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Associazionismo e volontariato: produttori di capitale sociale e indicatori di una cittadinanza attiva e partecipata. Il potere virtuoso delle reti sociali

Associazionismo,volontariato, capitale sociale: tre concetti fondamentali, tre questioni assolutamente cruciali e strategiche per la qualità della democrazia – sulle quali non si registra ancora sufficiente consapevolezza, e non solo da parte della politica – che, da Tocqueville a Putnam, passando per Bourdieu e Coleman (chiariamo subito che i riferimenti bibliografici su tali argomenti, magari sviluppati facendo riferimento ad altre categorie concettuali, è davvero sterminata, oltre che antecedente allo stesso Tocqueville), hanno prodotto una letteratura scientifica complessa e articolata di area sociologica, politologica ed economica, ricca di riferimenti “classici”. Tre questioni cruciali che, come la ricerca sociale ha ampiamente evidenziato, rappresentano preziosi indicatori di una cittadinanza attiva e non subita. A tal proposito, non è inutile ricordare come associazionismo e volontariato siano un settore strategico anche dal punto di vista economico che, pur con qualche criticità, costituisce a tutti gli effetti uno degli assi portanti dell’economia dei servizi e della conoscenza, a livello nazionale e internazionale. A maggior ragione, in una fase storica, come quella attuale, di straordinario mutamento sociale, economico, politico e culturale, strutturalmente caratterizzata e segnata, tra i tanti aspetti, dalla più volte richiamata crisi del welfare state e dai processi di precarizzazione che hanno reso la precarietà e l’instabilità condizioni esistenziali. A tali processi, che hanno intaccato le reti di promozione e di protezione sociale alla base dei meccanismi vitali della fiducia e della coesione sociale, si aggiunga il progressivo indebolimento del legame sociale su cui avevamo scritto anche in un precedente post (anche su questo argomento c’è tanta letteratura). Fatta questa doverosa premessa – utile per chiarire da subito la rilevanza dei temi oggetto di questo post (sui quali torneremo anche in futuro) – assume ancor più significato, non solo in termini di visibilità e riconoscibilità pubblica, l’apertura del Festival del Volontariato che si tiene nella bella cornice di Lucca, da oggi fino al 13 aprile. Tanti e tipologicamente diversi i soggetti coinvolti e altrettante le questioni oggetto di dibattito nel corso di questa tre giorni che si preannuncia molto stimolante. Forse, questa volta, con una rinnovata consapevolezza dell’importanza del “fare rete” e del ragionare/pianificare seguendo una logica di sistema.

Tra le tante iniziative interessanti, segnalo l’interessante (e importante) iniziativa della Protezione Civile #SocialProciv / Comunicare l’emergenza coi social media: un tema particolarmente importante, quello della comunicazione del rischio/emergenza, a cui sono legato da tempo – e mi riferisco non soltanto alla ricerca condotta sul terremoto dell’Aquila proprio nel 2009 – e di cui continuo ad occuparmi.

Ne riporto un brano (2009) – per stimolare commenti, riflessioni e, soprattutto, definire e valorizzare “affinità”…

«Ma il terremoto del 6 aprile – come già accennato – è stato anche un evento straordinariamente significativo in quanto anticipatorio di tutta una serie di dinamiche e processi comunicativi e informativi che hanno messo a durissima prova la tenuta complessiva del sistema dell’informazione, in generale, e la grande stampa, in particolare, aprendo oltretutto spazi nella prassi comunicativa tuttora inesplorati. E questo pur essendoci stati altri “crolli” epocali, non causati dalle cd. forze della natura, che hanno già contribuito a ridefinire lo spazio simbolico e la percezione collettiva del rischio, dell’incertezza, del reale. Numerose ricerche empiriche – a cui si è fatto riferimento nel corso del lavoro – hanno messo in luce come le notizie che appaiono e scompaiono dalla copertura offerta dal media system, appaiono e scompaiono dal nostro orizzonte conoscitivo, rendendo problematica l’acquisizione e l’elaborazione di informazioni. Farsi un’opinione su qualcosa diventa estremamente più complicato se non ne conosciamo l’esistenza; d’altra parte, questa complessa dinamica improntata su criteri di gerarchia nell’accesso, nella  gestione ed elaborazione delle informazioni, sta per essere definitivamente scompaginata dalle reti informatiche, dai social networks, dai blog, dai forum, dai telefonini e dai video cellulari  e da tutte le nuove forme dell’interazione mediata, legate alle opportunità offerte dalla Network Society, dal wireless world e da quella che alcuni hanno già definito la Mobile Age. In particolare, le tecnologie senza fili si sono confermate in grado di ridisegnare ulteriormente i confini di sfera pubblica e sfera privata, oltre a riconfigurare le caratteristiche dello stesso legame sociale e le dimensioni dell’azione sociale, la cui analisi e interpretazione, di conseguenza, si fanno sempre più complicate. Da questo punto di vista, è necessaria una precisazione: la “nuova” complessità sociale, al di là dell’impatto della tecnologia sulla prassi, richiede in ogni caso un ripensamento dei modelli teorico-interpretativi ed una ridefinizione delle tradizionali categorie concettuali anche, e soprattutto, allo scopo di supportare meglio la dimensione empirica della ricerca. La sfera dell’azione sociale si dilata ancora una volta perché le nuove tecnologie senza fili, insieme al Web 2.0, determinando un radicale cambiamento nel flusso, continuo e globale, delle informazioni, possono senza dubbio contribuire anche a potenziare le capacità di mobilitazione delle singole persone e di tutti gli attori sociali individuali e collettivi: a tal proposito, c’è anche chi, come Howard Rheingold, ha parlato di potere delle “moltitudini mobili”(smart mobs).  Questo processo di disintermediazione e di ribaltamento delle gerarchie vigenti nel sistema dell’informazione si è verificato significativamente anche nel terremoto dell’Aquila: infatti, i primi flussi informativi a generarsi, in ordine di tempo e nell’immediatezza dell’evento, sono stati proprio quelli autonomi, indipendenti, provenienti “dal basso” e legati al mondo della Rete e dei social networks, oltre che dei cellulari naturalmente (almeno nei momenti in cui c’era campo). Questo fenomeno merita la massima attenzione e considerazione anche da parte della comunità scientifica, in quanto costituisce l’ennesimo elemento di innovazione rispetto al passato, che può perfino contribuire alla definizione di nuove strategie di azione in presenza di crisi, emergenze o catastrofi anche di dimensioni più imponenti come quelle che hanno sconvolto p.e. Haiti e il Cile».