“Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.”
George Orwell, presentazione de La fattoria degli animali, 1945
Ho atteso un po’ di tempo — alcuni anni — prima di pubblicare questa riflessione nella sua interezza. Altrimenti, sarebbe stato fin troppo facile, oltre che controproducente rispetto agli obiettivi che mi pongo, risalire a quali dinamiche, a quali contesti, a quali persone mi riferissi. Ma il tempo, come sempre, restituisce…almeno in parte. E certi silenzi — quelli imposti, quelli strumentali, quelli delle comunità e delle reti chiuse — vanno contrastati, non subiti. Mai ci sarà, dal sottoscritto, alcun tipo di silenzio-assenso.
Il silenzio come atto politico e cognitivo nella società ipercomplessa
Ogni tanto, pur avendolo fatto spesso negli anni, non posso non tornare a riflettere su una delle grandi rimozioni della nostra epoca: il silenzio.
Non l’assenza di rumore — cosa banale e, ormai, quasi impossibile da perseguire — bensì il silenzio inteso come postura epistemologica, come gesto cognitivo, come atto di resistenza culturale e, in ultima analisi, come condizione necessaria per l’esercizio di un pensiero davvero critico e complesso (Dominici, 1995 e sgg.).
Un silenzio che, paradossalmente, è anche un atto comunicativo di grandissima rilevanza sociale e politica, e che la civiltà ipertecnologica e iperconnessa — nella sua corsa verso la velocità, il rumore continuo, la visibilità permanente — ha progressivamente marginalizzato, quasi criminalizzato, sostituendolo con la produzione incessante di contenuti, di segnali, di presenze digitali.
Ma esiste un altro silenzio, di segno opposto e di ben più grave portata: il silenzio “imposto”. Il silenzio come strumento di potere.
Il silenzio come arma di esclusione, di invisibilizzazione, di controllo. È di questo secondo silenzio — quello delle reti chiuse, delle cordate accademiche, delle logiche feudali e corporative che ancora governano, in profondità, i sistemi della conoscenza e della valutazione — che occorre parlare con altrettanta chiarezza e senza reticenze. Fondamentale parlarne e far sapere: mai vergognarsi delle ingiustizie subite.
La tirannia del rumore e la spirale dell’irrilevanza
Viviamo in una condizione che potremmo definire di ipersaturazione comunicativa: un ecosistema in cui tutto parla, tutto urla, tutto vuole essere visto e condiviso, tutto aspira alla visibilità, alla viralità, al consenso immediato. Come ho scritto più volte nella mia produzione scientifica, ci siamo progressivamente convinti — e questa è una delle “grandi illusioni della civiltà ipertecnologica” (Dominici, 1996) — che la quantità di voci, di stimoli, di connessioni, equivalga a partecipazione democratica, a conoscenza condivisa, a intelligenza collettiva.
È, al contrario, l’esatto opposto. La riduzione di tutto alla dimensione quantitativa — il numero di followers, di visualizzazioni, di citazioni, di condivisioni — non è soltanto una questione di metrica culturale distorta: è un meccanismo di potere** che orienta e determina l’allocazione di risorse, carriere, agende di ricerca. Un potere che agisce attraverso il rumore, che si perpetua attraverso la saturazione degli spazi cognitivi e relazionali, che si consolida attraverso l’eliminazione progressiva di ogni possibilità di silenzio autentico, di riflessione, di pensiero lento e profondo.
La spirale del silenzio* — concetto fondamentale nella tradizione della Communication Research, da Elisabeth Noelle-Neumann in poi — ci ha insegnato come le minoranze, per paura dell’isolamento sociale, tendano a non esprimere le proprie opinioni quando le percepiscono in contrasto con quelle dominanti. Ma ciò che oggi osserviamo è qualcosa di più radicale e strutturale: non soltanto chi è in minoranza tace, ma il silenzio critico *tout court* viene stigmatizzato. Chi non produce contenuti in tempo reale, non esiste. Chi non è visibile nelle reti giuste, non conta. Una logica, questa, che ho definito fin dagli anni Novanta come profondamente connessa all’egemonia di un modello culturale che confonde la *connessione* con la *comunicazione*, la *visibilità* con la *credibilità*, il *rumore* con il *sapere*.
