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Rimettere la Persona al centro. Complessità, cultura e civiltà della Rete

La vera sfida sta nel distinguere una comunicazione in grado di emanciparci, da una comunicazione fondata sulla dissimulazione tesa a sostenere una visione particolare, dove la dissimulazione nasce da un racconto presumibilmente veritiero o corretto ma che in realtà sottintende orientamenti ben definiti.

Karl O. Apel

 Nella società dell’informazione viene a formarsi una sempre maggiore dipendenza dall’informazione e dalla comunicazione da parte degli individui e delle istituzioni; dipendenza divenuta necessaria al fine di potere operare efficacemente in quasi tutte le sfere di attività.

Denis McQuail


Torniamo a riflettere su questioni che ritengo fondamentali e che mi segnano da sempre – al di là della professione che svolgo e dei percorsi di ricerca sviluppati nel tempo – come persona e come cittadino che crede che educazione (non indottrinamento), cooperazione, civismo, interesse generale, etica, cittadinanza, siano valori imprescindibili per la coesione dei sistemi sociali e per il cammino verso una democrazia realmente matura e compiuta. Per abitare la (iper)complessità! (Dominici, 1995, 1998 e sgg.)

Fuori dal Prisma, a tal proposito, intende contribuire al tentativo, non semplice, di gettare lo sguardo sulla complessità da una prospettiva “altra”, spingendo la riflessione a livello della prassi, nella sforzo di porre l’attenzione sull’ALTRO e sulla qualità delle relazioni sociali (conoscenza-fiducia-capitale sociale), con un approccio che non può che essere molti/inter/trans-disciplinare, considerata la “natura” complessa multidimensionale della realtà. In altri termini, il tentativo assai arduo è quello di contribuire al progetto di riportare la PERSONA al centro del pensiero contemporaneo, recuperando le “dimensioni complesse della complessità educativa” (cit.) nella ricerca di un nuovo Umanesimo (1996) non soltanto digitale; un pensiero contemporaneo che, dopo aver messo in crisi – per non dire decostruito – tutte le verità assolute, i paradigmi, i modelli di spiegazione e interpretazione della realtà, i concetti stessi di “ragione”, “conoscenza” e “verità” – mostrandone i limiti e la relatività – sembra aver riscoperto nuove certezze nel progresso (materiale) tecnologico e nella ricerca genetica. Ne ho parlato, in tempi non sospetti, in termini di “grandi illusioni della civiltà ipertecnologica e iperconnessa” (razionalità, controllo, misurabilità, prevedibilità, eliminazione dell’errore).

Intendiamoci bene: non si tratta in alcun modo di discutere l’importanza per l’umanità del progresso scientifico e tecnologico (anche se, per tante ragioni, preferisco parlare di “evoluzione complessa” e non lineare), ma la scienza deve/dovrebbe continuare ad essere considerata/riconosciuta un “mezzo” (fondamentale) e non un “fine”. Stesso discorso vale per la tecnica.

La riflessione sulle funzioni strategiche assolte dalla cultura (culture), la sua comprensione, possono risultare decisive proprio per non far perdere alla ricerca, sia scientifica che umanistica – importante come la prima…forse dovremmo superare definitivamente tale dicotomia così fuorviante e improduttiva – la sua originaria vocazione alla globalità. Le definizioni del concetto di “cultura” sono infinite e variano in funzione sia del contesto storico-sociale che delle diverse discipline che se ne sono occupate (sociologia, filosofia, antropologia, psicologia etc.). Un elemento di certezza tuttavia esiste nel dibattito: siamo passati da una concezione della “cultura” intesa come “verità oracolare” (quasi “concessa” dall’alto a pochi “illuminati”) ad una concezione di cultura come processo di continua acquisizione intersoggettiva che si realizza pienamente soltanto nello scambio/incontro con l’Altro (comunicazione).

