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Tra Etica ed Etichetta: l’urgenza di una “nuova cultura della comunicazione”(1996).

Percorsi di ricerca dal’95

 

Comunicazione è complessità; comunicazione è organizzazione, comunicazione è cittadinanza”. Questi i tre concetti/definizioni proposti qualche anno fa e sui quali ho continuato a lavorare, ben consapevole che già il tentativo di definire e/o rappresentare la comunicazione costituisce, di fatto, una riduzione/semplificazione di qualcosa che non può essere ridotto. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare – ed, evidentemente, alle narrazioni e a certo storytelling dominante – paghiamo, non da oggi, una condizione di preoccupante ritardo culturale in materia di comunicazione. Un ritardo culturale evidente a tutti i livelli, da quello istituzionale a quello dei corpi sociali, con l’aggravante di una percezione estremamente diffusa che per “fare comunicazione” non servano particolari competenze (e conoscenze). Un tema, quello della “comunicazione”, spesso banalizzato o, quanto meno, eccessivamente semplificato spesso proprio all’insegna di quel “tutto è comunicazione” che, invece di restituirne la dimensione complessa e ambivalente e l’urgenza di un approccio alla complessità e di una visione sistemica per analizzarla e gestirla, spesso sembra quasi autorizzarne discorsi, utilizzi, pratiche illogiche, incompetenti, superficiali, irresponsabili.

Lo stesso tipo di “approccio” e di ritardo culturale che sta caratterizzando anche l’avvento della cd. rivoluzione digitale e della “società interconnessa/iperconnessa”, oltre che il nostro rapporto con i nuovi ecosistemi e i nuovi “ambienti comunicativi”. Con una consapevolezza minima, talvolta soltanto dichiarata, che a fare la differenza sono e saranno sempre i contenuti, gli utilizzi, le Persone (tornano centrali, ancora una volta, educazione e istruzione -> educazione digitale come educazione alla cittadinanza, e non solo come educazione all’uso “tecnico” di media e social).La comunicazione, intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza =potere (Dominici 1996), ha assunto, ormai da tempo, una centralità strategica in tutte le sfere della prassi individuale e collettiva: considerando fondata l’equazione conoscenza = potere, ne consegue che tutti i processi, le dinamiche e gli strumenti finalizzati alla condivisione della conoscenza non potranno che determinare una condivisione del potere o, comunque, una riconfigurazione dei sistemi di potere (inclusione) (Dominici 2005, 2011).

Una nuova #Utopia si affaccia sul contemporaneo, un’utopia che sarà possibile soltanto con l’affermazione e la diffusione capillare di una cultura della comunicazione come condivisione della conoscenza (Dominici, 1998), in generale, nei sistemi sociali ed, in particolare, all’interno ed all’esterno delle pubbliche amministrazioni e del sistema delle imprese (concetto di organizzazione come “sistema sociale aperto”). Ma, ancora una volta, occorre ripartire da educazione e istruzione affinché la comunicazione possa rappresentare il vero fattore strategico decisivo di innovazione organizzativa, sistemica, sociale. Una cultura della comunicazione che, ancor più in considerazione del fallimento di un modello di sviluppo totalmente centrato sul “consumo”, che ha fatto coincidere la Persona/il Cittadino con la figura del “consumatore”, può effettivamente creare le condizioni per ripensare il legame sociale, fortemente indebolito, e le ragioni del vivere insieme, che sono le ragioni di una comunità che non può non essere aperta e inclusiva; che sono le ragioni di un nuovo “contratto sociale “(2003).

Una “cultura della comunicazione” che si configura come pre-requisito essenziale anche per la realizzazione di quei fondamentali diritti/doveri di cittadinanza – che, appunto, non sono soltanto quelli del consumatore – senza i quali la Persona/il Cittadino non può evidentemente trovare nessun tipo di legittimazione/riconoscimento alle sue istanze. Ritrovandosi, di fatto, in una condizione di sudditanza o, per lo meno, di “simulazione” della cittadinanza e della partecipazione (Dominici 1998, 2003 e sgg.), oltretutto all’interno di una sfera pubblica del tutto inconsistente e con una Politica sempre più marginale. Una nuova cultura della comunicazione che deve saper abbandonare le logiche (dominanti) dell’etichetta e quelle di marketing (che presentano finalità e scopi totalmente differenti), nelle quali è stata confinata e reclusa da molti anni, anche, e soprattutto, in nome di alcuni vecchi miti dell’efficienza e della razionalità che tuttora pervadono le culture sociali e organizzative: su tutti, quello che considera il “fattore giuridico” e il “fattore tecnologico” condizioni necessarie e, allo stesso tempo, sufficienti (!) per l’efficienza e l’organizzazione dei gruppi e dei sistemi.

