati duri” che, però, in questi casi, vanno ad occuparsi di temi e questioni che non possono essere studiati e investigati con gli stessi criteri, metodi, strumenti. Ma, soprattutto, che richiedono approcci, epistemologie e metodologie differenti.

Com’era quella “storia”/narrazione della Scienza fondata sul dubbio sistematico, sull’incertezza e su tutta una serie di consapevolezze fondamentali… teorico-filosofiche ? “So di non sapere”… quante volte, proprio queste parole, e il peso che portano con loro, sono sulla bocca di chi ancora non si è accorto/a che, per fortuna, la Scienza (con la S maiuscola) sta percorrendo altre strade, dischiudendo orizzonti e prospettive del tutto inedite e inesplorate. E, come ripeto da trent’anni ormai, se non saremo capaci di superare certe ataviche logiche di separazione, confinamento e reclusione dei saperi e delle competenze, non andremo lontano.

E mi riferisco non allo sviluppo tecnologico ed economico, bensì a quello sociale, culturale e morale dell’umanità.

 

Un approccio, un’epistemologia e percorsi di ricerca dal 1995

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Come sempre, condivido alcune pubblicazioni, sia divulgative che scientifiche:

Links to articles peer reviewed

By Prof. Piero Dominici

I share with pleasure a (very) short selection of scientific publications:

 

  1. “Anatomies and Dynamics of the Society-Mechanism: Among Myths of Simplification, Facilitation and Disintermediation”, in “Chaos, Complexity and Sustainability in Management”

https://academia.edu/resource/work/121248616

Copyright: © 2024

ISBN13: 9798369321256ISBN13

DOI: 10.4018/979-8-3693-2125-6.ch001

#ScientificBooks #Series

 

  1. Dominici P., “Human Hypercomplexity: Error and Unpredictability in Complex Multi-Chaotic Social Systems”,

 Elsevier, Academic Press, ISBN: 9780323900324 – 1st Edition – 2022.

#PeerReviewed

➡️ https://academia.edu/resource/work/122389588

 

  1. Anatomies and Dynamics of the Society-Mechanism: Among Myths of Simplification, Facilitation and Disintermediation”

➡️ https://academia.edu/resource/work/121248616

 

🇺🇳📖🖋️ #Essay

  1. ➡️ “Sustainability Is Social Complexity: Re-Imagining Education toward a Culture of Unpredictability”, in “Sustainability”, 2023, 15,16719.

PDF https://mdpi-res.com/d_attachment/sustainability/sustainability-15-16719/article_deploy/sustainability-15-16719.pdf?version=1702278058

 

  1. Beyond the Emergency Civilization: The Urgency of Educating Toward Unpredictability”

in Higher Education in Emergencies: Best Practices and Benchmarking

ISBN: 978-1-80117-379-7, eISBN: 978-1-80117-378-0

🌐PDF:  https://academia.edu/resource/work/122389588

 

6.“Democracy is Complexity. Social Transformation from Below”

https://oajournals.fupress.net/index.php/smp/article/view/15009 , in SMP

#OpenAccess #PeerReviewed

 

  1. (2023), “Beyond the Emergency Civilization: The Urgency of Educating Toward Unpredictability”, Sengupta, E. (Ed.) Higher Education in Emergencies, Emerald Publishing Limited, Leeds, pp. 25-45. 

https://www.academia.edu/121247944/Beyond_the_emergency_civilization_the_Urgency_of_edUcating_toward_UnpredictaBility

 

  1. “From Emergency to Emergence. Learning to inhabit complexity and to expect the unexpected”, in

Pdf  https://academia.edu/resource/work/99942554

2.  “Beyond the Darkness of our Age. For a Non-Mechanistic View of Complex Organization as Living Organisms” in #RTSA

http://rtsa.eu/RTSA_2_2022_Dominici.pdf?fs=e&s=cl #PeerReviewed

 

“The distinction between ‘society-mechanism’ and ‘society-organism’ – on which I have been working and doing research for many years – is linked to the confusion we continue to make, in educational, social, economic, social and cultural terms, between ‘complicated systems’ (manageable, predictable) and ‘complex systems’ (unpredictable, irreversible and marked by ‘emergent properties’).

