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Rimettere la Persona al centro. Cultura e civiltà della Rete

La vera sfida sta nel distinguere una comunicazione in grado di emanciparci, da una comunicazione fondata sulla dissimulazione tesa a sostenere una visione particolare, dove la dissimulazione nasce da un racconto presumibilmente veritiero o corretto ma che in realtà sottintende orientamenti ben definiti.

Karl O. Apel

 Nella società dell’informazione viene a formarsi una sempre maggiore dipendenza dall’informazione e dalla comunicazione da parte degli individui e delle istituzioni; dipendenza divenuta necessaria al fine di potere operare efficacemente in quasi tutte le sfere di attività.

Denis McQuail


 

Torniamo a riflettere su questioni che ritengo fondamentali e che mi segnano da sempre, al di là della professione che svolgo, come persona e come cittadino che crede che civismo, interesse generale, etica, cittadinanza siano valori imprescindibili per la coesione dei sistemi sociali e per il cammino verso una democrazia realmente matura e compiuta.

Fuori dal Prisma, a tal proposito, intende contribuire al tentativo, non semplice, di gettare lo sguardo sulla complessità da una prospettiva “altra”, spingendo la propria riflessione a livello della prassi, nella sforzo di porre l’attenzione sull’ALTRO e sulla qualità delle relazioni sociali (conoscenza-fiducia-capitale sociale), con un approccio che non può che essere interdisciplinare, considerata la “natura” multidimensionale della realtà. In altri termini, il tentativo assai arduo è quello di contribuire al progetto di riportare la PERSONA al centro del pensiero contemporaneo che, dopo aver messo in crisi – per non dire decostruito – tutte le verità assolute, i paradigmi, i modelli di spiegazione della realtà, i concetti stessi di “ragione”, “conoscenza” e “verità” – mostrandone i limiti – sembra aver riscoperto nuove certezze nel progresso (materiale) tecnologico e nella ricerca genetica. Intendiamoci bene: non si tratta in alcun modo di discutere l’importanza per l’umanità del progresso scientifico e tecnologico (ci mancherebbe altro…), ma la scienza deve continuare ad essere considerata dall’uomo un “mezzo” e non un “fine”. Stesso discorso vale per la tecnica. La riflessione sulle funzioni strategiche assolte dalla cultura (culture), la sua comprensione, possono risultare decisive proprio per non far perdere alla ricerca, sia scientifica che umanistica – importante come la prima…forse dovremmo superare definitivamente tale dicotomia così fuorviante e improduttiva – la sua originaria vocazione alla globalità. Le definizioni del concetto di “cultura” sono infinite e variano in funzione sia del contesto storico-sociale che delle diverse discipline che se ne sono occupate (sociologia, filosofia, antropologia, psicologia etc.). Un elemento di certezza tuttavia esiste nel dibattito: siamo passati da una concezione della “cultura” intesa come “verità oracolare” (quasi “concessa” dall’alto a pochi “illuminati”) ad una concezione di cultura come processo di continua acquisizione intersoggettiva che si realizza pienamente soltanto nello scambio con l’Altro (comunicazione). Volendo operare una sintesi, possiamo certamente definire – con le nostre parole – la cultura come un insieme di significati e pratiche convenzionali risultanti da un processo, per dirla con Niklas Luhmann, di riduzione della complessità. I significati, parziali e (quindi) rinegoziabili, che costituiscono un sistema culturale, svolgono la fondamentale funzione di mediare simbolicamente la realtà, attribuendole significati e creando condizioni di prevedibilità dei comportamenti. Ma la cultura, oltre a fornire spiegazioni (spesso anche rassicuranti) sulla realtà stessa ed a permettere di potersi orientare in essa, fornisce agli attori sociali stessi gli “strumenti” per metterne in discussione i  principi e i meccanismi fondanti. In altre parole, garantisce coesione (e conformismo) ma è in grado, contemporaneamente, di creare le condizioni per l’attivazione di processi di mutamento (scuola e istruzione sempre protagoniste).Tra le forme di mediazione simbolica “prodotte” dalla cultura (il mito, la religione, il diritto, l’arte, il linguaggio -> per approfondire si veda, tra gli altri, Ernst Cassirer), la comunicazione è quella che permette la diffusione e la condivisione di quegli stessi significati. La