Dentro la Società Ipercomplessa e interconnessa: rischi e opportunità della “nuova” complessità sociale

Razionalità (sempre più) limitata e vulnerabilità dominano i sistemi sociali e le organizzazioni complesse, che si mostrano sempre più caotici e disordinati, segnati da profonde contraddizioni e da un’ambivalenza dei processi produttivi, economici e culturali.

Questa ulteriore fase di mutamento, legata all’avvento dell’economia interconnessa della condivisione (?), pone alla nostra attenzione alcune questioni fondamentali – che chiamano in causa direttamente le sfide epistemologiche ed educative della civiltà dell’automazione, della simulazione e dell’intelligenza artificiale –  anche in materia di cittadinanza e democrazia. In discussione, almeno potenzialmente, ci sono nuove opportunità di emancipazione offerte dalla conoscenza diffusa che alimenta le reti di protezione e promozione sociale: si intensificano i legami di interdipendenza e di interconnessione, anche se alcuni osservatori continuano ad ipotizzare la possibile fine del legame sociale.

Il vecchio modello industriale costituito da assetti consolidati, gerarchie, logiche di controllo e di chiusura al cambiamento sta per essere scardinato dal nuovo ecosistema della conoscenza.

Viviamo, d’altra parte, in un’epoca sempre più segnata dalla frantumazione dei sistemi di appartenenza e credenza – veri e propri produttori di identità individuali e collettive – e  dalla conseguente affermazione di valori individualistici e utilitaristici. Una sorta di “tirannia dell’individuo” (Todorov) che si presenta come vera e propria forza centrifuga in grado di corrodere i legami dei sistemi sociali, testandone costantemente la resilienza.

Un processo di progressivo indebolimento e sfaldatura che trova ulteriori conferme nel diffuso deficit di partecipazione sociale e politica a sua volta alimentato da un clima di sfiducia generale nei confronti di tutte le istituzioni (formali e informali), in passato uniche responsabili della trasmissione dei sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo.

L’individualismo dominante nei nostri sistemi sociali è l’esito, per certi versi inevitabile, del processo/progetto di emancipazione portato avanti nel corso della modernità.

Un processo di emancipazione delle masse, prima, del Soggetto, poi, che se, da un lato, ha accresciuto gli spazi di libertà e ha portato al riconoscimento di alcuni diritti fondamentali (almeno in linea teorica), dall’altro ha contribuito ad indebolire i vincoli e i legami di appartenenza alla Comunità.

Il trionfo di un Soggetto, non soltanto libero di ma anche libero da, ha determinato, paradossalmente, in un’epoca che sembra segnata da maggiori opportunità di emancipazione e potenzialità comunicative – anche se si fa spesso confusione tra comunicazione e connessione – uno scollamento del tessuto sociale, costituito da persone sempre più “isolate” nell’affrontare (abitare*) tale complessità.

Quella contemporanea è un’epoca in cui i meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione (vedi anche concetto di capitale sociale) – struttura portante, insieme ai rapporti economici e di potere – sono stati messi a dura prova anche da processi di precarizzazione che hanno reso l’instabilità condizione esistenziale.

L’ipotesi di fondo, su cui vogliamo provare a ragionare, è la seguente: al di là della profonda crisi/incerta transizione economica (che non ha radici esclusivamente economiche, anzi!), la fase che stiamo vivendo è particolarmente drammatica soprattutto perché le persone avvertono chiaramente questo rischio di “fine del legame sociale” che, paradossalmente, si manifesta proprio nella cosiddetta “società della comunicazione” dov’è, molto semplicemente, “impossibile non comunicare”(?).

Dove le distanze sembrano annullate (sembrano…) e la prossimità è (iper)simulata.

In questo scenario così complesso, incerto e articolato, la comunicazione, intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza, e le nuove forme di produzione sociale sembrano poter essere in grado di determinare nuove opportunità di inclusione e cittadinanza, facendo riguadagnare una certa autonomia alla sfera pubblica rispetto alla politica. Ma la strada da percorrere è ancora lunga e piena di ostacoli, al di là della ben note questioni del digital divide, dell’alfabetizzazione e delle competenze comunicative e socioculturali necessarie.

Perché a fare la differenza nel nuovo ecosistema della conoscenza e della comunicazione, perfino nel mondo on line – che non va pensato come un mondo “altro” – saranno sempre i contenuti e gli utilizzi degli strumenti comunicativi (che sono e vanno pensati/studiati anch’essi come “ambienti”), oltre alla gestione consapevole dei processi.