La comunicazione, d’altra parte, continua ad essere intesa come “tecnica”, o insieme di tecniche, di persuasione/manipolazione proprie di un agire strumentale e utilitaristico – costituisce, al contrario, l’essenza dell’azione umana e socialeè, come già accennato, processo sociale di condivisione della conoscenza (e delle informazioni) che implica comprensione, relazioni simmetriche, empatia, relazionalità diffusa, generatività, incontro (responsabile) con l’Altro da NOI. Un processo complesso, dinamico, sistemico che non può che essere letto e interpretato nel costante e rigoroso riferimento ad un approccio alla complessità, interdisciplinare e multidisciplinare, in cui sono chiare e nette alcune distinzioni: tra comunicazione e connessione, tra comunicazione e marketing, tra mezzi e fini, tra strumenti e contenuti, tra attori e strutture. Siamo dentro un “nuovo ecosistema” (Dominici, 1996) globale e interconnesso e dobbiamo affrontare un cambiamento di paradigma che mette in discussione le stesse definizioni operative dei concetti e dei codici che abbiamo utilizzato per spiegare il mutamento. Occorre superare questo tipo di ritardo culturale per provare a cambiare le culture organizzative, ancora troppo legate a vecchi modelli e procedure che la tecnologia (e/o il digitale) da sola non può modificare fino in fondo. Attualmente, tutti si dichiarano d’accordo su tali questioni, salvo poi definire azioni e strategie incoerenti rispetto a tali presupposti.  La stessa figura del comunicatore, in altri termini, non può essere solo un “tecnico” della comunicazione (connessione?), un esperto della vendita e/o della costruzione del consenso. In linea generale – mi ripeto – paghiamo un ritardo culturale non indifferente su tali questioni, un ritardo proprio nel modo di immaginare, progettare e realizzare le organizzazioni, le reti sociali e la vita pubblica; un modo fin troppo ancorato ad una “comunicazione del dire” e dell’apparire (logica di “Etichetta”) cui non riusciamo, quanto meno, ad affiancare una “comunicazione del fare” (logica dell’Etica). Continuiamo ad ignorare che è soltanto nel lungo periodo che si creano le condizioni per un “vero” cambiamento culturale: ma per (provare a) far questo, a livello dei processi educativi, dobbiamo ripensare gli stessi concetti di libertà e responsabilità in chiave relazionale, dal momento che esiste una “questione culturale” ed educativa, la cui comprensione è propedeutica per poter affrontare la crisi attuale – una crisi culturale, di civiltà e soltanto in parte economica – e le sfide del futuro. Educare alla responsabilità ed alla comunicazione per creare sistemi sociali aperti, inclusivi e sostenibili.

Riferimenti bibliografici

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N.B. Condividete e riutilizzate pure i contenuti pubblicati ma, cortesemente, citate sempre gli Autori e le Fonti (senza “trucchi”) anche quando si usano categorie concettuali e relative definizioni operative. Condividiamo la conoscenza e le informazioni, ma proviamo ad interrompere il circuito non virtuoso e scorretto del “copia e incolla”, alimentato da coloro che sanno soltanto “usare” il lavoro altrui. Le citazioni si fanno, in primo luogo, per correttezza e, in secondo luogo, perché il nostro lavoro (la nostra produzione intellettuale) è sempre il risultato del lavoro di tante “persone” che, come NOI, studiano e fanno ricerca, aiutandoci anche ad essere creativi e originali, orientando le nostre ipotesi di lavoro. I testi che condivido sono il frutto di lavoro (passione!) e ricerche e, come avrete notato, sono sempre ricchi di citazioni. Continuo a registrare, con rammarico e una certa perplessità, come tale modo di procedere, che dovrebbe caratterizzare tutta la produzione intellettuale (non soltanto quella scientifica e/o accademica), sia sempre meno praticata e frequente in molti Autori e studiosi. Dico sempre: il valore della condivisione supera l’amarezza delle tante scorrettezze ricevute in questi anni. Nei contributi che propongo ci sono i concetti, gli studi, gli argomenti di ricerche che conduco da vent’anni: il valore della condivisione diviene anche un rischio, ma occorre essere coerenti con i valori in cui si crede.

Buona riflessione!

 

Qui di seguito il link al V volume della Collana Comunicazione sociale “i linguaggi della comunicazione sociale” – Fondazione Pubblicità Progresso, dove potrete trovare anche altri contributi di studiosi ed esperte/i. Spero possa interessarvi.

http://www.pubblicitaprogresso.org/wp-content/uploads/2016/11/I-linguaggi-della-comunicazione-sociale_def.pdf

 

 

Immagine: opera di Maurits Cornelis Escher