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Non solo tecnologia… complessità e imprevedibilità dei sistemi organizzativi

L’unica conoscenza che valga è quella che si alimenta di incertezza, e il solo pensiero che vive è quello che si mantiene alla temperatura della propria distruzione

Edgar Morin

Quando si separa la mente dalla struttura in cui è immanente – come un rapporto umano, la società umana o l’ecosistema – si commette, io credo, un errore fondamentale, di cui a lungo andare sicuramente si soffrirà

Gregory Bateson

Rispetto alle leggi scientifiche, la realtà si è dimostrata più ricca e stravagante di quanto potessero prevedere coloro che avevano fatto di queste leggi il mezzo determinante della esplorazione del mondo

Ilya Prigogine

Il nuovo ambiente plasmato dalla tecnologia elettrica è un ambiente cannibalistico che divora le persone. Per sopravvivere, bisogna studiare le abitudini dei cannibali

Marshall McLuhan

 

Sistemi e organizzazioni complesse devono confrontarsi e interagire con ecosistemi sempre più caotici e disordinati ma, allo stesso tempo, sempre più interdipendenti e interconnessi, che attraversano un’ulteriore fase (critica) di evoluzione – non lineare – per differenziazione segnata dall’avvento dell’economia interconnessa dell’immateriale (Dominici). Un tipo di economia e di contesto storico-sociale – che ho definito Società Ipercomplessa (2003-05) – che, al di là delle resistenze, soprattutto di tipo culturale, stanno costringendo sempre più i sistemi organizzativi a configurare nuovi modelli e strategie uniformandosi, almeno in termini di etichetta, ai principi della trasparenza e dell’accesso e, più in generale, dell’openness e della condivisione della conoscenza. In tal senso, la comunicazione (non soltanto quella organizzativa), da “semplice” strumento di manipolazione, persuasione (più o meno occulta e responsabile), promozione, reputazione, consenso e costruzione di una visibilità (paradossalmente) fine a sé stessa, è destinata progressivamente a diventare e, soprattutto, ad essere riconosciuta come vero e proprio vettore di trasparenza, accesso, servizio, condivisione, riduzione della complessità. In altre parole, fattore strategico di efficienza e non soltanto per l’immagine e/o la reputazione, il consenso o la vendita.

La comunicazione così intesa – e, peraltro, da sempre definita “processo sociale di condivisione della conoscenza = potere” (Dominici, 1996 e sgg.) – richiede una “nuova cultura della comunicazione” (basata sulla valutazione), che implica necessariamente, non soltanto un ripensamento radicale delle stesse categorie concettuali di Persona, libertà, dignità, cittadinanza (su cui ci mi sono espresso in tempi non sospetti, 1998 e sgg.), ma anche, e soprattutto, la ridefinizione di modelli e culture organizzative sempre più funzionali alla collaborazione, alla cooperazione ed alla co-gestione; modelli antitetici a quelli tradizionali, fondati su gerarchia e centralizzazione dei processi decisionali e conoscitivi. Ma affinché ciò accada (in ogni caso, nel lungo periodo), è necessario che cambino le culture organizzative, sia nel pubblico che nel settore privato (educare e formare alla complessità). Quelle stesse culture organizzative che, spesso, provano a rallentare, quasi a frenare, la rapidità del mutamento in atto soprattutto perché non preparate ed adeguatamente formate a metabolizzare l’innovazione e il cambiamento. Perché, come ribadito anche in tempi non sospetti, i processi di innovazione e cambiamento “camminano sempre sulle gambe delle persone”. Non esistono normative, sistemi, procedure ideali in grado di garantire, comunque e sempre, efficienza, efficacia, correttezza e, soprattutto, rispetto di leggi e norme culturali condivise: ciò che conta è sempre la loro traduzione operativa e applicazione.

