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La CULTURA: “motore” del cambiamento…ma anche agente di democratizzazione e cittadinanza

Negli ultimi decenni, la cultura è stata narrata/raccontata, non solo dalla politica, e percepita dalle opinioni pubbliche, soprattutto come un “lusso” che non ci potevamo più consentire; tagli ingenti e (contro)riforme continue (allora, abbiamo parlato di “eccesso di riformismo”) si sono abbattuti su istruzione e ricerca, con l’appoggio e la legittimazione offerti da un sistema mediatico sempre pronto a giustificare (?) le scelte politiche e a semplificare le questioni, magari spettacolarizzandole sulla scia dei “climi d’opinione”.

Da qualche tempo a questa parte, non possiamo non rilevare alcuni segnali incoraggianti legati ad idee e progetti elaborati – riguardanti “cultura” e “sociale” – e provenienti soprattutto dalla cd. società civile che decide, in alcuni casi, di (ri)diventare attrice protagonista di un cambiamento che riguarda da vicino cittadinanza e democrazia. A tal proposito, in queste settimane sono state realizzate numerose iniziative ed, in particolare, alcuni importanti eventi come il Forum Public Affairs, gli Stati Generali della Cultura (già svoltisi) e la prossima presentazione del Rapporto di Federculture (26 giugno 2014) che stanno riproponendo, con grande forza (e competenza), l’attenzione, da una parte, sulla rilevanza strategica della cultura come “motore” della crescita e di un progresso non soltanto economico e tecnologico, ma sociale e culturale; dall’altra, sull’urgenza di una cultura dell’innovazione in grado di accompagnare/supportare questo straordinario momento di cambiamento dello stesso paradigma economico e sociale (non soltanto). Il dibattito su queste tematiche si è fatto più vivace all’interno della “nuova” sfera pubblica e delle (più) tradizionali arene mediali. Tale aspetto costituisce senz’altro un ulteriore indicatore interessante: la Rete, in tal senso, pur con tutte le criticità, in termini di accesso e utilizzi, rilevate da studi e ricerche, si rivela sempre più l’ecosistema comunicativo e cognitivo che consente a “nuovi” attori sociali di provare a scardinare i vecchi meccanismi  di definizione delle priorità delle agende di politica e media. Una fase così complessa e delicata che – come più volte scritto – implica il prendere atto di una serie di presupposti, a mio avviso fondamentali, che proverò a sintetizzare in una serie di punti analitici, rinviando per chi fosse interessato agli altri contributi di “Fuori dal prisma” (grazie!). Si tratta di questioni che sono strettamente collegate tra loro (l’obiettivo di questo contributo è proprio quello di evidenziare ed esplicitare questa correlazione così stretta)

1)     L’analisi e l’interpretazione del mutamento in atto richiedono un approccio alla complessità in grado di coinvolgere tutti i saperi e le competenze (interdisciplinarietà e saperi come territori aperti) e di tenere a distanza ogni tentazione di spiegazioni riduzionistiche/deterministiche. Ma, oltre al discorso riguardante i continui tagli e l’assenza di una visione strategica, il sistema-Università, il suo modello organizzativo e le culture che ancora, in molti casi, lo caratterizzano non sembrano ancora attrezzati per questo tipo di sfide e, spesso, appaiono come veri e propri “sistemi chiusi” che pensano più a conservare il proprio “sapere” (potere) che a condividerlo, aprendosi ai territori, alle comunità, agli stakeholders. Manca la capacità (?) e, soprattutto, la volontà di “fare rete” “fare sistema” tra gli stessi atenei. Questi luoghi, nei quali la condivisione della conoscenza e delle competenze, finalizzata alle attività di didattica e di ricerca, dovrebbe essere l’obiettivo fondante, sono sempre più spesso esclusi dalla produzione e dall’elaborazione collettiva di un pensiero dell’innovazione. E questo deve far riflettere!  La complessità del reale richiede analisi complesse in grado di semplificare e fornire modelli esplicativi.