La distinction entre “société-mécanisme” et “société-organisme” – sur laquelle je travaille et fais des recherches depuis de nombreuses années – est liée à la confusion que nous continuons à faire, en termes éducatifs, sociaux, économiques, sociaux et culturels, entre “systèmes compliqués” (gérables, prévisibles) et “systèmes complexes” (imprévisibles, irréversibles et marqués par des “propriétés émergentes”)”

 

  1. Dominici, P. The weak link of democracy and the challenges of educating toward global citizenship. Prospects (2022). UNESCO

https://link.springer.com/article/10.1007/s11125-022-09607-8#citeas

Springer Nature – #PeerReviewed

https://doi.org/10.1007/s11125-022-09607-8

 

 

Research Article

 

  1. The Digital Mockingbird: Anthropological Transformation and the “New Nature”, in World Futures.The Journal of New Paradigm, Routledge, Taylor & Francis, Feb. 2022.

https://doi.org/10.1080/02604027.2022.2028539

https://www.academia.edu/71030619/Research_Article_The_Digital_Mockingbird_Anthropological_Transformation_and_the_New_Nature

 

  1. “La Gran Equivocación: Replantear la educación y la formación virtual para la “sociedad hipercompleja”, in “Comunicación y Hombre”.Número 18. Año 2022

https://academia.edu/resource/work/71194859                  #PeerReviewed

 

  1. Beyond the Darkness of our Age. For a Non-Mechanistic View of Complex Organization as Living Organisms” in RTSA

http://rtsa.eu/RTSA_2_2022_Dominici.pdf?fs=e&s=cl #PeerReviewed

 

  1. “From Below: Roots and Grassroots of Societal Transformation, The Social Construction of Change”, 2021

“That systemic change must begin from grassroots communities and single individuals and groups, and by definition can never be a top-down imposition, implicates a necessary rethinking of our educational institutions, which are still based on logics of separation and on “false dichotomies” (quote)

http://cadmusjournal.org/article/volume-4/issue-5/essay5-social-construction-change

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  1. “Educating for the Future in the Age of Obsolescence”,

This article was peer-reviewed and selected as one of the “outstanding papers” presented at the 2019 IEEE 18th International Congress.

https://academia.edu/resource/work/44784439

 

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  1. For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the Human and the technological*”  #PeerReviewed

https://link.springer.com/article/10.1007/s40309-017-0126-4/    in European Journal of Future Research, SPRINGER Nature

  1. A New Paradigm in Global Higher Education for Sustainable Development and Human Security”, November, 2021 | BY G.JACOBS, J. RAMANATHAN, R. WOLFF, R.PRICOPIE, P.DOMINICI, A.ZUCCONI, in CADMUS

https://www.cadmusjournal.org/article/volume-4/issue-5/new-paradigm-global-higher-education

 

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  1. “Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era”

https://www.academia.edu/44785185/Controversies_about_Hypercomplexity_and_Education_cvs_15_11dom                           #PeerReviewed

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  1. “Communication and the SOCIAL PRODUCTION of Knowledge. A ‘new social contract’ for the ‘society of individuals’

https://academia.edu/resource/work/44804068                          #Research #PeerReviewed

 

  1. “Education, Fake News and the Complexity of Democracy”.

 

“The real problems we are facing today are not the fake news, post-truths, deep fakes, or disinformation of various kinds and origins, but a socially constructed pre-disposition to conformism; in short, the decline of democracy. These are not problems merely of technology and cannot be solved by technology alone” (quote).

https://www.francoangeli.it/Riviste/schedaRivista.aspx?IDArticolo=61331&Tipo=Articolo%20PDF&lingua=it&idRivista=177                            #PeerReviewed

https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2018/05/11/fake-news-and-post-truths-the-real-issue-is-how-democracy-is-faring-lately

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An approach, an epistemology and research since 1995

[1] Si vedano, in particolare, su tali questioni: Dominici P., 1996-2026; tra pochi giorni, dopo qualche anno di studio e duro lavoro (come sempre), sarà pubblicata l’Edizione in lingua inglese della monografia scientifica “Oltre i cigni neri. L’urgenza di aprirsi all’indeterminato” (2023), dal prestigioso editore accademico-scientifico Springer Nature. Il libro uscirà con il seguente titolo: “BEYOND BLACK SWANS. INHABITING INDETERMINACY” (2026); Blastland M. (2019), The Hidden Half. How the World Conceals its Secrets, trad.it. La metà nascosta. Le forze invisibili che influenzano ogni cosa, Bollati Boringhieri, Torino 2021.

 

Immagine: opera di Leonardo Da Vinci, L’Uomo vitruviano