La digitalizzazione e le norme giuridiche (rischio di interpretazioni, e soluzioni, riduzionistiche è alto) possono senz’altro fornire un contributo importante, per non dire decisivo, ma da sole non sono sufficienti per ridurre la complessità (efficienza, efficacia, produttività, clima organizzativo, sicurezza, corruzione etc.) e gestire l’instabilità delle organizzazioni, dei sistemi sociali e dei relativi flussi (materiali e immateriali). Ancora una volta, la centralità dev’essere posta sulla Persona, sulla qualità delle relazioni, sul capitale umano e sul benessere organizzativo, su asimmetrie e competenze ma anche, e soprattutto, sulla questione (ir)responsabilità (2009). In altre parole, sulla “vera” complessità dei sistemi organizzativi, un tipo di complessità che, pur caratterizzata da numerose “parti” interdipendenti, si rivela difficilmente misurabile/quantificabile, sia per la numerosità delle variabili intervenienti che per l’imprevedibilità connaturata ai sistemi stessi (cfr. anche il concetto di razionalità limitata, su cui abbiamo lavorato molto). L’accresciuta complessità dei sistemi e il loro differenziarsi, in maniera spesso autonoma e caotica, generano nuovi bisogni comunicativi, formativi, organizzativi. La comunicazione non è un “qualcosa” che può arrivare a valle dei processi e delle dinamiche, perché la comunicazione si identifica in quegli stessi processi e in quelle stesse dinamiche. A tal proposito, in passato ho parlato di “comunicazione del fare” e del “potere comunicativo dell’efficienza”, sia a livello di relazioni interpersonali che di interazioni sistemiche e/o organizzative.

Efficienza ed efficacia vengono messe sempre più a dura prova. Per queste ragioni, ho proposto la formula “COMUNICAZIONE è ORGANIZZAZIONE” (1998,2003 e sgg.), sottolineando l’urgenza di una nuova cultura della comunicazione, basata sulla valutazione e su una metodologia di analisi e rilevazione rigorosa. Come dico sempre, in comunicazione (organizzazione) non si improvvisa e il problema delle competenze (non soltanto dei comunicatori, ma più in generale dei manager/dirigenti e dei dipendenti) è talmente evidente da richiedere – come abbiamo scritto più e più volte – un ridefinizione anche dei tradizionali percorsi didattico-formativi, più specificamente di quelli relativi all’organizzazione della prassi sociale, della vita pubblica e organizzativa. Percorsi che, da anni, sono sempre più schiacciati (nella migliore delle ipotesi) su una formazione esclusivamente “tecnica”, definita e realizzata sulla base di modelli interpretativi lineari non più adeguati all’ipercomplessità.

Quella riguardante i sistemi sociali – e organizzativi – è, peraltro, un tipo di complessità del tutto particolare e difficilmente riducibile, in quanto chi la osserva (studia e analizza) e tenta di comprenderla è allo stesso tempo osservato (vecchio, ma fondamentale, concetto di “osservazione partecipante” – e partecipata ; uno dei tanti concetti della ricerca sociale definiti, e operazionalizzati, molto tempo fa e oggi recuperati in tutti i settori della ricerca e delle organizzazioni); si attivano, di conseguenza, tutta una serie di fattori di condizionamento che modificano, non soltanto la percezione, ma anche le condizioni empiriche dell’evento osservato e perfino l’atto stesso dell’osservare (sia nella ricerca scientifica che nella gestione delle organizzazioni complesse). Oltretutto, occorre considerare che tali dinamiche, oltre a manifestarsi sempre in chiave sistemica (ecco l’importanza di un approccio multidisciplinare e alla complessità) e ad essere caratterizzate dal venir meno del principio di causalità (A -> B — valore probabilistico e statistico delle conoscenze), si evolvono dentro un sistema di conoscenze sociali preesistenti.

Sembra scontato dirlo (non è così, anzi spesso si ha l’impressione che non ci sia sufficiente consapevolezza) ma la stessa scienza, come qualsiasi attività di ricerca e innovazione, si sviluppa dentro contesti storico-culturali determinati.

E dobbiamo sempre considerare che, quando parliamo di “sistemi complessi”, ci stiamo riferendo a sistemi costituiti da molteplici elementi e variabili, a loro volta caratterizzati da legami (non facilmente riconoscibili) e complessi processi di retroazione, che non è possibile osservare isolandoli dal contesto di riferimento. Le parti, che costituiscono i sistemi complessi, sono sempre strettamente interdipendenti ma non è mai così semplice individuarne i legami e le correlazioni. Questo perché siamo quasi sempre di fronte a dinamiche instabili, che rendono inefficace qualsiasi spiegazione deterministica e riduzionistica. Allo stesso tempo, esistono differenti livelli di descrizione che richiedono lessico e codici adeguati e pertinenti.