comunicazione rappresenta – potremmo dire – il collante che unisce gli universi di significato che costituiscono un sistema culturale. E parlare criticamente di comunicazione significa riflettere e valutare le straordinarie potenzialità dell’attuale prassi comunicativa, alla luce della diffusione capillare dei new-media, dei social networks e del nuovo ecosistema (comunicazione vs. connessione), evitando spiegazioni riduzionistiche e deterministiche (sempre in agguato) o, nella peggiore delle ipotesi, di ricadere nella vecchia disputa tra apocalittici e integrati, magari “nominati” con altre etichette. Un fatto sembra essere certo: oggi, come mai in passato, la tecnologia è entrata a far parte della sintesi di nuovi valori e di nuovi criteri di giudizio (1996). Gli attori sociali si trovano di fronte alla possibilità di operare un irreversibile salto di qualità (digital divide, alfabetizzazione, competenze…permettendo) che, per ora, riguarda – come documentato da molte ricerche e studi – élite e gruppi di potere ristretti. Peraltro, le stesse reti e comunità virtuali spesso rispecchiano, in tutto e per tutto, le reti sociali offline (distinzione online/offline da superarsi): reti e sistemi chiusi, non aperti alla condivisione delle informazioni e delle conoscenze, cioè al sapere condiviso (2003). Se non sei “dentro”, si viene ignorati: meccanismi simili alla vecchia metafora della “spirale del silenzio”, alimentata da una retorica egemone dell’accesso, della trasparenza e della condivisione (che va praticata…contano soprattutto i comportamenti e non la dimensione tecnologica). Troppi interessi in gioco e, soprattutto, ancora poca consapevolezza che la ricchezza e il valore aggiunto possa venire proprio dal condividere e da un nuovo modello economico aperto e cooperativo, strutturato in maniera reticolare. Tuttavia, i mezzi/processi di comunicazione costituiscono ormai, all’interno dei sistemi sociali, i principali fattori di coesione e socializzazione. Essi hanno creato nuove reti comunicative e rappresentano l’unica vera “cinghia di trasmissione” tra la società civile, l’opinione pubblica e il sistema di potere. Come scritto più volte in passato, nuove modalità e strategie comunicative sono nate e la sensazione è che sia stata trasformata la stessa natura dell’agire umano. Ma la questione non è soltanto “tecnica” o di competenze tecniche. A tal proposito, non possiamo non ricordare Stefano Rodotà che viene in aiuto delle nostre tesi ne Il mondo nella Rete (2014), parlando di diritto di accesso a Internet: “…inteso non solo come diritto a essere tecnicamente connessi alla rete, bensì come espressione di un diverso modo d’essere della persona nel mondo, dunque come effetto di una nuova distribuzione del potere sociale (vedi precedenti post). Inadeguato, allora, si rivela il semplice riferimento al «servizio universale», che solitamente continua ad accompagnare queste discussioni, poiché si rischia di concentrarsi quasi esclusivamente sull’apparato tecnico da mettere a disposizione degli interessati. Il diritto di accesso, infatti, si presenta ormai come sintesi tra una situazione strumentale e l’indicazione di una serie tendenzialmente aperta di poteri che la persona può esercitare in rete […] Ma l’equivoco è evidente, e nasce dalla confusione tra il «diritto di accesso» a Internet e Internet come un bene oggetto del diritto delle persone. Coglie meglio la sostanza del problema Berners-Lee, accostando l’accesso a Internet all’accesso all’acqua, nella prospettiva del rapporto tra persone e beni, con i relativi diritti come strumenti che consentono a ogni interessato di poter utilizzare concretamente beni essenziali per la sua esistenza. In questo modo, la cittadinanza digitale non si presenta come «altra» rispetto all’idea di cittadinanza quale si è venuta consolidando nella fase più recente, che mette l’accento proprio sul patrimonio di diritti di cui la persona può concretamente disporre”(si approfondisca anche il vibrante e interessante dibattito riguardante la cd. net neutrality, in atto a livello nazionale e internazionale). La chiarezza e l’efficacia di queste parole spazzano via tanto del nuovismo acritico che caratterizza molto letteratura su questi argomenti, improntata al più classico dei determinismi che vede appunto nella tecnologia la condizione necessaria (sì) e sufficiente (no) per l’innovazione sociale.

