Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
©credits

Libertà è responsabilità.Informare e comunicare: questione di formazione e consapevolezza

“Il processo da cui il sé emerge è un processo sociale che implica l’interazione degli individui nel gruppo, implica la preesistenza del gruppo”

George H.Mead

 

“La morale concerne l’individuo nella sua singolarità. Il criterio del giusto e dell’ingiusto, la risposta alla domanda «cosa devo fare?» non dipende in sostanza dagli usi e costumi che io mi trovo a condividere con chi mi vive  accanto, né da un comando di origine divina o umana – dipende solo da ciò che io decido di fare guardando a me stesso. In altre parole, io non posso fare certe cose, poiché facendole so che non  potrei più vivere con me stesso”

Hannah Arendt

 

“…in seguito a determinati sviluppi del nostro potere, si è trasformata la natura dell’agire umano, e poiché l’etica ha  a che fare con l’agire, ne deduco che il mutamento nella natura dell’agire umano esige anche un mutamento  nell’etica”

Han Jonas

 

“Nell’era elettrica indossiamo l’intera umanità come pelle.”

Marshall McLuhan

 

La comunicazione etica fondata su principi razionali acquisiti in maniera intersoggettiva e finalizzata alla conoscenza condivisa, può avere un ruolo davvero importante a molteplici livelli di criticità: nella rinascita di un Umanesimo (molto interessante, per le tante implicazioni, anche il concetto di generatività, proposto da Erik Erikson nel 1950, ripreso e sviluppato in diversi ambiti disciplinari…con particolare originalità  nel lavoro di M.Magatti e C.Giaccardi “Generativi di tutto il mondo unitevi”) che rimetta – come in un post precedente – la Persona al centro. Un Umanesimo garante dei fondamentali diritti di cittadinanza globale (2005) nella effettiva realizzazione di una politica interna mondiale che, seppur con modalità estremamente criticabili, i vecchi stati-nazione iniziano a perseguire; nella decisiva promozione, a livello globale, di strategie finalizzate a realizzare quella “società della conoscenza diffusa” che, nel lungo periodo, potrebbe costituire – in un’epoca nella quale le informazioni, le conoscenze e l’accesso ad esse rappresentano le fonti di ricchezza e di potere più importanti – una risorsa inesauribile per la riduzione delle disuguaglianze mondiali e per la questione cruciale dei diritti umani e di cittadinanza. Ad un livello “micro”, non meno importante, i presupposti della comunicazione etica e sociale e del modello della condivisione della conoscenza potrebbero definitivamente determinare un salto di qualità senza precedenti nelle prassi organizzative (interne ed esterne) degli stati-nazione, delle pubbliche amministrazioni e delle imprese, soprattutto in un sistema produttivo che, a livello globale, si configura sempre più come una società dei servizi che gestisce essenzialmente informazioni e conoscenza; un modello destinato a sostituire progressivamente (nel lungo periodo) il modello competitivo, chiuso e rigidamente gerarchico, con un modello cooperativo, realmente inclusivo e aperto al “sapere condiviso” (2003).

Nel portare avanti questo “progetto”, legato ad un’etica del discorso – basata su presupposti logico-argomentativi non stabiliti a priori – che ricerca l’eguaglianza e la responsabilità degli attori coinvolti nell’atto comunicativo, è necessario confrontarsi con i percorsi del pensiero, non soltanto etico, del Novecento, portatore del valore del relativismo (e del valore statistico e probabilistico delle conoscenze) e della sostanziale e universale – per dirla con Wittgenstein – eterogeneità dei giochi linguistici e delle forme di vita.

 

 L’atto linguistico permette di creare una “relazione intersoggettiva”, in quanto chi lo produce crea contemporaneamente una relazione sempre riferita ad un sistema di regole: ecco perché possiamo affermare che la comunicazione è, in tal senso, alla base del contratto sociale. Il concetto di “intersoggettività” costituisce l’elemento fondante l’identità individuale e gli stessi principi etici, comunque autonomamente selezionati, si originano all’interno di dinamiche discorsive e, più in generale, comunicative razionalmente fondate e orientate verso un’intesa che non può essere imposta.

 

(Da qui in poi ho voluto riproporre alcune parti di un articolo pubblicato nel 2007…e mi scuso con chi mi legge…spesso torno su questi temi ma l’etica e la responsabilità (libertà) – insieme alla questione della condivisone – sono un fuoco dentro di me…un fuoco che non mi consuma, al contrario, mi dà forza. Le cose che scriviamo sono parte di noi e desidero condividerle con tutte/i VOI… Grazie per il vostro tempo, sempre!)