Come scritto anche in passato: la società della conoscenza spinge le organizzazioni complesse a configurarsi come “sistemi sociali aperti” (Dominici 1998 e sgg.) che tentano di governare l’incerto attraverso la condivisione di una cultura organizzativa e progettuale (vedi teoria dei sistemi), definita ed elaborata all’interno di quelle reti relazionali intersoggettive esistenti “dentro” i sistemi organizzativi. Si tratta di un (necessario) cambio di paradigma culturale (Dominici,1996) (lungo periodo) che, oltre a coinvolgere modelli organizzativi e strategie di azione, riguarda da vicino la qualità delle relazioni sociali e, nello specifico, le persone (e la questione della responsabilità) con il loro sapere, le loro competenze ma anche i loro vissuti sociali (ibidem). La conoscenza sociale e relazionale, (intersoggettività) prodotta sempre da un “NOI”, viene ulteriormente elaborata (e condivisa) nell’incontro/confronto con l’Altro, qualunque sia la situazione/contesto.

Gli attori sociali producendo conoscenza non si limitano ad adattarsi all’ambiente (sociale e/o organizzativo), bensì contribuiscono a modificarlo e co-generarlo (si pensi anche al concetto di “autopoiesi” – ricordo, in particolare, gli studi di H.R. Maturana e F.J. Varela, dello stesso N.Luhmann, punti di riferimento essenziali più volte citati). La comunicazione, intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza (potere), assume, in tal senso, una centralità strategica in tutte le sfere della prassi individuale e collettiva: considerando fondata l’equazione conoscenza = potere, ne consegue che tutti i processi, le dinamiche e gli strumenti finalizzati alla condivisione della conoscenza non potranno che determinare una condivisione del potere o, comunque, una riconfigurazione dei sistemi di potere (Dominici 2003, 2005).

È in questa prospettiva d’analisi che si inserisce la riflessione e l’analisi critica sul ruolo essenziale della comunicazione pubblica – sui processi e gli strumenti che la connotano – vera e propria “cinghia di trasmissione” tra sistema di potere e società civile in grado di ridefinire i confini della cittadinanza e le forme del vivere democratico (differenza tra cittadinanza e sudditanza). Nel complesso rapporto tra cittadino e Stato (P.A.), i valori fondanti della trasparenza e dell’accesso alle informazioni si rivelano così ancor più decisivi in un’epoca segnata da una SFERA PUBBLICA sempre più “ANCELLA” del SISTEMA di POTERE (quello che ho chiamato, anche in passato l’“ANELLO DEBOLE” del sistema…concetto espresso in tempi non sospetti e che oggi molti hanno ripreso e sviluppato), dall’ipertrofizzazione degli apparati burocratici e dalla progressiva dissoluzione dello spazio pubblico.

In questo scenario così complesso, incerto e articolato, la comunicazione, intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza, e le nuove forme di produzione sociale sembrano poter essere in grado di determinare nuove opportunità di inclusione e cittadinanza, facendo riguadagnare una certa autonomia alla sfera pubblica rispetto alla politica (cultutal divide, permettendo). Ma la strada da percorrere è ancora lunga e piena di ostacoli, al di là della ben note questioni del digital divide, dell’alfabetizzazione e delle competenze comunicative e socioculturali necessarie. Come ripeto ormai da tempo, l’architettura del nuovo ecosistema (1996) è “aperta” ma la reti che ne costituiscono il tessuto connettivo sono “chiuse” e riproducono modelli gerarchici ben definiti esattamente come le reti sociali preesistenti alla Rete; con nuovi leaders d’opinione (p.e., oltre a quelli tradizionali, i bloggers sempre più in grado di orientare l’agenda dei temi discussi in rete, soprattutto quando esprimono anche un numero significativo di followers) e nuove “spirali del silenzio” (la metafora è legata agli studi ed alla teoria di E.Noelle-Neumann); con livelli di filtro/mediazione che non sono stati (ancora) neutralizzati dai più volte richiamati effetti di disintermediazione, anche e soprattutto perché l’orizzontalità (apparente) dei processi e dei flussi – lo ribadisco – non è garantita dalla tecnologia in sé. Questo discorso vale per i singoli attori sociali (le nuove soggettività), le organizzazioni complesse e i sistemi sociali, riguarda il livello micro e quello macro che, peraltro, sono tutt’altro che scollegati tra loro -> questioni cruciali: le asimmetrie e il cultural divide. Perché a fare la differenza, anche nel mondo on line e dei social – che non va pensato come un mondo “altro” (concetto di ecosistema) – saranno sempre i contenuti e gli utilizzi degli strumenti comunicativi, oltre alla gestione consapevole dei processi (Dominici, 1998,2003 e sgg.)”.