La comunicazione e le informazioni sono divenute bisogni primari, risorse strategiche anche per la sopravvivenza dei moderni sistemi democratici. La migliore circolazione delle idee e delle conoscenze è il vero motore propulsivo dello sviluppo e dell’economia della conoscenza. Gli stessi media e i social networks, a tal proposito, andrebbero visti ed analizzati non come un confronto esclusivamente di natura tecnica, ma anche, e soprattutto, come uno scambio di tipo etico, che implica reciprocità e simmetria (correlata al possesso di competenze non solo tecniche), tra chi informa e chi viene informato. La comunicazione, d’altra parte, oltre che produrre comportamenti, è essa stessa un “comportamento” ed un atto pratico, che può essere pertanto oggetto di un’analisi critica e di una valutazione etica, con riferimento alla questione della responsabilità. Quindi, il problema non è soltanto rilevare, osservare il fatto scientifico, ma prendere atto, come si diceva poc’anzi, che la comunicazione è soprattutto un comportamento che genera comportamenti e che produce valore. Alcuni pensatori come Jonas, Habermas ed Apel hanno riflettuto sul valore dell’atto comunicativo ed, in particolare, del discorso, proponendo i concetti forti di situazione comunicativa ideale, di “agire comunicativo” (orientato all’intersoggettività ed all’intesa), di “etica del discorso”: tali concetti si muovono nell’ambito di un’etica così come l’aveva intesa Kant, cioè di un’etica deontologica. Quest’etica deontologica è, nel senso etimologico della parola, un’etica del dovere (del Beruf) in senso pieno, che  spesso viene male interpretata essendo intimamente legata, non alle situazioni di fatto, ma alla conoscenza delle necessarie competenze tecniche e comunicative. Il problema a questo punto è tentare di capire se sia possibile una universalizzazione dei doveri e se coloro che comunicano ed informano possano prendere in qualche modo coscienza di un dovere e di una responsabilità che assumono dinanzi all’umanità. Questa concezione del dovere, tuttavia, si scontra inevitabilmente con la seguente domanda: perché un dovere morale dovrebbe essere obbligatorio se, al contrario, esso riguarda da vicino la libertà dell’individuo? La risposta potrebbe essere la seguente: essendo la comunicazione da intendersi come un “atto” (atto di confronto pratico tra individui o classi di individui) e non come un “fatto” (semplice trasmissione di notizie più o meno utilizzabili), va sottoposta, per la sua natura, a delle regole. Di quali regole però si sta parlando ? Ebbene, in questo contesto, non si parla né di regole di carattere tecnico-conoscitivo da apprendere con un tirocinio specifico, né tanto meno di regole di mestiere, ma di regole universali di valutazione etica e responsabile. E’ ovvio, pertanto, che ciò presupponga dal nostro punto di vista l’accettazione, o per meglio dire, la speranza che tali “regole” universali possono essere individuate e definite, evidentemente, non a priori, bensì partendo dal confronto fondato  su logica e argomentazione. Ed è questo che in fondo ci spinge ad andare avanti in questo tipo di analisi: il relativismo è stata un’importante conquista per il pensiero moderno ma anche il relativismo, spinto alle sue estreme conseguenze, può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Infatti, il relativismo assoluto nega anche se stesso in ultima istanza (vedi Thomas Nagel). Quindi, è fondamentale avere la consapevolezza della relatività e del carattere statistico/probabilistico delle conoscenze, ma è altrettanto importante sforzarsi di arrivare a dei principi condivisi, nel pieno rispetto delle differenze. E forse, in questo, lo sviluppo dei processi comunicativi (ad ogni livello) – prestando attenzione, nell’analisi, alle semplificazioni all’insegna del “tutto è comunicazione” – potrebbe risultare l’elemento decisivo. La domanda di un’etica “forte” della responsabilità, d’altra parte, cresce progressivamente, perché la tecnologia ha aperto dinanzi a noi orizzonti impensabili fino a qualche tempo fa…anche se, rileviamo come l’etica sia molto discussa nelle arene mediatiche e a livello politico, ma poco praticata.