2)      Ragionare in prospettiva sistemica e secondo una logica di rete. I sistemi organizzativi e sociali devono “fare rete”, dal momento che la crescita del sistema Paese non passa per l’efficientamento e/o il rilancio di un singolo settore/sottosistema: a partire dalla Pubblica Amministrazione (si avverte l’esigenza forte di un coordinamento tra Ministeri interessati), dal sistema delle imprese, dal Terzo Settore, per arrivare all’Università (ricerca e didattica), alla scuola (fondamentale per il lungo periodo) non è più possibile configurarsi/rappresentarsi/comportarsi come “sistemi chiusi”. È l’economia interconnessa della conoscenza e della condivisione (2003-2011) a richiedere, sotto questo aspetto, un salto irreversibile di qualità che può realizzarsi concretamente soltanto con un cambiamento generale, per certi versi quasi ideologico, della mentalità diffusa e, nello specifico, delle culture organizzative e sistemiche. Un cambiamento che, pur gestito, deve avvenire dal basso. Il passaggio dal capitalismo industriale a quello culturale (Rifkin) richiede scelte strategiche condivise, di lungo periodo. Chi non ricorda un noto Ministro della Repubblica che, qualche tempo fa, pronunciò una frase diventata, successivamente, una sorta di tormentone; un’affermazione che, nella sua assurdità, è fortemente indicativa di una percezione collettiva, che va modificata per ottenere risultati concreti e duraturi: “con la cultura non si mangia”.

3)      Alcune scelte/strategie dovranno essere necessariamente legate ad obiettivi di breve e medio periodo (semplificazione della Pubblica Amministrazione e snellimento della macchina burocratica, sgravi fiscali e incentivi, etc.), ma è di vitale importanza – e su questo punto l’impressione è che stia aumentando la consapevolezza, almeno a livello di dichiarazioni ufficiali e di sfera pubblica – che si punti con decisione su logiche e strategie di lungo periodo, antitetiche a quelle della politica o, almeno, di certa politica, che non possono non basarsi su ricerca, cultura e investimenti in formazione. Anche a questo livello di analisi esiste un problema di comunicazione: occorre anche spiegare in modo chiaro e fare azioni di sensibilizzazione. Problema che riguarda da vicino la scienza e l’innovazione tecnologica,  che non sono più ambiti di pertinenza esclusiva delle comunità scientifiche.

4)      Il Paese ha un disperato bisogno di quella che ho definito più volte (e in tempi non sospetti) una nuova cultura della comunicazione sviluppata e orientata alla condivisione, al servizio, alla trasparenza, all’accesso, alla semplificazione, alla partecipazione, all’inclusione, al coinvolgimento (->comunicazione per la cittadinanza). Una cultura della comunicazione funzionale alla mediazione del conflitto, dimensione connaturata ai sistemi sociali e organizzativi. Una nuova cultura della comunicazione – è bene precisarlo –  non astratta o teorica, bensì fondata su processi rigorosi e metodologicamente validi di valutazione e monitoraggio delle azioni, delle strategie, delle politiche messe in campo. Una nuova cultura della comunicazione che – sembra banale ma non lo è – deve essere “costruita” sui destinatari.

5)      Senza legalità non ci può essere crescita. La crescita è questione cruciale che non può più essere spiegata e/o gestita ricorrendo al solo paradigma economicistico (la globalizzazione l’ha ampiamente dimostrato). Esiste una “questione culturale” che si pone al di là del quadro giuridico, normativo e deontologico-professionale e che chiama in causa la libertà e, con essa, la responsabilità: il civismo, l’educazione alla cittadinanza, un’etica condivisa è un modello culturale e identitario forte. Si tratta di processi che – come detto – chiamano in causa molteplici variabili e richiedono profili e competenze costruite sul campo.