 

Ancora una volta, ci si chiede: sono in grado i codici deontologici di intercettare le attuali modalità della prassi comunicativa e la complessità delle nuove sfere di produzione simbolica? Evidentemente la risposta è negativa: le vecchie deontologie ed i vecchi codici, nati come tentativo di rendere scientifici (“esatti”, “positivi”) alcuni principi morali (ideali) considerati fondamentali, hanno mostrato – pur essendo necessari – tutta la loro debolezza alla prova dei fatti, entrando in crisi. É in questa prospettiva che vengono pensate e redatte sia la Risoluzione n°1003, adottata dal Consiglio d’Europa (1 luglio 1993) e relativa all’etica del giornalismo, che la Carta dei doveri del giornalista (firmata a Roma in data 8 luglio 1993): due documenti fondamentali – di cui abbiamo parlato in un precedente post – che fanno riferimento in più punti – per la prima volta e con particolare enfasi – al concetto fondamentale di responsabilità, che – lo ribadiamo – è indissolubilmente legato alla libertà degli individui. (LIBERTÀ=RESPONSABILITÀ)

Ma – inutile nasconderlo – il tema è particolarmente delicato e scottante: i giornalisti, infatti, ogni volta che si affronta il tema cruciale del diritto/dovere di cronaca (di informare e comunicare, aggiungiamo noi) e magari di un suo utilizzo più responsabile, intravedono da subito in questa operazione un possibile tentativo di limitare la libertà di informare (diritto di informare ed essere informati) o, addirittura, quella di manifestare il proprio pensiero (come noto, diritto fondamentale garantito dall’Art.21 della Costituzione italiana). Anche se, con una maggiore coscienza della complessità delle problematiche in questione, si inizia a prendere atto che è urgente una riflessione su alcuni principi etici fondanti; parlare soltanto di regole scritte (imposte), di diritti e doveri inviolabili non ha più senso o per lo meno, i codici scritti vanno integrati lavorando a fondo sulla consapevolezza delle conseguenze che i processi informativi e comunicativi comportano (e quindi, sulla formazione dei “nuovi” giornalisti). Si avverte l’esistenza di un vuoto etico (cfr. H.Jonas (1979),Il principio responsabilità) che va necessariamente colmato con “nuove” responsabilità e con una rinnovata consapevolezza del potere e delle funzioni assolte dall’informazione, dalla Rete e dall’ecosistema comunicativo in genere, all’interno dei sistemi sociali. Molte delle problematiche (etiche) ancora aperte del giornalismo – al di là di vecchi e nuovi media (distinzione ormai completamente saltata, possiamo parlare di “sistema ibrido”- altro concetto ripreso successivamente da altri studiosi), ruotano proprio intorno alla questione del diritto/dovere di cronaca. Non è possibile che, in nome di questo diritto inalienabile del giornalista, vengano sacrificati sull’altare della “completezza dell’informazione” (principio giustamente considerato essenziale) e/o, nel peggiore dei casi, del sensazionalismo a tutti i costi, il rispetto per la “persona” e la tutela dei suoi diritti. Analizzando i testi dei principali codici deontologici, oltre ad apprezzare la loro (apparente) esaustività e la loro chiarezza si può appurare come, in tutti gli articoli che trattano le questioni più delicate inerenti la tutela delle persone, vengano utilizzate delle specifiche “formule” che, forse, oltre a deresponsabilizzare un po’ il giornalista nella produzione dei contenuti informativi, mettono seriamente in discussione i giusti presupposti su cui si basano quegli stessi articoli e lo spirito di fondo che anima i codici deontologici. Le “formule” più ricorrenti sono le seguenti: “…a meno che non prevalgano preminenti motivi di interesse sociale”; “…salvo i casi di particolare rilevanza sociale” o quelli di “rilevante interesse pubblico”; in altri articoli si afferma chiaramente che, in primo luogo, occorre salvaguardare la “completezza dell’informazione” o la sua “essenzialità”; e così via, perché se ne potrebbero citare altre. Possiamo citare come esempio di ambiguità un passo di fondamentale importanza proprio della Carta dei Doveri del 1993. Nella parte dedicata ai “Doveri”, in cui si fa chiaramente riferimento al principio di “responsabilità”, si afferma quanto segue: “Il giornalista non può discriminare nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche. Il riferimento non discriminatorio, ingiurioso o denigratorio a queste caratteristiche della sfera privata delle persone è ammesso solo quando sia di rilevante interesse pubblico. Il giornalista rispetta il diritto alla riservatezza di ogni cittadino e non può pubblicare notizie sulla sua vita privata se non quando siano di chiaro e rilevante interesse pubblico e rende, comunque, sempre note la propria identità e professione quando raccoglie tali notizie. I nomi dei congiunti di persone coinvolte in casi di cronaca non vanno pubblicati a meno che ciò sia di rilevante interesse pubblico”. É evidente, in questo caso, l’ambiguità – per non dire la contraddittorietà – rispetto ai principi del “diritto alla riservatezza” e della tutela della “dignità” della “persona”, peraltro affermati a chiare lettere nello stesso documento. Sempre sulla “tutela della dignità delle persone”, possiamo citare alcune parti di articoli di un altro importante testo, il Codice deontologico approvato dall’Ordine il 3 agosto 1998 relativo al “trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica”, che nella loro chiarezza e (apparente) semplicità interpretativa, confermano questa ambiguità:

 