Sulla base di questi presupposti fondamentali, che devono assolutamente trovare una loro traduzione operativa in politiche e strategie di lungo periodo con una prospettiva sistemica, non posso che riaffermare con forza l’urgenza di superare la sterile e fuorviante separazione tra i saperi, le discipline, le competenze: uscire dalle “torri d’avorio”.

La complessità sociale e organizzativa è sempre un problema di conoscenza e di gestione della conoscenza (Dominici 2003, 2011). Servono educazione alla complessità, al “pensiero critico”, “sapere condiviso”(2003), e una rinnovata consapevolezza, non soltanto “tecnica”, anche con riferimento alle logiche egemoni di controllo e sorveglianza, piuttosto evidenti in questa fase così delicata (torna continuamente il vecchio dilemma libertà vs. sicurezza).

Alcuni punti, a mio avviso, importanti (ve ne sono altri, si veda di seguito la Carta di SGI) proposti e discussi più e più volte:

1)   promozione di programmi formativi mirati ad eliminare il gap tra il profilo del cittadino “reale” e quello “ottimale” (asimmetrie, cultural divide, questioni legate a cittadinanza e inclusione);

2)   promozione di programmi formativi mirati a ridurre/eliminare il digital divide e il cultural divide (sottovalutato) all’interno delle Pubbliche Amministrazioni; investire su formazione mirata e qualificazione dei dipendenti pubblici.

3)   Investire su formazione e qualificazione del personale docente delle scuole;

4)   Investire (concretamente, e invertendo il trend degli ultimi anni) su ricerca e università, ridefinendo l’intero sistema di valutazione della didattica e della ricerca

5)   Promuovere l’uso di piattaforme collaborative e l’adozione di software open-source

6)   Promuovere progetti di social-networking

7) Rilanciare studi e ricerca anche in ambito umanistico – la cultura è agente di cittadinanza e democratizzazione, oltre che fattore strategico di rilancio dell’economia

E, a questo livello – non mi stancherò mai di ripeterlo – senza puntare decisamente su scuola, istruzione (cfr. OECD, Education at a Glance 2014 e OECD Education at a Glance Interim Report Jan 2015), educazione, formazione (capitale umano e Persona al centro…Nuovo Umanesimo…era il 1996) e ricerca sarà molto difficile produrre “vera” innovazione (e inclusione) e, ancor di più, rendere più dinamici sistemi sociali senza mobilità sociale verticale, segnati da profonde asimmetrie e da un familismo amorale diffuso. Con queste condizioni di partenza, ha poco senso anche di parlare “meritocrazia” – scusate se mi ripeto – perché è e sarà la meritocrazia di chi ha più opportunità in partenza.

 

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N.B. Condividete e riutilizzate pure i contenuti, ma citate sempre le fonti. Non si tratta “soltanto” di un reato ma anche, e soprattutto, di una grave scorrettezza.

 

Ri-segnalo volentieri quella che considero un’iniziativa di fondamentale importanza, promossa da Stati Generali dell’Innovazione, affinché la società della conoscenza, e la struttura economica che la innerva, siano realmente fondate su un modello aperto e inclusivo (su Rete e diritti segnalo la Guida del Consiglio d’Europa).

 

Carta d’Intenti per l’Innovazione – Stati generali dell’Innovazione

http://bit.ly/1Bb0pFt

 

immagine: opera di Vasilij Kandinskij