Come abbiamo avuto modo di scrivere più volte, nella Società Ipercomplessa (Dominici, 2003, 2005 e 2011), la comunicazione, intesa come “processo sociale di condivisione della conoscenza”,  ha assunto definitivamente una centralità strategica in tutte le sfere della prassi, a tal punto che «considerando fondata l’equazione conoscenza = potere, ne consegue che tutti i processi, le dinamiche e gli strumenti finalizzati alla condivisione della conoscenza non potranno che determinare una condivisione del potere o, comunque, una riconfigurazione dei sistemi di potere. La comunicazione, dunque, costituisce il pre-requisito fondamentale per la riduzione della complessità, la gestione del rischio, la mediazione dei conflitti, il governo di quella imprevedibilità connaturata ai sistemi stessi».

La sfida, non soltanto conoscitiva, a questo tipo di (iper)complessità (= dimensione sistemica e relazionale del Vivente e del Sociale) va portata uscendo dalle vecchie “torri d’avorio”, oltre le sabbie mobili del “pensiero disgiuntivo” e oltre quelle che ho definito “false dicotomie”; abbandonando gli altrettanto vecchi paradigmi del “determinismo monocausale” per abbracciare definitivamente, e con coraggio, una nuova epistemologia e una visione/prospettiva sistemica della e sulla complessità (Dominici, 1995 e sgg.). E si tratta, allo stesso tempo, di (provare a) ri-definire il concetto stesso di conoscenza e di ripensare – oltre che il pensiero stesso…”ripensare a come pensiamo“, come ripeto ogni volta! – i metodi e gli strumenti che intendiamo adottare per raggiungerla/conseguirla/confutarla/condividerla etc.

E, nel far questo, recupero una mia definizione, utilizzata – in maniera estesa e ulteriormente elaborata – in alcune pubblicazioni scientifiche internazionali. Una definizione che, in ogni caso, è sempre suscettibile di ulteriori modifiche e aggiornamenti:

La conoscenza non è un oggetto né un dato, né tanto meno una sequenza di dati, ma un processo relazionale, incarnato e sistemico, che emerge dall’interazione tra esseri umani, tecnologie e contesti/ecosistemi, e richiede responsabilità, cooperazione e consapevolezza epistemologica”.

Perché la complessità, oltre che intimamente correlata alle dimensioni conoscitive, epistemologiche, al sistema di pensiero ed allo sguardo adottato, è un “dato di fatto”! E’ caratteristica costituiva degli “aggregati organici” (organismi).

Pertanto, non si tratta di essere – come sempre accade in questi casi – pro o contro o, peggio ancora, di presentarla/rappresentarla come qualcosa di “esterno”, una esternalità”, di più, addirittura una “minaccia”…E dobbiamo lavorare molto a livello culturale (a partire da istruzione – meglio “educazione” – e formazione) e, nello specifico, di cultura della comunicazione (condivisione, accesso, trasparenza, semplificazione —cittadinanza—democrazia), affinché tale complessità si configuri e costituisca (concretamente) una opportunità; ancor di più in una fase delicata come quella attuale, in cui c’è anche chi tenta di farne un “uso” strumentale allo scopo di ostacolare e rendere inefficace il cambiamento sistemico (dal basso).

Il rischio è anche quello di pensare che l’innovazione tecnologica (senza cultura, senza una “cultura della complessità”) possa risolvere ogni problema: in questo caso “il mondo nella rete” costituirebbe un’opportunità/risorsa solo per le élites (ancora una volta, la Scuola è strategica), con effetti di riproduzione delle disuguaglianze conoscitive e culturali (asimmetrie).

È tempo di ripensare l’umano e la sua interazione sistemica, per certi versi, ambigua con la tecnica  e il tecnologico, magari evitando di confondere “autonomia” e “automazione”: un’interazione da cui non può che scaturire una sintesi complessa di cui non siamo ancora in grado di valutare prospettive, sviluppi e implicazioni. Tra forze dell’interdipendenza e forze della frammentazione. Tra inclusività ed esclusività, dentro asimmetrie che corrono lungo traiettorie discontinue.

