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“Il normale e il patologico”…la cultura e l’errore. #Epistemologia #Filosofia #ScienzeSociali #metodo

Successore di Gaston Bachelard sulla cattedra di storia e filosofia delle scienze alla Sorbona, Canguilhelm può essere considerato il fondatore di un’epistemologia storica che grande influenza ha avuto sulla cultura del Novecento. In questa sede affronteremo quella che può senza dubbio essere considerata l’opera più importante del filosofo francese: “Il normale e il patologico”. Canguilhelm, in questo suo lavoro – che è in realtà la riedizione della sua tesi di dottorato in Medicina – utilizza magistralmente filosofia e scienza per attaccare e, conseguentemente, ridimensionare le convinzioni spesso dogmatiche a cui era giunto il positivismo e, in questo caso, la medicina positivistica, soprattutto per ciò che riguardava le definizioni di malattia e/o anomalia, di normale e di patologico.

Il filosofo francese chiarisce fin dall’inizio quale sia il suo punto di partenza per scardinare le difese del castello positivista; è necessario a suo giudizio concentrarsi “sulla possibilità, e persino sulla necessità di chiarire, attraverso la conoscenza delle formazioni mostruose, quella delle formazioni normali. Affermerei con forza ancora maggiore che non vi è, in sé e a priori, alcuna differenza ontologica tra una forma di vita riuscita e una mancata. Del resto si può parlare di forme di vita mancate ?”(p.7). Già in questo punto viene fuori immediatamente e drammaticamente la questione cruciale: cosa è “normale” e cosa invece è “patologico” ? Che tipo di valenza hanno questi concetti ? Sono il frutto di approfondite ricerche scientifiche o, al contrario, sono la diretta conseguenza di stereotipi e pregiudizi che si costituiscono all’interno di un ambiente di vita ? Queste ed altre sono le complesse domande a cui l’autore tenta, non senza difficoltà, di rispondere servendosi anche di preziosi strumenti di analisi fornitigli da vari studi. La questione dei comportamenti patologici porta con sé implicazioni di grandissimo rilievo che coinvolgono contemporaneamente le scienze umane e le scienze empiriche. E’ un argomento difficile da affrontare e di questo è ben cosciente lo stesso Canguilhelm in quanto anche un organismo che presenta delle anomalie può essere considerato sano se esso riesce a conviverci. Di una cosa sembra essere certo il filosofo francese: tale problema può avere maggiori probabilità di essere risolto “se lo si considera in blocco”, in altre parole è fondamentale che l’ottica con cui si osservano tali problemi sia globale e l’approccio integrato. C’è da prendere coscienza di due fatti e cioè che “la malattia entra ed esce dall’uomo come da una porta” e che essa “non è soltanto squilibrio o disarmonia: è anche e soprattutto sforzo della natura nell’uomo per ottenere un nuovo equilibrio. La malattia è una reazione generalizzata il cui scopo è la guarigione. L’organismo genera una malattia per guarirsi”(pp.15-16). Nel pensiero di Canguilhelm si passa indifferentemente dal vitale al sociale, dal momento che il vitale è immerso in un ambiente di vita storicamente e culturalmente influenzato. Se il “caso non frequente” diventa patologia interagendo con il sistema ambientale è evidente, oltre che intuitivo, che ad entrare in gioco come variabili determinanti siano, oltre alla biologia, la cultura e la tecnica che hanno cambiato radicalmente il sistema di vita stesso. Tale riflessione, su cosa sia “normale” e su cosa possa essere considerato “patologico”, anima da sempre il dibattito culturale a tutti i livelli. Entrambi i concetti hanno un significato soprattutto sociale, risultante spesso da pregiudizi di ogni tipo; “normale” è colui che corrisponde, per le sue qualità, al tipo medio sulla base dei dati statistici correnti. Una siffatta concezione del normale e della normalità cela al suo interno stereotipi, luoghi comuni e pregiudizi di tipo sociale che molto spesso scienza e filosofia alimentano, invece di trascenderli attraverso lo studio sistematico ed approfondito della realtà. La cultura e la conoscenza dovrebbero porsi come principale obiettivo soprattutto quello di superare i pregiudizi e far accettare culturalmente la diversità. Spesso purtroppo ciò che è altro da noi, ciò che si presenta “diverso” dal nostro modo di vedere le cose viene definito con superficialità “anormale”, “anomalo” e nel peggiore dei casi “patologico”. L’opera di Canguilhelm rappresenta un utile strumento che può indubbiamente aiutarci a riflettere non soltanto sul problema della normalità, e quindi della diversità, ma anche sulle basi stesse su cui si fonda la nostra società: l’identità e il pregiudizio.  