Le reti: architetture del potere e spazi di possibilità (e di esclusione)
Le reti — nella loro duplice accezione di infrastrutture tecnologiche e di strutture sociali e relazionali — sono, al tempo stesso, i luoghi in cui il potere del rumore si esercita con maggiore intensità e i luoghi in cui il silenzio può diventare il più potente atto di resistenza e di autonomia. Ma sono anche, e non possiamo fingere di non vederlo, i luoghi dove il potere si organizza in forme di esclusione sistematica, sofisticate quanto spietate.
Nell’evoluzione degli ecosistemi sociali interconnessi (Dominici, 1996 e sgg.), le reti non sono mai strumenti neutri: sono architetture che producono asimmetrie, che moltiplicano le possibilità di inclusione ed esclusione, che definiscono chi è dentro e chi è fuori, chi parla e chi è costretto a tacere.
La *Società Asimmetrica* — concetto che ho elaborato nel corso di decenni di ricerca — si realizza proprio in questo spazio relazionale e digitale, in cui le reti sembrano aprire possibilità illimitate ma di fatto le concentrano, le controllano, le gerarchizzano secondo logiche feudali e corporative molto più antiche e resistenti di qualsiasi rivoluzione tecnologica.
La rivoluzione digitale, le tecnologie della connessione e le architetture della Rete stanno modificando in profondità strutture ed ecosistemi, accrescendo la dimensione di ciò che è tecnicamente controllabile; tuttavia, difficilmente riusciranno a modificare un modello sociale e culturale che è ancora feudale e asimmetrico*. Un modello fondato su logiche di “esclusività” e controllo totale, che si traduce nella ricerca quasi ossessiva del definire chi “è dentro” da chi “è fuori” rispetto a certe reti e corporazioni; nella costruzione di classifiche dei presunti “migliori” in tutti i settori, di cui spesso fanno parte amici o, comunque, persone vicine per appartenenze e fedeltà. Un modello che — e qui entra in gioco il secondo silenzio, quello imposto — usa l’invisibilizzazione come strumento di potere.
Il silenzio come arma: le reti chiuse e l’invisibilizzazione del sapere
Occorre dirlo con chiarezza, senza eufemismi e senza reticenze, perché il problema non riguarda soltanto la mia esperienza personale — pur essendo anche quella — ma tutti coloro che sono “trasversali”, troppo indipendenti, troppo aperti, non allineati ai feudi ed alle cordate dominanti.
Ti hanno ostacolato per anni in tutti i modi possibili, provando a farti terra bruciata intorno, provando a screditare la Persona, dopo aver miseramente fallito il tentativo fatto con i tuoi studi e ricerche. Hanno provato a renderti invisibile**: non citando mai i tuoi studi e le tue ricerche, facendo pressione sui colleghi perché facessero altrettanto; cosicché, persino quando usano parafrasare per intero i tuoi lavori — con gli stessi passaggi logico-argomentativi, talvolta perfino gli stessi riferimenti bibliografici in sequenza — non spunta mai un riferimento bibliografico, mai una nota, mai un riconoscimento.
Hanno cambiato sistematicamente le “regole” e i criteri in corsa, rendendo sempre insufficiente qualsiasi risultato ottenuto, qualsiasi mediana raggiunta, qualsiasi riconoscimento internazionale acquisito. E tutto questo mentre colleghe e colleghi in cattedra non avevano nemmeno la produzione scientifica minimamente indispensabile.
Altro che “scientificità”. Certi personaggi molto potenti, alla guida di vere e proprie cordate, sono “scientifici” soltanto nell’escludere e nel rendere “invisibili” coloro che non fanno parte delle loro reti.
Nell’epoca dei social — non può che essere così, tranne eccezioni importanti che ci sono sempre — nemmeno un post, né una condivisione, né un segnale di interesse: altrimenti si comunica stima per la Persona “sbagliata”. I social sono estremamente indicativi di queste dinamiche, evidentemente pre-esistenti all’avvento del digitale.
