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Nella Rete: sapere riflessivo e sistemi ad alta interdipendenza…tra inclusione ed esclusione

 

La progressiva diffusione di nuovi mezzi di comunicazione,  ad alto tasso di innovazione tecnologica, sta sconvolgendo architetture sociali e politiche, favorendo l’affermazione di un nuovo modo di produzione economica interamente basato sul possesso, la capacità di elaborazione e la diffusione delle conoscenze. La cosiddetta società/economia  della conoscenza, sostituendo progressivamente le risorse materiali con quelle immateriali, definisce nuove forme di scambio sociale e nuove asimmetrie sociali che la Politica, sempre più ridimensionata a livello della prassi dall’economia e dalla finanza, non sembra più essere in grado di gestire.

La dinamicità intrinseca, che ne è scaturita, ha avuto come sua prima conseguenza un processo di sviluppo ineguale (la globalizzazione) che si è concretizzato in nuove forme di interdipendenza dall’impatto globale che il sapere riflessivo rende (auto)evidenti. La stessa globalizzazione, a nostro avviso,  non si è mai rivelata come un momento di frattura – concetto di postmodernità (Lash, 1990; Kumar,1995; Inglehart,1996; Bauman,2000) – rispetto alla cosiddetta prima modernità; al contrario, essa ha costantemente mantenuto al suo interno tutte le contraddizioni tipiche del moderno, estendendole su scala globale e radicalizzandone  gli effetti (si pensi anche al concetto di ipermodernità, alternativo proprio a quello di postmodernità). L’economia globale della conoscenza continua a mantenere al suo interno due spinte, già presenti nel moderno, che si affrontano dialetticamente in campo aperto: da una parte l’interdipendenza (e interconnessione) economica e tecnologica, dall’altra, la frammentazione sociale, politica e culturale. Alla base di queste  dinamiche vi è, in ogni caso, la ben nota consapevolezza della crisi del pensiero non più in grado di fornire modelli di problemi e soluzioni accettabili (Kuhn). La modernizzazione riflessiva è profondamente segnata da questo presupposto di inadeguatezza dei vecchi paradigmi e dei vecchi schemi conoscitivi, oltre che dalla consapevolezza che le strategie e le possibili soluzioni alla vulnerabilità dei sistemi vanno ricercate, comunque e sempre, dentro la stessa modernità. All’interno dei moderni sistemi sociali complessi, le dimensioni della comunicazione e della produzione sociale di conoscenza hanno assunto una rilevanza straordinaria anche se spetta ancora alla politica, nonostante la profonda crisi in cui versa, individuare ed elaborare le strategie più adeguate per fare in modo che tutti i soggetti siano realmente inclusi, contrastando quella percezione diffusa di isolamento caotico ma anche di vulnerabilità e precarietà delle esistenze, delle appartenenze e dei vissuti sociali. Questo anche perché l’homo faber ha voluto esercitare in modo smisurato la sua volontà di potenza, ma ciò non ha determinato soltanto nuove opportunità: ha creato anche nuove e drammatiche forme di conflittualità e disuguaglianza, ulteriormente segnate dall’accesso limitato o dalla mancata condivisione della conoscenza e delle risorse informative. É in questa direzione che la Politica può/deve lavorare per recuperare il suo spazio, ormai invaso ed egemonizzato dall’economia e dalla finanza.

La comunicazione, in modo complementare allo sviluppo delle forze produttive, è stata da sempre la variabile decisiva per lo sviluppo dei sistemi sociali. Il miglioramento dei flussi comunicativi, dal vertice alla base delle società umane, ha rappresentato sempre un progresso, quanto meno un momento di passaggio verso nuove forme della socialità e nuove forme di mediazione degli interessi e dei conflitti: la nascita dei sistemi democratici, la diplomazia nei rapporti internazionali e la burocrazia in quelli tra cittadino e Stato, ne sono degli esempi paradigmatici. Nell’attuale fase di mutamento, oltretutto contrassegnata da una profonda crisi (evidentemente) non soltanto economica, la comunicazione e la conoscenza sociale potrebbero concretamente contribuire anche ad un processo di riavvicinamento tra sistema di potere e società civile, definendo una nuova simmetria dei rapporti sociali, con inevitabile riconfigurazione e riposizionamento della sfera pubblica. In termini pratici, ciò si tradurrebbe nel rafforzamento di un’opinione pubblica (locale e globale) sempre più critica e informata e, per questa ragione, sempre più partecipe e destinataria attiva delle scelte della Politica. Potrebbe essere questo il vero valore aggiunto della modernità radicale, dopo la grande illusione del postmoderno. Da questo punto di vista, il nuovo ecosistema della conoscenza trova nell’economia interconnessa potenziali opportunità di democratizzazione della conoscenza e dei processi culturali in grado di scardinare, definitivamente, il vecchio modello industriale costituito da assetti consolidati, gerarchie, logiche di controllo e di chiusura al cambiamento. La conoscenza, risorsa immateriale strategica per il mutamento in corso, comincia ad essere sempre più vista e percepita come bene comune in grado di ristabilire rapporti sociali e di potere meno squilibrati e asimmetrici.