Volendo operare una sintesi, possiamo certamente definire – con le nostre parole – la cultura come un insieme di significati e pratiche convenzionali risultanti da un processo, per dirla con Niklas Luhmann, di riduzione della complessità (anche se, per chi scrive, la complessità non può essere né ridotta, né semplificata, né tanto meno “gestita”).

I significati, parziali e (quindi) rinegoziabili, che costituiscono un sistema culturale, svolgono la fondamentale funzione di mediare simbolicamente la realtà, attribuendole significati e creando condizioni di “prevedibilità dei comportamenti”. Ma la cultura, oltre a fornire spiegazioni (spesso anche rassicuranti) sulla realtà stessa ed a permettere di potersi orientare in essa, fornisce agli attori sociali stessi gli “strumenti” per metterne in discussione i principi e i meccanismi fondanti.

In altre parole, garantisce coesione (e conformismo) ma è in grado, contemporaneamente, di creare le condizioni per l’attivazione di processi di mutamento (scuola e istruzione sempre protagoniste).Tra le forme di mediazione simbolica “prodotte” dalla cultura (il mito, la religione, il diritto, l’arte, il linguaggio -> per approfondire si veda, tra gli altri, Ernst Cassirer), la comunicazione è quella che permette la diffusione e la condivisione di quegli stessi significati.

La comunicazione rappresenta – potremmo dire – il collante che unisce gli universi di significato che costituiscono un sistema culturale. E parlare criticamente di comunicazione significa riflettere e valutare le straordinarie potenzialità dell’attuale prassi comunicativa, alla luce della diffusione capillare dei cd.new-media, dei social networks e del nuovo ecosistema globale (comunicazione vs. connessione), evitando spiegazioni riduzionistiche e deterministiche (sempre in agguato) o, nella peggiore delle ipotesi, di ricadere nella vecchia disputa tra apocalittici e integrati, magari “nominati” con altre etichette.

Un fatto sembra essere certo: oggi, come mai in passato, la tecnologia è entrata a far parte della sintesi di nuovi valori e di nuovi criteri di giudizio (1996). Gli attori sociali si trovano di fronte alla possibilità di operare un irreversibile salto di qualità (digital e cultural divide, alfabetizzazione, analfabetismo funzionale, povertà educativa, conoscenze e competenze…permettendo) che, per ora, riguarda – come documentato da molte ricerche e studi – élite e gruppi di potere ristretti.

Proviamo ad abitare una società profondamente “asimmetrica”. Peraltro, le stesse reti e comunità virtuali spesso rispecchiano, in tutto e per tutto, le reti sociali offline (distinzione online/offline da superarsi): reti e sistemi chiusi, non aperti alla condivisione delle informazioni e delle conoscenze, cioè al sapere condiviso (2003). Se non sei “dentro”, si viene ignorati: meccanismi simili alla vecchia metafora della “spirale del silenzio”, alimentata da una retorica egemone dell’accesso, della trasparenza e della condivisione (che va praticata…contano soprattutto i comportamenti e non la dimensione tecnologica). Troppi interessi in gioco e, soprattutto, ancora poca consapevolezza che la ricchezza e il valore aggiunto possa venire proprio dal condividere e da un nuovo modello economico aperto e cooperativo, strutturato in maniera reticolare. Tuttavia, i mezzi/processi di comunicazione costituiscono ormai, all’interno dei sistemi sociali, i principali fattori di coesione e socializzazione. Essi hanno creato nuove reti comunicative e rappresentano l’unica vera “cinghia di trasmissione” tra la società civile, l’opinione pubblica e il sistema di potere. Come scritto più volte in passato, nuove modalità e strategie comunicative sono nate e la sensazione è che sia stata trasformata la stessa natura dell’agire umano.