Questo è il potere del silenzio e delle reti chiuse: non il silenzio come “spazio di pensiero”, ma il silenzio come strategia di dominio.
Un silenzio che non ha nulla di epistemologico, nulla di culturale, nulla di scientifico: è puro esercizio di potere, anche mascherato da rigore metodologico e da autorevolezza accademica. Ed è, al tempo stesso, la conferma più eloquente di quella “Società dell’Irresponsabilità*”— per usare il titolo di un mio volume (Dominici, 2010) — in cui le istituzioni che dovrebbero essere, prima di tutto, educative e formative, vengono piegate a logiche particolaristiche, di cordata, di fedeltà personale, di controllo delle risorse e delle carriere.
Quando il tempo restituisce: la resistenza del sapere aperto e condiviso.
Eppure — e questo è il cuore della riflessione —tutto torna, prima o poi. All’estero, dove tendenzialmente non ti regalano nulla e dove esistono altre criticità, prima o poi qualcuno ti legge, ti studia, riconosce l’originalità e il valore del tuo lavoro. E il riverbero positivo di ciò che si è progettato e realizzato si estende e arriva, alla lunga, anche in Italia.
Nonostante le diverse dis-abilitazioni* subite negli anni — così le ho definite in tempi non sospetti — e i continui mancati riconoscimenti; nonostante i tentativi sistematici di marginalizzazione e opacizzazione; nonostante il silenzio imposto.
E così, dopo tutti questi anni, vedere questi personaggi, tuttora molto influenti (eufemismo) e ossequiati, quasi “costretti” a utilizzare — naturalmente, sempre senza citare — in modo così significativo, talvolta massiccio, i tuoi studi e le tue ricerche nelle loro pubblicazioni, nei loro progetti, addirittura nelle loro call for paper: davvero non ha prezzo.
E “non ha prezzo” per un motivo semplice ma sostanziale, l’unico che conta, almeno per me: perché non mi sono mai interessate rivalse né rivincite di alcun genere.
Il motivo è che quegli stessi temi di studio e ricerca, quello stesso approccio e quella stessa epistemologia adottati per tanti anni — e a lungo sminuiti o screditati, per evidenti ragioni, in tutti i processi di valutazione — sono evidentemente sopravvissuti a pratiche e comportamenti che poco avevano a che fare con la conoscenza condivisa e la ricerca scientifica.
Sono loro stessi, ora, a richiamare proprio quei concetti, quell’approccio, quella multi/inter/trans-disciplinarità — soltanto atteggiata e simulata per ragioni di consenso e reputazione accademica — quella trasversalità che hanno sempre usato *contro* di te e contro chiunque fosse trasversale, troppo autonomo, troppo aperto. La stessa trasversalità che, nella migliore delle ipotesi, veniva usata per rimpallarti tra i settori scientifico-disciplinari; nella peggiore, per tagliarti fuori da ogni opportunità.
Il tempo restituisce. Non sempre, non a tutti, non abbastanza in fretta. Ma restituisce. Occorre avere pazienza e non arrendersi mai: la passione e l’amore per il sapere permettono di superare tutto.
Il silenzio come bene comune: per un’educazione autentica alla complessità
Ritorniamo, dunque, al silenzio inteso nella sua accezione più ricca e generativa. Il silenzio — nelle reti e nelle organizzazioni complesse che abitiamo — non è assenza. È presenza di un altro tipo: più profonda, più esigente, più generativa.
È la condizione in cui il pensiero può dispiegarsi nella sua interezza, in cui le connessioni complesse tra i fenomeni diventano visibili, in cui l’imprevedibilità non è una minaccia da eliminare ma una risorsa da abitare.
Come ho scritto e sostenuto per trent’anni, la “questione culturale” è il vero fattore cruciale del cambiamento (sistemico): la capacità di abitare l’ipercomplessità con strumenti adeguati (pensiero, epistemologie, metodo, preparazione, rigore metodologico etc.) alla complessità stessa.
E tra questi strumenti — spesso trascurato, quasi sempre rimosso — il silenzio autentico* occupa un posto fondamentale. Non il silenzio imposto dalle cordate di potere.