Nelle scienze empiriche, e in particolare nella medicina, il soggetto “normale” è colui che rientra nella frequenza statistica più alta. Tale concezione è tuttavia antitetica con quella che identifica la parola “normale”  con i significati di “aderente alla norma, ideale o prototipo”. Queste definizioni non riescono assolutamente a nascondere tutta la preoccupante ambiguità che le contraddistingue: “soggetto medio” e “soggetto ideale” si trovano spesso ad essere confusi e ad essere messi sullo stesso piano di discorso, si trovano in ultima analisi ad oscillare tra i numeri e la norma. Nelle scienze mediche viene generalmente considerato normale colui che è sano e che non presenta difetti. Ma un individuo senza difetti non esiste in natura; quindi se ne potrebbe dedurre, in maniera banale ma altrettanto corretta dal punto di vista logico, che in realtà  gli esseri umani sono tutti affetti da stati patologici. Ecco allora che andrebbero riviste molte cose sul problema dello stato patologico di una persona. Lo stato patologico, così come chiarisce Canguilhelm, si manifesta nel momento in cui l’individuo non si adatta all’ambiente in cui vive ed alle norme culturali e storicamente definite che lo caratterizzano. La sua incapacità di adattarsi non viene quasi mai considerata come possibilità di interagire con la realtà seguendo schemi di riferimento diversi, o comunque alternativi, ma come “stato patologico” e “anormalità”. Nel lavoro di Canguilhelm si comprende, sin dall’inizio, l’estrema difficoltà già a livello di definizione dei termini. Un organismo sano può infatti vivere tranquillamente in simbiosi con un difetto, rimanendo “normale”. Il concetto di “patologico” non va dunque identificato con quello di deviante rispetto alla media statistica. L’esistenza di una patologia non ha nulla a che vedere con l’irregolarità statistica. Il filosofo francese, analizzando l’esperienza del malato, individua nel conflitto tra l’individuo e il suo ambiente di riferimento la variabile decisiva in grado di determinare la patologia, definita anche come errore. Tale conflitto, scaturito dal processo di interazione tra il vivente e l’ambiente, può infatti determinare un disadattamento di tipo psicologico o di tipo biologico. Proprio il concetto di errore è centrale nell’analisi di Canguilhelm e non è un caso che lo stesso Foucault, suo allievo, lo definisca un “filosofo dell’errore”: il concetto di errore rappresenta la base su cui fondare l’analisi del problema della verità e della vita. La vita stessa è definita come ciò che è in grado di commettere un errore. L’errore, indispensabile per la stessa evoluzione della specie, è il punto di partenza da cui si è sviluppato tutto il pensiero umano ed è ciò che ha permesso alla conoscenza di evolversi continuamente. In altre parole, il processo di evoluzione dell’essere umano e la storia della vita sono – potremmo dire – geneticamente determinate dalla possibilità costante che si verifichi un errore. La nozione di errore, che per Canguilhelm è il nodo concettuale che tiene unite vita e conoscenza della vita,  introduce un altro problema fondamentale, quello della “norma”, una questione che coinvolge direttamente tutte le discipline del sapere umano. La norma – e quindi la regola -, funzionale all’istituzione del proprio ambiente, rappresenta soprattutto la possibilità di unificare il “diverso”, “l’anomalo”, anche se è sempre l’eccezione che dà alla regola il valore di regola. Il grande insegnamento che emerge da questo lavoro è quello che non vi possono essere certezze assolute in nessun ambito di discorso, dal momento che l’eventualità dell’errore non è trascurabile e dal momento che l’ambiente di vita, il fattore che determina il passaggio da “anomalia” a “patologia”, è un valore estremamente variabile, frutto della relatività dei processi storici. Canguilhelm, sforzandosi di integrare la speculazione filosofica con i metodi e le cognizioni della medicina, tenta di demolire i miti del positivismo enfatizzando due fattori che non possono essere assolutamente trascurati: la concreta esperienza del vivente e la normatività – non soltanto biologica – della vita e, quindi, delle esperienze scientifiche. Pur considerando l’opposizione del vero e del falso uno strumento di indagine indispensabile, la storia delle scienze non va confusa con la ricerca di una verità insita nelle cose o nella razionalità umana. Nella postfazione al testo, Michel Foucault, sottolineando la rilevanza dell’opera di Canguilhelm, pone una domanda cruciale che riapre tutto il dibattito sulla conoscenza umana: “Tutta la teoria del soggetto non deve forse essere riformulata, dal momento che la conoscenza, invece di offrirsi alla verità del mondo, si radica negli errori della vita ?”(p.283).