Ma la questione non è soltanto “tecnica” o di competenze tecniche. A tal proposito, non possiamo non ricordare Stefano Rodotà che viene in aiuto delle nostre tesi ne Il mondo nella Rete (2014), parlando di diritto di accesso a Internet: “…inteso non solo come diritto a essere tecnicamente connessi alla rete, bensì come espressione di un diverso modo d’essere della persona nel mondo, dunque come effetto di una nuova distribuzione del potere sociale (vedi precedenti post). Inadeguato, allora, si rivela il semplice riferimento al «servizio universale», che solitamente continua ad accompagnare queste discussioni, poiché si rischia di concentrarsi quasi esclusivamente sull’apparato tecnico da mettere a disposizione degli interessati. Il diritto di accesso, infatti, si presenta ormai come sintesi tra una situazione strumentale e l’indicazione di una serie tendenzialmente aperta di poteri che la persona può esercitare in rete […] Ma l’equivoco è evidente, e nasce dalla confusione tra il «diritto di accesso» a Internet e Internet come un bene oggetto del diritto delle persone. Coglie meglio la sostanza del problema Berners-Lee, accostando l’accesso a Internet all’accesso all’acqua, nella prospettiva del rapporto tra persone e beni, con i relativi diritti come strumenti che consentono a ogni interessato di poter utilizzare concretamente beni essenziali per la sua esistenza. In questo modo, la cittadinanza digitale non si presenta come «altra» rispetto all’idea di cittadinanza quale si è venuta consolidando nella fase più recente, che mette l’accento proprio sul patrimonio di diritti di cui la persona può concretamente disporre”(si approfondisca anche il vibrante e interessante dibattito riguardante la cd. net neutrality, in atto a livello nazionale e internazionale). La chiarezza e l’efficacia di queste parole spazzano via tanto del nuovismo acritico che caratterizza molto letteratura su questi argomenti, improntata al più classico dei determinismi che vede appunto nella tecnologia la condizione necessaria (sì) e sufficiente (no) per l’innovazione sociale.

La comunicazione e le informazioni sono divenute bisogni primari, risorse strategiche anche per la sopravvivenza dei moderni sistemi democratici. La migliore circolazione delle idee e delle conoscenze è il vero motore propulsivo dello sviluppo e dell’economia della conoscenza. Gli stessi media e i social networks, a tal proposito, andrebbero visti ed analizzati non come un confronto esclusivamente di natura tecnica, ma anche, e soprattutto, come uno scambio di tipo etico, che implica reciprocità e simmetria (correlata al possesso di competenze non solo tecniche), tra chi informa e chi viene informato.

La comunicazione, d’altra parte, oltre che produrre comportamenti, è essa stessa un “comportamento” ed un atto pratico, che può essere pertanto oggetto di un’analisi critica e di una valutazione etica, con riferimento alla questione della responsabilità. Quindi, il problema non è soltanto rilevare, osservare il fatto scientifico, ma prendere atto, come si diceva poc’anzi, che la comunicazione è soprattutto un comportamento che genera comportamenti e che produce valore.

Alcuni pensatori come Jonas, Habermas ed Apel hanno riflettuto sul valore dell’atto comunicativo ed, in particolare, del discorso, proponendo i concetti forti di situazione comunicativa ideale, di “agire comunicativo” (orientato all’intersoggettività ed all’intesa), di “etica del discorso”: tali concetti si muovono nell’ambito di un’etica così come l’aveva intesa Kant, cioè di un’etica deontologica. Quest’etica deontologica è, nel senso etimologico della parola, un’etica del dovere (del Beruf) in senso pieno, che spesso viene male interpretata essendo intimamente legata, non alle situazioni di fatto, ma alla conoscenza delle necessarie competenze tecniche e comunicative. Il problema a questo punto è tentare di capire se sia possibile una universalizzazione dei doveri e se coloro che comunicano ed informano possano prendere in qualche modo coscienza di un dovere e di una responsabilità che assumono dinanzi all’umanità. Questa concezione del dovere, tuttavia, si scontra inevitabilmente con la seguente domanda: perché un dovere morale dovrebbe essere obbligatorio se, al contrario, esso riguarda da vicino la libertà dell’individuo? La risposta potrebbe essere la seguente: essendo la comunicazione da intendersi come un “atto” (atto di confronto pratico tra individui o classi di individui) e non come un “fatto” (semplice trasmissione di notizie più o meno utilizzabili), va sottoposta, per la sua natura, a delle regole. Di quali regole però si sta parlando? Ebbene, in questo contesto, non si parla né di regole di carattere tecnico-conoscitivo da apprendere con un tirocinio specifico, né tanto meno di regole di mestiere, ma di regole universali di valutazione etica e responsabile. E’ ovvio, pertanto, che ciò presupponga dal nostro punto di vista l’accettazione, o per meglio dire, la speranza che tali “regole” universali possono essere individuate e definite, evidentemente, non a priori, bensì partendo dal confronto fondato su logica e argomentazione.