6)      Scuola e Università hanno un ruolo strategico a tutti i livelli (non mi stancherò mai di gridarlo), a maggior ragione nel complesso e ambizioso progetto di rendere concretamente, nei fatti, la cultura il più prezioso “agente” di sviluppo e innovazione. Ma, anche in questo caso, se non si lavorerà sul ricreare una cinghia di trasmissione tra i due sistemi, le criticità strutturali non saranno modificate. A conferma di quanto detto, arrivano i dati del Consiglio Universitario Nazionale, ripresi dal Censis, riguardanti le matricole iscritte all’università che, nel 22% dei casi sbagliano la scelta del corso di laurea; dati che parlano in maniera chiara, denunciando una delle carenze strutturali più gravi del nostro paese: l’assenza di politiche di orientamento nelle scuole. Scuola e università non dialogano, oltre a conoscere ancora poco i destinatari principali delle loro azioni.

7)      Il rischio di un’innovazione tecnologica senza cultura. Anche su questo aspetto sono tornato a più riprese. Mi limito a ribadire che parlare di inclusione, cittadinanza, democrazia digitale senza tentare almeno di contrastare fenomeni e processi che le rendono difficilmente realizzabili, equivale al legittimare un contesto storico sociale sempre più segnato da disuguaglianze di carattere conoscitivo e culturale. In fondo lo stesso discorso può essere fatto per la questione – assolutamente importante – del “merito” che, nella sua centralità, se non viene incrociato con altre variabili rischia di essere e di riguardare il merito di coloro che hanno più opportunità in partenza di accesso all’istruzione, alla conoscenza, alla cultura. Finché non sarà garantita (almeno ci si provi!) l’eguaglianza delle condizioni di partenza, parlare di “merito” e di “meritocrazia” rischia di diventare pura retorica. Ancora una volta la scuola, anche più dell’università, è fondamentale: abbiamo bisogno di “teste ben fatte” (Montaigne), di giovani cittadini formati al pensiero critico, coscienti dei propri diritti ma anche, e soprattutto, dei propri doveri; coscienti di appartenere ad una comunità: a tal proposito, il pensiero corre a quei quasi 5 milioni di volontari, testimonianza esemplare di quella che ho chiamato “la comunicazione del fare”, opposta, antitetica, ad una “comunicazione del dire”, funzionale soltanto alla costruzione di una buona immagine/reputazione.

8)      Tutte le “dimensioni” precedentemente prese in considerazione non possono non essere inquadrate in un discorso e in un’ottica più generali di rilancio in grande stile degli studi umanistici e della ricerca in area umanistica: un settore fin troppo penalizzato, per non dire umiliato, sia a livello di istruzione (basti pensare anche alla recente vicenda delle ore di insegnamento di filosofia nelle scuole…) che di formazione universitaria, dove la ricerca nelle aree delle scienze sociali e umanistiche, oltre ad essere poco finanziata (utilizzo un eufemismo), nella percezione collettiva non viene considerata “ricerca”. Da questo punto di vista, è di vitale importanza che si superi la sterile, improduttiva e fuorviante separazione dicotomica tra le cd. “due culture”, quella scientifica e quella umanistica.

In conclusione, non è inutile ribadire come la cultura potrà davvero rivelarsi il volàno del cambiamento solo e soltanto se, oltre agli investimenti (necessari), saranno attuate politiche per allargare sempre di più la base di chi può avere accesso e, soprattutto, può elaborare CONOSCENZA. Altrimenti, sarà ancora una volta una cultura delle élite per le élite…un’occasione per pochi. La cultura – e l’accesso alla conoscenza – oltre che motore della crescita, dev’essere agente di democratizzazione e di cittadinanza!


Per chi volesse approfondire ulteriormente, suggerisco:

 

1)M.Nussbaum, Non per profitto, Il Mulino, Bologna 2011

2)G.Solimine, Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia, Laterza, Roma-Bari 2014

3)B.Arpaia, P.Greco, La cultura si mangia, Guanda, Parma 2013


Come sempre grazie per il vostro tempo!

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