Ma, non è inutile ripeterlo, il discorso etico nella comunicazione é strettamente legato, non tanto alla specifica natura dei media o alla loro presunta e straordinaria capacità di influenzare e manipolare l’opinione pubblica, quanto piuttosto al concetto di libertà di chi informa/comunica producendo/elaborando informazioni e conoscenza. Tale concetto così importante pone ed implica necessariamente il problema della responsabilità, soprattutto oggi che tutti i soggetti comunicanti, nel nuovo ecosistema, ci appaiono sempre più autonomi e liberi.

Da più parti si sente parlare di “rivoluzione copernicana”(digitale) nel sistema della comunicazione, con un’ottica riduzionistica e, talvolta, acritica (tranne qualche eccezione, molto vicina al nostro approccio, come p.e. Critica della democrazia digitale di Fabio Chiusi). Da tempo, la parola d’ordine è interattività (talvolta, simulata), dal momento che, annullando la barriera dello spazio-tempo, i nuovi processi comunicativi consentono di dialogare ed interagire in tempo reale con chi origina i flussi informativi/comunicativi, magari innescando un corto circuito nel sistema tradizionale dei media. Ciò significa una maggiore autonomia dei soggetti coinvolti nella comunicazione. I new-media hanno impresso un’accelerazione centripeta ai diversi sistemi culturali e produttivi senza precedenti, modificando profondamente l’organizzazione dei processi produttivi e decisionali, la divisione sociale e le condizioni di lavoro, i rapporti con il potere, con l’arte e la cultura.

La libertà di comunicare è, in ogni caso, limitata da ciò che il sistema informatico ci consente all’interno di schemi logico-matematici preesistenti. Quindi, al di là delle straordinarie potenzialità (positive) dei nuovi processi comunicativi e del nuovo ecosistema dell’informazione (su questi temi, sul concetto di ecologia dell’informazione, la condivisione come regola e le 11 tesi cfr.Luca De Biase “I media Civici.Informazione di mutuo soccorso”->prendersi cura della conoscenza),  è necessario riflettere sul rischio dell’affermazione di una comunicazione/connessione e, ancor di più, sulle opportunità di accesso ma, soprattutto, sulla qualità dei contenuti  che saranno veicolati da quelle che, fino a qualche tempo fa, venivano chiamate “autostrade dell’informazione”. Pur essendo la sua analisi estremamente attuale, la società della conoscenza e il Villaggio globale profetizzato da McLuhan restano comunque ancora lontani… lontani dall’essere un’opportunità per molti. E non possiamo restare indifferenti!

 

P.S. Mi permetto di far notare  che gli articoli presentano sempre diversi links, forse poco visibili per il colore che richiama quello sociale de Il Sole 24 Ore

P.S. Fuor di ogni retorica, desidero ringraziare sinceramente tutte/i per l’interesse e la pazienza nel leggermi. Grazie a chi, ogni volta, si vede arrivare i miei messaggi e invece di cestinarli, decide di leggere e condividere le sue riflessioni, al di là del limite dei 140 caratteri….donare il proprio tempo all’ALTRO! Grazie…Non riesco a concepire questo spazio di condivisione come uno spazio di “sola” informazione (come obiettivo, già fondamentale). Grazie a tutte/i … Spero qualcuno mi trovi nel mio scrivere…Alla base del mio vivere, pensare, cercare…c’è solo il desiderio (comune) di condividere…un verbo fondamentale…al di là della tecnologia!

“Fuori dal Prisma”… gettare lo sguardo sulla complessità del mutamento in atto, ponendo al centro dell’analisi critica (mai soltanto descrittiva) la PERSONA e la qualità delle RETI di RELAZIONE.

 

P.S. Condividete i contenuti se vi interessano, ma citate la fonte. La correttezza va praticata, non tanto predicata. Grazie!