Ed è questo che in fondo ci spinge ad andare avanti in questo tipo di analisi: il relativismo è stata un’importante conquista per il pensiero moderno ma anche il relativismo, spinto alle sue estreme conseguenze, può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Infatti, il relativismo assoluto nega anche se stesso in ultima istanza (vedi Thomas Nagel). Quindi, è fondamentale avere la consapevolezza, oltre che dell’assoluta arbitrarietà e convenzionalità di significati, codici e linguaggi, della relatività e del carattere statistico/probabilistico delle conoscenze;  allo stesso tempo, nel quadro di un’etica e di una cultura della responsabilità (cultura della complessità), costruite a livello dei processi educativi e formativi, è altrettanto importante sforzarsi di arrivare a dei principi condivisi, nel pieno rispetto delle differenze. E forse, in questo, lo sviluppo dei processi comunicativi (ad ogni livello) – prestando attenzione, nell’analisi, alle semplificazioni all’insegna del “tutto è comunicazione” – potrebbe risultare l’elemento decisivo.

La domanda di un’etica “forte” della responsabilità, d’altra parte, cresce progressivamente, perché la tecnologia ha aperto dinanzi a noi orizzonti impensabili fino a qualche tempo fa…anche se, rileviamo come l’etica sia molto discussa nelle arene mediatiche e a livello politico, ma poco praticata.

Ma, non è inutile ripeterlo, il discorso etico nella comunicazione è strettamente legato, non tanto alla specifica natura dei media o alla loro presunta e straordinaria capacità di influenzare e manipolare l’opinione pubblica, quanto piuttosto al concetto di libertà (libertà e/è responsabilità = concetti relazionali, presuppongono il “noi”, non l’io…come ripeto da molti anni) di chi informa/comunica producendo/elaborando informazioni e conoscenza. Tale concetto così importante pone ed implica necessariamente il problema della responsabilità, soprattutto oggi che tutti i soggetti comunicanti, nel nuovo ecosistema, ci appaiono sempre più autonomi e liberi. Ma autonomia non significa/implica responsabilità.

Da più parti si sente parlare di “rivoluzione copernicana” (digitale) nel sistema della comunicazione, con un’ottica riduzionistica e, talvolta, acritica. Da tempo, la parola d’ordine è interattività (talvolta, simulata), dal momento che, annullando la barriera dello spazio-tempo, i nuovi processi comunicativi consentono di dialogare ed interagire in tempo reale con chi origina i flussi informativi/comunicativi, magari innescando un corto circuito nel sistema tradizionale dei media. Ciò significa una maggiore autonomia dei soggetti coinvolti nella comunicazione. I new-media hanno impresso un’accelerazione centripeta ai diversi sistemi culturali e produttivi senza precedenti, modificando profondamente l’organizzazione dei processi produttivi e decisionali, la divisione sociale e le condizioni di lavoro, i rapporti con il potere, con l’arte e la cultura.