Non il silenzio degli esclusi, degli invisibilizzati, di coloro che non fanno parte delle reti giuste.
Ma il silenzio scelto: come pratica di pensiero critico, come spazio di riflessione, come rifiuto della logica del rumore permanente e della visibilità a ogni costo.
Educare al silenzio autentico significa educare alla complessità. Significa costruire quella forma mentis* aperta e critica (ennesimo tema alla moda, oggi) che è la sola risposta adeguata all’ipercomplessità dei sistemi sociali contemporanei. Significa formare non meri esecutori di funzioni, di regole e di algoritmi (1995-1996 e sgg.) — come sempre più spesso accade nei processi educativi dominati dall’ossessione della concretezza e dell’utilità immediata — ma persone capaci di pensiero autonomo, di riflessione critica, di resistenza alle logiche di omologazione e conformismo.
E, soprattutto, significa avere il coraggio — collettivo, non solo individuale — di non restituire ulteriore potere a chi ne ha già molto e lo usa soltanto per interessi personali e di cordata.
Quanto sarebbe importante se tutti, in qualsiasi ambiente lavorativo e professionale, capissero l’importanza di questo gesto. Personalismi e particolarismi continuano a essere dominanti. Come sempre: questione culturale ed educativa, da sempre.
Conclusione: dal silenzio-assenso al sapere condiviso
Vi sono, dunque, due tipi di silenzio che questa riflessione ha cercato di mettere a fuoco e di distinguere con chiarezza.
Il primo è il silenzio come spazio del pensiero: necessario, prezioso, rivoluzionario in un’epoca di rumore permanente. Il silenzio che produce pensiero critico, che alimenta la ricerca autentica, che consente di abitare la complessità senza cedere alle semplificazioni e alle scorciatoie cognitive.
Il secondo è il silenzio come strumento di potere: imposto, calcolato, “scientifico” nella sua spietatezza. Il silenzio delle reti chiuse che non citano, non riconoscono, non condividono, lavorano in maniera precisa e sistematica per dare spazio e riconoscibilità soltanto a quelli/e considerati e riconosciuti come affidabili (e che magari, paradossalmente e in maniera incoerente) cercano di accreditarsi come “anti-sistema”).
Il silenzio degli algoritmi accademici e sociali che decidono chi è “visibile” e chi non lo è.
Il silenzio dei feudi e delle cordate che usano l’invisibilizzazione come arma di controllo e di dominio.
Il primo silenzio va coltivato, protetto, praticato. Il secondo va denunciato, contrastato, reso visibile. Dal sottoscritto, mai ci sarà il silenzio-assenso.
Siamo sulle spalle dei giganti, con rilevanti problemi di vertigini. Ed è forse proprio nel silenzio autentico — quello scelto, quello libero, quello generativo — che impariamo, potremo imparare, finalmente, a non cadere o, quanto meno, a saperci rialzare dopo ogni caduta. E a continuare a camminare, con passione e con rigore, sulle strade lunghe e difficili del pensiero e della conoscenza condivisa.
Ai sistemi (costituiti da Persone e reti sociali) che abbiamo progettato per educare e valutare dobbiamo chiedere due atti semplici: restituire tempo al silenzio che rende possibile il pensiero critico e sistemico e (quanto meno) provare ad interrompere il silenzio che alimenta e copre pratiche di esclusione. Trasparenza e correttezza (non soltanto delle citazioni), metriche non solo quantitative, governance aperta delle reti dei saperi e della ricerca, valorizzazione (e protezione) dei ricercatori e delle ricercatrici trasversali che, da sempre, perseguono con ogni energia la multi/inter/trans-disciplinarità.
Occorre liberare spazi di riflessione, esperienze, vissuti per rilanciare le nostre amate istituzioni educative e formative, sempre più chiuse e, nel concreto, poco democratiche. Non è una sorta di vezzo etico: è il futuro della nostra infrastruttura della conoscenza.