Occorre, pertanto, essere consapevoli – non soltanto a parole e nel discorso pubblico – che il futuro è di chi riuscirà a ricomporre la frattura tra l’umano e il tecnologico (1996), di chi riuscirà a ridefinire e ripensare la relazione complessa tra naturale e artificiale; di chi saprà coniugare (non separare) conoscenze e competenze (ibidem); di chi saprà coniugare, di più, fondere le “due culture” (umanistica e scientifica –> Snow) sia a livello di educazione e formazione, che di definizione di profili e competenze professionali. Andando oltre quelle che, in tempi non sospetti, avevamo definito le «false dicotomie» (ibid. e sgg.): natura vs. cultura; naturale vs. artificiale; umano vs. tecnologico; Cultura vs. Tecnologia (Tecnologia è Cultura); teoria vs. ricerca/pratica; formazione scientifica vs. formazione umanistica; pensiero/ragione vs. emozioni; Pensiero vs. Azione; ragione vs. creatività/immaginazione; corpo vs. mente (Bateson, 1972); complessità vs. specializzazione; interdisciplinarità vs. specializzazione; conoscenze vs. competenze; forma vs contenuto, hard skills vs. soft skills.

Occorre correggere radicalmente la strutturale inadeguatezza e le clamorose miopie che caratterizzano, da sempre, le istituzioni e i “luoghi” responsabili della definizione e costruzione delle condizioni di emancipazione sociale, non soltanto promuovendo un’educazione critica alla complessità, all’imprevedibilità e alla responsabilità (fin dai primi anni di Scuola), ma premiando e incoraggiando, nei fatti e non soltanto nei documenti istituzionali, l’interdisciplinarità e la transdisciplinarità anche, e soprattutto, a livello della ricerca scientifica.

Riportando l’Umano (e, quindi, anche l’errore e la possibilità di sbagliare), le emozioni, il creativo, l’immaginario, il vitale dentro i luoghi dell’educazione e della formazione e dentro gli spazi relazionali e comunicativi che li caratterizzano. Ciò avrebbe ricadute significative sui percorsi didattico-formativi e la ben nota “formazione dei formatori”.

Occorre prendere definitivamente coscienza che il vero “fattore” strategico del cambiamento e dei processi di innovazione è il “fattore” sociale, culturale, umano: una variabile complessa in grado, nel lungo periodo, di innescare e accompagnare i processi economici, politici, sociali. Per abitare l’ipercomplessità, e non subirla!

È tempo di ricomporre alcune fratture che caratterizzano non soltanto i saperi, le conoscenze, le competenze, i paradigmi, nella consapevolezza della natura intrinsecamente collettiva, condivisa e collaborativa della conoscenza.

Consapevoli della ben nota impossibilità di una conoscenza realmente avalutativa, cercheremo di osservare e provare a comprendere questa (iper)complessità con uno sguardo critico e, talvolta, con disincanto…FUORI DAL PRISMA!

Vi ringrazio per il tempo dedicato e Vi auguro buona/e riflessione/i.

N.B. Condividete e riutilizzate pure i contenuti pubblicati ma, cortesemente, citate sempre gli Autori e le Fonti anche quando si usano categorie concettuali e relative definizioni operative. Condividiamo la conoscenza e le informazioni, ma proviamo ad interrompere il circuito non virtuoso e scorretto del “copia e incolla”, alimentato da coloro che sanno soltanto “usare” il lavoro altrui. Le citazioni si fanno, in primo luogo, per correttezza e, in secondo luogo, perché il nostro lavoro (la nostra produzione intellettuale) è sempre il risultato del lavoro di tante “persone” che, come NOI, studiano e fanno ricerca, aiutandoci anche ad essere creativi e originali, orientando le nostre ipotesi di lavoro.

I testi che condivido sono il frutto di lavoro (passione!) e ricerche e, come avrete notato, sono sempre ricchi di citazioni. Continuo a registrare, con rammarico e una certa perplessità, come tale modo di procedere, che dovrebbe caratterizzare tutta la produzione intellettuale (non soltanto quella scientifica e/o accademica), sia sempre meno praticata e frequente in molti Autori e studiosi.

Dico sempre: il valore della condivisione supera l’amarezza delle tante scorrettezze ricevute in questi anni. Nei contributi che propongo ci sono i concetti, gli studi, gli argomenti di ricerche che conduco da vent’anni: il valore della condivisione diviene anche un rischio, ma occorre essere coerenti con i valori in cui si crede.

Un approccio, un’epistemologia e percorsi di ricerca dal 1995

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