La libertà di comunicare è, in ogni caso, limitata da ciò che il sistema informatico ci consente all’interno di schemi logico-matematici preesistenti. Quindi, al di là delle straordinarie potenzialità (positive) dei nuovi processi comunicativi e del nuovo ecosistema dell’informazione (su questi temi, sul concetto di ecologia dell’informazione, la condivisione come regola e le 11 tesi cfr.Luca De Biase “I media Civici.Informazione di mutuo soccorso”->prendersi cura della conoscenza), è necessario riflettere sul rischio dell’affermazione di una comunicazione/connessione e, ancor di più, sulle opportunità di accesso ma, soprattutto, sulla qualità dei contenuti che saranno veicolati da quelle che, fino a qualche tempo fa, venivano chiamate “autostrade dell’informazione”. Pur essendo la sua analisi estremamente attuale, la società della conoscenza e il Villaggio globale profetizzato da McLuhan restano comunque ancora lontani… lontani dall’essere un’opportunità per molti. E non possiamo restare indifferenti!

Concludo recuperando alcuni brani del passato:

«Occorre prendere definitivamente coscienza che il vero “fattore” strategico del cambiamento e dei processi di innovazione è il “fattore” culturale: una variabile complessa in grado, nel lungo periodo, di innescare e accompagnare i processi economici, politici, sociali (1996). Proprio in conseguenza di quel processo di ribaltamento dell’interazione complessa tra ‘evoluzione biologica’ ed ‘evoluzione culturale’, attualmente è l’evoluzione culturale a determinare quella biologica (ibidem). Cosa intendo dire? Intendo affermare che gli esseri umani si stanno progressivamente impossessando delle ‘leve’ della propria evoluzione e che, come già accennato, le nostre straordinarie scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche ci stanno mettendo sempre più in condizione di controllare i meccanismi evolutivi».

«Attenzione, però, al pensare che la tecnologia sia/possa essere un fattore indipendente, neutrale, addirittura un fattore “esterno” alla cultura: non lo è mai stato, né mai lo sarà! Continuare a credere questo, ci porterebbe/ci porterà a perpetuare un grandissimo errore di prospettiva che si traduce poi, puntualmente, in strategie e politiche, completamente inadeguate e fuori strada rispetto alla “(iper)complessità della trasformazione digitale”.

Eppure, nonostante tale questione sembri scontata ed evidente, si tratta ancora di una credenza/visione estremamente diffusa, tra gli studiosi ma anche tra i cd. esperti. Ricordiamoci che la divisione tra tecnologia e cultura è una delle più false tra le “false dicotomie” (1995 e sgg.).

Con il ribaltamento dell’interazione complessa tra le “due evoluzioni” (naturale e culturale) – questa la mia definizione operativa, proposta anni fa, di “cambio di paradigma” – i fattori sociali e culturali si rivelano assolutamente determinanti – e, in futuro, lo saranno sempre di più – , non soltanto nell’indirizzare la ricerca scientifica e la stessa politica, ma anche, e soprattutto, nel determinare l’evolversi e il manifestarsi della vita stessa. Sto sostenendo, in altre parole, che saranno i fattori culturali a determinare i percorsi e le traiettorie del progresso tecnologico e sociale; a ri-definire il concetto stesso di ‘vita’, a ri-definire cosa significhi oggi ‘ESSERE UMANI’ nella civiltà ipertecnologica, dell’automazione e della cd. “materia intelligente”. Esseri umani che, nel frattempo, continuano ad inseguire e cercare di perseguire, ad ogni costo, quella che sembra profilarsi come la nuova utopia della società iperconnessa e ipertecnologica: edificare una “civiltà senza errore” totalmente “artificiale” (1996 e sgg.), in cui tutto, ma proprio tutto – ogni entità e/o dimensione: dalle forme di vita al pensiero, dalle emozioni ai sentimenti e alla coscienza – sia misurabile (in termini quantitativi), replicabile, simulabile e, di conseguenza, prevedibile. Più che un’utopia, fuorviante e ingannevole, un’illusione, una serie di illusioni, per tanti versi, anche pericolose, destinate a mettere in discussione la nostra stessa libertà (concetto relazionale). Proprio perché saranno i fattori sociali culturali a stabilire ‘ciò che è possibile e ciò che non lo è’, in un momento in cui – mi ripeto – i tradizionali confini tra naturale e artificiale sono completamente saltati!».