Un approccio, un’epistemologia e percorsi di ricerca dal 1995
Per approfondire, come sempre, integro con altri saggi (20) e una breve selezione di pubblicazioni scientifiche:
- Conoscenza senza memoria. Conformismo cognitivo** e crisi della responsabilità epistemologica nella civiltà ipercomplessa
- La Scienza, il “Sapere condiviso”, il mito dell’evidence-based e quelli che … “guardano tutti con le narici”
- L’Umano e l’Errore. Che ne è/sarà della libertà nella civiltà ipertecnologica?
- Innovare significa destabilizzare**. Perché la (iper)complessità non è un’opzione
- L’Intelligenza Artificiale come “nuova frattura epistemologica”.
- L’esperienza e la vita non sono (soltanto) “dati”. Non tutto è codificabile e/o trasmissibile.
- Cigni neri e paradigmi inadeguati.
https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2025/12/28/cigni-neri-e-paradigmi-inadeguati/
- TEACHING UNPREDICTABILITY: we are living in a NEW NATURE**
- Per una visione non meccanicistica della Società e della Vita. Oltre la “nuova frattura epistemologica”
- Dentro la “cultura della furbizia”. I “grandi Maestri della Parafrasi”, tra #ChatGPT e altre derive della Società della Non-Conoscenza (No-Knowledge Society**).
- L’insegnamento. Complessità e (auto)celebrazione di una professione-vocazione meravigliosa.
- The observable and non-observable*. Rethinking thought for the ‘New Nature’ (1996)
- Altro che generatività. #AI, ChatGPT e l’illusione autolesionista* di poter rendere tutto “facile”.
- Man and Machine: a New World of Artificiality* (part II)
- Giorgio Parisi: “Negare la complessità è l’essenza della tirannia”. Perché “Democrazia è complessità”(def.1995)
- Dall’uno vale uno agli esperti di tutto: delle derive della cd. società della conoscenza (società dell’ignoranza**)
- La cultura e la conoscenza ridotte “a una dimensione”: quella quantitativa.
- La società feudale del dominio e dell’arbitrio iper-normato**. Ancora sulla (vecchia) questione culturale
- Il potere delle “etichette”. Le etichette del potere**
- Educating for the Future in the Age of Obsolescence**
- Il pensiero….temuto e poco ‘praticato’
Links to scientific publications – Peer Reviewed
By Prof. Piero Dominici
Life, study and scientific research cannot be kept separate (an old illusion). And so, as always…
I share with pleasure a (very) short selection of scientific publications:
- “Anatomies and Dynamics of the Society-Mechanism: Among Myths of Simplification, Facilitation and Disintermediation”, in “Chaos, Complexity and Sustainability in Management”
https://academia.edu/resource/work/121248616
DOI: 10.4018/979-8-3693-2125-6.ch001
#ScientificBooks #Series
- “Human Hypercomplexity: Error and Unpredictability in Complex Multi-Chaotic Social Systems”,
in, Karaca Y., Baleanu D., Zhang Yu-Dong, Gervasi O., Moonis M. Eds., “Multi-Chaos, Fractal and Multi-Fractional Artificial Intelligence of Different Complex Systems”, #Elsevier, Academic Press, ISBN: 9780323900324 – 1st Edition – 2022.
➡️ https://academia.edu/resource/work/122389588
- Anatomies and Dynamics of the Society-Mechanism: Among Myths of Simplification, Facilitation and Disintermediation”
➡️ https://academia.edu/resource/work/121248616
- “Sustainability Is Social Complexity: Re-Imagining Education toward a Culture of Unpredictability”, in “Sustainability”, 2023
- Beyond the Emergency Civilization: The Urgency of Educating Toward Unpredictability”, in Higher Education in Emergencies: Best Practices and Benchmarking
➡️ https://academia.edu/resource/work/122389588
- “Democracy is Complexity. Social Transformation from Below”
https://oajournals.fupress.net/index.php/smp/article/view/15009 , in SMP
(2023),
- “Beyond the Emergency Civilization: The Urgency of Educating Toward Unpredictability”, Sengupta, E.(Ed.) Higher Education in Emergencies, Emerald Publishing Limited, Leeds, pp. 25-45.