In questa stessa linea di discorso, è di vitale importanza il non ricadere nell’errore storico di misurare le disuguaglianze solo sulla base di indicatori economici: l’accesso alla conoscenza, all’informazione, all’istruzione, la possibilità di vedere riconosciuti la propria identità e i diritti di cittadinanza, l’eguaglianza delle opportunità, le libertà di manifestare liberamente il proprio pensiero e di realizzarsi, lo sviluppo della società aperta sono indicatori fondamentali tanto quanto il reddito pro-capite o il PIL. La politica deve attivarsi affinché i media sociali e le reti diventino tecnologie di cooperazione e non di controllo, aprendo alla sperimentazione di nuove forme di partecipazione democratica ed al potere delle moltitudini mobili e intelligenti (Rheingold, 2002).

La logica del libero mercato autoregolato ha avuto un peso rilevante ma la dimensione socioculturale continua a rimanere assolutamente strategica nella lettura anche di fenomeni e processi economici. In tal senso, non possiamo non prendere atto come la società globale sia stata plasmata dai valori di un individualismo talvolta esasperato – anche dalla stessa retorica postmoderna – e dal mito di una produttività senza lavoratori. A nostro avviso, è stata creata quasi una mitologia dell’Individuo autonomo e svincolato da ogni legame, un individuo che, per le sue azioni, sembra non dover rispondere a niente e nessuno: altro che il riferimento alla ben nota distinzione tra etiche dell’intenzione ed etiche della responsabilità. Siamo andati  ben al di là di ogni vincolo giuridico e/o culturale: contano il denaro e il consumo e l’unico (micro)potere dei cittadini è nel loro essere consumatori. Tali dimensioni, insieme al vuoto di significato lasciato dalla crisi delle ideologie, hanno prodotto, tra le conseguenze, anche una sorta di generale disarmo morale, che nutre la società dell’irresponsabilità (Dominici, 2010) – un tipo di società dove, al di là di un quadro normativo e deontologico estremamente articolato, l’etica e la responsabilità sono molto “parlate” e discusse, ma poco praticate – priva di qualsiasi etica del sacrificio. La mitologia dell’individuo sovrano, portatore di diritti ma non di doveri, ha prodotto danni difficilmente calcolabili/valutabili soprattutto per ciò che concerne il rispetto del Bene comune e della “cosa  pubblica”,  ma anche il modo di percepire e osservare norme, valori, regole, modelli di comportamento etc.; una mitologia o, per meglio dire, una narrazione che ha prodotto, tra gli altri effetti, una deregolamentazione negativa e una deresponsabilizzazione degli attori sociali, a tutti i livelli. Anche da questo punto di vista, occorre uscire da questa fase di navigazione a vista, in cui i legami tra l’individuo e le istituzioni, tra l’individuo e le tradizionali agenzie di socializzazione (famiglia, scuola, religione etc.), tra la Politica e i cittadini, si sono fortemente indeboliti e questa distanza che si è creata ha certamente favorito il coinvolgimento sempre più massiccio e decisivo dei media – e nello specifico della Rete e dei media sociali – nel processo di formazione delle identità individuali e collettive e, perfino, nel riconoscimento e nella definizione operativa delle istanze sociali su cui operare delle rivendicazioni nei confronti della Politica. Questa ulteriore proliferazione dei centri formativi e, più in generale, delle arene in cui si sostanzia il pensiero e si progetta la prassi procede di pari passo con la crisi comunicativa che ha investito le istituzioni e gli attori tradizionali del processo formativo, sospesi tra informazione eccessiva e paura della disconnessione. Anche perché la Rete (e i social networks) continua ad includere ed escludere (persone e opinioni) secondo logiche ben lontane dagli stessi presupposti della società della conoscenza e di un sapere aperto e condiviso (2003).Siamo di fronte, in altri termini, ad un sistema (potenzialmente) aperto costituito paradossalmente da reti chiuse che riproducono i meccanismi sociali della tradizionale prassi sociale e comunicativa (rapporti di potere compresi).

comunicare per condividere ed includere!

Ho provato ad offrire spunti per una riflessione critica più ampia e globale ma  a proposito di Diritti digitali si veda: http://camera.civi.ci/discussion/proposals/billofrights e http://www.camera.it/leg17/1

P.S. Scusate il ritardo e buona lettura!

N.B.Condividete e riutilizzate pure i contenuti ma citate sempre la fonte, grazie!