E ancora:

«“Grandi illusioni” della civiltà ipertecnologica e iperconnessa – così le ho definite – temi e questioni che riguardano – come ripeto da molti anni – anche il mondo (e gli ecosistemi) dell’intelligenza artificiale (opportunità) e della cd. “materia vivente” e, più in generale, i processi (in atto) di “sintesi complessa”, all’interno dei quali, “continuiamo a confondere l’intelligenza con la simulazione dell’intelligenza, il pensiero con la simulazione del pensiero, l’empatia e i sentimenti con la simulazione dell’empatia e dei sentimenti” (Dominici, 1995, 1998, 2003, 2005 e sgg.)»

 

Un approccio e percorsi di ricerca dal’95

#CitaregliAutori

 

Tesi, ipotesi di ricerca, poi tradotte in studi e ricerche che ho proposto molti anni fa e che, attualmente, proposte da studiosi e colleghi, soprattutto ma non soltanto, stranieri, vengono presentate come originali e rivoluzionarie. Basta davvero poco…

 

P.S. Mi permetto di far notare che gli articoli presentano sempre diversi collegamenti ipertestuali e percorsi di approfondimento, forse poco visibili per il colore che richiama quello sociale de Il Sole 24 Ore

P.S. Fuor di ogni retorica, desidero ringraziare sinceramente tutte/i per l’interesse e la pazienza nel leggermi. Grazie a chi, ogni volta, si vede arrivare i miei messaggi e invece di cestinarli, decide di leggere e condividere le riflessioni e donare il proprio tempo all’ALTRO! Grazie…Non riesco a concepire questo spazio di condivisione come uno spazio di “sola” informazione (come obiettivo, già fondamentale). Grazie a tutte/i … Spero qualcuno mi trovi nel mio scrivere. Alla base del mio vivere, pensare, fare ricerca…c’è solo il desiderio (comune) di pensare insieme  e condividere… verbi fondamentali, al di là della tecnologia!

“Fuori dal Prisma”: il tentativo è sempre quello di gettare lo sguardo sulla (iper)complessità del mutamento in atto, ponendo al centro dell’analisi critica (mai soltanto descrittiva) la PERSONA, la qualità delle RETI di RELAZIONE, la COMPLESSITÀ stessa. Una complessità meravigliosa, irreversibile e imprevedibile e, come ripeto da anni, non gestibile/controllabile.

N.B. Condividete e riutilizzate pure i contenuti pubblicati ma, cortesemente, citate sempre gli Autori e le Fonti anche quando si usano categorie concettuali e relative definizioni operative. Condividiamo la conoscenza e le informazioni, ma proviamo ad interrompere il circuito non virtuoso e scorretto del “copia e incolla”, alimentato da coloro che sanno soltanto “usare” il lavoro altrui. Le citazioni si fanno, in primo luogo, per correttezza e, in secondo luogo, perché il nostro lavoro (la nostra produzione intellettuale e la nostra attività di ricerca) è sempre il risultato del lavoro di tante “persone” che, come NOI, studiano e fanno ricerca, aiutandoci anche ad essere creativi e originali, orientando le nostre ipotesi di lavoro.

I testi che condivido sono il frutto di lavoro (passione!) e ricerche e, come avrete notato, sono sempre ricchi di citazioni. Continuo a registrare, con rammarico e una certa perplessità, come tale modo di procedere, che dovrebbe caratterizzare tutta la produzione intellettuale (non soltanto quella scientifica e/o accademica), sia sempre meno praticata e frequente in molti Autori e studiosi.

Dico sempre: il valore della condivisione supera l’amarezza delle tante scorrettezze ricevute in questi anni. Nei contributi che propongo ci sono i concetti, gli studi, gli argomenti di ricerche che conduco da vent’anni: il valore della condivisione diviene anche un rischio, ma occorre essere coerenti con i valori in cui si crede.

Buona riflessione e buona ricerca!