- “From Emergency to Emergence. Learning to inhabit complexity and to expect the unexpected”, in
- Pdf https://academia.edu/resource/work/99942554
- “Beyond the Darkness of our Age. For a Non-Mechanistic View of Complex Organization as Living Organisms” in #RTSA http://rtsa.eu/RTSA_2_2022_Dominici.pdf?fs=e&s=cl #PeerReviewed
“The distinction between ‘society-mechanism’ and ‘society-organism’ – on which I have been working and doing research for many years – is linked to the confusion we continue to make, in educational, social, economic, social and cultural terms, between ‘complicated systems’ (manageable, predictable) and ‘complex systems’ (unpredictable, irreversible and marked by ‘emergent properties’).
“La distinction entre “société-mécanisme” et “société-organisme” – sur laquelle je travaille et fais des recherches depuis de nombreuses années – est liée à la confusion que nous continuons à faire, en termes éducatifs, sociaux, économiques, sociaux et culturels, entre “systèmes compliqués” (gérables, prévisibles) et “systèmes complexes” (imprévisibles, irréversibles et marqués par des “propriétés émergentes”)”
- Dominici, P. The weak link of democracy and the challenges of educating toward global citizenship. Prospects (2022). UNESCO
https://link.springer.com/article/10.1007/s11125-022-09607-8#citeas
Springer Nature – #PeerReviewed
- War, Complexity, and One-dimensional Thinking: Thinking is Acting https://www.cadmusjournal.org/article/volume-4-issue-6/war-complexity-and-one-dimensional-thinking
- ”The Digital Mockingbird: Anthropological Transformation and the “New Nature”, in World Futures.The Journal of New Paradigm, Routledge, Taylor & Francis, Feb. 2022.
- “La Gran Equivocación: Replantear la educación y la formación virtual para la “sociedad hipercompleja”, in “Comunicación y Hombre”.Número 18. Año 2022
https://academia.edu/resource/work/71194859 #PeerReviewed
- ”Beyond the Darkness of our Age. For a Non-Mechanistic View of Complex Organization as Living Organisms” in RTSA
- http://rtsa.eu/RTSA_2_2022_Dominici.pdf?fs=e&s=cl #PeerReviewed
- “From Below: Roots and Grassroots of Societal Transformation, The Social Construction of Change”, in CADMUS, 2021
“That systemic change must begin from grassroots communities and single individuals and groups, and by definition can never be a top-down imposition, implicates a necessary rethinking of our educational institutions, which are still based on logics of separation and on “false dichotomies” (quote)
- http://cadmusjournal.org/article/volume-4/issue-5/essay5-social-construction-change
- “For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the Human and the technological*” #PeerReviewed
https://link.springer.com/article/10.1007/s40309-017-0126-4/ in European Journal of Future Research, SPRINGER Nature Edu
- ”A New Paradigm in Global Higher Education for Sustainable Development and Human Security”, November, 2021 | BY G.JACOBS, J. RAMANATHAN, R. WOLFF, R.PRICOPIE, P.DOMINICI, A.ZUCCONI, in CADMUS
- https://www.cadmusjournal.org/article/volume-4/issue-5/new-paradigm-global-higher-education
- “Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era” https://www.academia.edu/44785185/Controversies_about_Hypercomplexity_and_Education_cvs_15_11dom #PeerReviewed
- “Communication and the SOCIAL PRODUCTION of Knowledge. A ‘new social contract’ for the ‘society of individuals’ https://academia.edu/resource/work/44804068 #Research #PeerReviewed
- ”Education, Fake News and the Complexity of Democracy”.
“The real problems we are facing today are not the fake news, post-truths, deep fakes, or disinformation of various kinds and origins, but a socially constructed pre-disposition to conformism; in short, the decline of democracy. These are not problems merely of technology and cannot be solved by technology alone” (quote).
- https://www.francoangeli.it/Riviste/schedaRivista.aspx?IDArticolo=61331&Tipo=Articolo%20PDF&lingua=it&idRivista=177
- https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2018/05/11/fake-news-and-post-truths-the-real-issue-is-how-democracy-is-faring-lately/
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An approach, an epistemology and research since 1995
Immagine: Foto di Jessica Diana Rosati, Motoneuroni.
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