  • Art.5: Diritto all’informazione e dati personali

Nel raccogliere dati personali atti a rivelare origine razziale ed etnica, convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, opinioni politiche, adesioni a partiti, sindacati, associazioni o organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché dati atti a rivelare le condizioni di salute e la sfera sessuale, il giornalista garantisce il diritto all’informazione su fatti di interesse pubblico, nel rispetto dell’essenzialità dell’informazione, evitando riferimenti a congiunti o ad altri soggetti non interessati ai fatti;

 

  • Art.6: Essenzialità dell’informazione

La divulgazione di notizie di rilevante interesse pubblico o sociale non contrasta con il rispetto della sfera privata quando l’informazione, anche dettagliata, sia indispensabile in ragione dell’originalità del fatto o della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonchè della qualificazione dei protagonisti;

 

  • Art.8: Tutela della dignità delle persone

1. Salva l’essenzialità dell’informazione, il giornalista non fornisce notizie o pubblica immagini o fotografie di soggetti coinvolti in fatti di cronaca lesive della dignità della persona, né si sofferma su dettagli di violenza, a meno che ravvisi la rilevanza sociale della notizia o dell’immagine;
2. Salvo rilevanti motivi di interesse pubblico o comprovati fini di giustizia e di polizia, il giornalista non riprende né produce immagini e foto di persone in stato di detenzione senza il consenso dell’interessato;
3. Le persone non possono essere presentate con ferri o manette ai polsi, salvo che ciò sia necessario per segnalare abusi.

 

  • Art.9: Tutela del diritto alla non discriminazione

1. Nell’esercitare il diritto-dovere di cronaca, il giornalista è tenuto a rispettare il diritto della persona alla non discriminazione per razza, religione, opinioni politiche, sesso, condizioni personali, fisiche o mentali.

 

Questi sono soltanto alcuni degli esempi che si potrebbero fare per sottolineare la completezza ma anche la dimensione, per certi versi, paradossale dei codici deontologici. Ecco perché, ancora una volta, la questione è culturale e riguarda la libertà, la formazione (competenze non solo tecniche) e l’aggiornamento continuo di chi informa/comunica. Che proprio perché “libero di informare/comunicare” non può non essere responsabile, dal momento che, nonostante i processi di “disintermediazione”, è ancora in grado di esercitare un potere importante sulle opinioni pubbliche (variabile decisiva dei regimi democratici), contribuendo ai processi di rappresentazione e costruzione sociale della realtà, anche attraverso un tipo di informazione/comunicazione apparentemente “neutra”(valori/notizia, enfasi/omissione di notizie, collocazione, ampiezza, linguaggio dei contenuti, utilizzo delle immagini etc.): dinamiche ed effetti sempre più evidenti che sono state ulteriormente radicalizzati dalla Società della Rete. Con la responsabilità più importante, quella di sempre: formare la coscienza critica dei cittadini, rendendoli soggetti attivi di una sfera pubblica autonoma dalla politica.

Possiamo concludere affermando che quello dell’etica e delle deontologie è un terreno scivoloso e sconnesso che non si presta in alcun modo a ricette o soluzioni valide una volta per tutte; ma ciò non deve impedire la ricerca di un innalzamento qualitativo del livello di consapevolezza, rispetto alla complessità e alla criticità della prassi informativa e comunicativa, che richiede urgentemente una formazione di più ampio respiro, con un’ottica globale, anche nella semplice descrizione dei fenomeni o nella cronaca degli eventi/notizia. Ciò implica la consapevolezza, in primo luogo, che esiste il rischio concreto di confondere le regole in senso tecnico con le regole in senso etico dell’informare e del comunicare (1996); questa ambiguità risulta ancora più marcata nel momento in cui l’innovazione tecnologica tende a condizionare sempre di più la produzione e l’elaborazione di informazioni e conoscenze. In altri termini, un’informazione e una comunicazione più responsabili e attente all’approfondimento, a non favorire la proliferazione di stereotipi e pregiudizi non passa – evidentemente – attraverso l’individuazione di nuove forme di censura o magari “patenti” (vecchia idea del liberale Popper) da assegnare a comunicatori e giornalisti “corretti” (non scomodi?); si tratterebbe di false, nonché fuorvianti, soluzioni al problema che andrebbero, peraltro, a configurarsi come un preoccupante ridimensionamento delle libertà di informare/essere informati e di comunicare. Non esistono – a nostro avviso – altre vie di uscita o scorciatoie: il nodo cruciale – lo ribadiamo con forza – è la formazione rigorosa e multidisciplinare (con prospettiva sistemica e legata alla complessità) che deve andare ad integrare le tradizionali competenze tecniche e tecnico-linguistiche già in possesso degli addetti ai lavori: comunicatori, giornalisti, blogger, opinion leaders e opinion makers.

 

Mi piace ricordare la frase di uno scrittore che porto sempre con me… “I DOVERI DI UN UOMO SI MOLTIPLICANO VIA VIA CHE AUMENTA LA SUA CONOSCENZA”. Abbiamo bisogno di consapevolezza e aggiungo…di NON ESSERE INDIFFERENTI!

P.S. Condividete i contenuti se vi interessano, ma citate la fonte. Grazie