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La (iper)complessità della realtà e l’importanza dei dati che… “non parlano mai da soli”

Rispetto alle leggi scientifiche, la realtà si è dimostrata più ricca e stravagante di quanto potessero prevedere coloro che avevano fatto di queste leggi il mezzo determinante della esplorazione del mondo”

Ilya Prigogine

“La chiave di tutto sono i dati aperti, per la trasparenza e la responsabilità delle aziende e dei governi che devono sempre rendere conto del loro operato ai cittadini.”

Alex Pentland

 

Prendo spunto da un post, come sempre acuto e stimolante, di Michele Kettmaier, fondatore e presidente dell’Associazione Media CIVICI.

La realtà dei dati è una gigantesca illusione.

Certo i dati sono importanti. Aiutano per capire come stanno le cose. Attraverso le infografiche e le mappe raccontano un sacco di cose. Ci dicono se i conti di chi governa sono in ordine. Tanto altro. Rappresentano sempre più l’universo, rappresentano cioè un insieme di oggetti che stanno insieme con le regole della fisica. I dati rappresentano alcuni ambiti della nostra esistenza, e li si fermano.

Certo le infografiche con i loro colori, i loro tratti, le loro forme aiutano a farceli digerire meglio ma rimangono dati, magari un po’ colorati ma sempre freddi. E ci uniformano, ci rendono sempre più uguali. Conosciamo sempre più attraverso i dati che non sono interpretabili sono cosi e basta. Nessuna originalità. Nessuna unicità.

 Ma c’è altro oltre l’universo, c’è il mondo. Ritornare ai fatti sarebbe importante. Del resto senza fatti non esisterebbero nemmeno i dati. E i fatti sono nostri, non dei dati.

 Tornare alla storia senza dati, al racconto che faccia venire un brivido alla schiena del lettore credo sia importante. Le parole sono l’unica cosa che abbiamo” (pubblicato il 27/03/2016).

 

Una breve riflessione che, nella sua essenzialità, pone questioni fondamentali sulle quali, peraltro, anche nei vecchi corsi universitari di matrice epistemologica e metodologica (in cui, al di là dei settori scientifico- disciplinari, la preparazione era molto severa e rigorosa con nessuno spazio per quiz o test a crocetta, tanto utilizzati oggi per valutare l’apprendimento…), veniva posto l’accento proprio a sottolineare l’assoluta importanza della preparazione teorica e metodologica – pre-requisiti essenziali della “famosa” consapevolezza – di chi avrebbe condotto attività di analisi/ricerca/valutazione nei diversi campi del sapere e nella vita professionale e lavorativa (da sempre, per esempio, considero questo tipo di conoscenze e competenze fondamentali anche per chi si deve occupare di comunicazione). Paradigmi e logica della ricerca, presupposti epistemologici, filosofia della ricerca, tecniche quantitative e tecniche qualitative, metodi di campionamento, rigore metodologico, metodologia, analisi qualitativa, formazione metodologica, conoscenze, competenze, etc. non erano semplici “etichette”… Attualmente sembra quasi che di questo tipo di “cassetta degli attrezzi” si possa fare a meno, perché ci sono gli strumenti e i programmi di analisi ed elaborazione dei dati. Si tratta di temi e questioni che riguardavano, e tuttora riguardano, da vicino anche la rilevanza strategica di un’educazione e di una formazione alla complessità ed al pensiero critico; temi e questioni su cui siamo tornati più volte in questi anni e continueremo a farlo. I dati sono fondamentali ma, estremizzando il concetto, sono un “mezzo” e non un “fine”: il valore aggiunto è sempre apportato dall’analista/osservatore/ricercatore che, incrociandoli e sapendone individuare nessi di causalità e/o correlazioni, è in grado di dare significato soprattutto a ciò che non appare immediatamente evidente…appunto, li sa far parlare. Un analista/osservatore/ricercatore che la rivoluzione digitale e, più in generale, l’innovazione tecnologica ha dotato di nuovi e straordinari strumenti proprio per elaborare e dare sistematicità alla quantità infinità di dati e informazioni disponibili.

In questa sede, non si intende metterne in discussione l’importanza (ancor più strategica per ciò che concerne gli open data e la tematica dell’accesso) ma il discorso pubblico che li riguarda e le narrazioni, spesso banali e retoriche, che su di essi vengono prodotte. Ho la netta sensazione che, anche in questo caso, si tratti di un dibattito ancora distante da quell’analisi metodologicamente rigorosa ed, evidentemente, multidisciplinare di cui avremmo urgente bisogno: anche nel caso dei BIG Data sono tornati gli “apocalittici” e gli “integrati” e, con loro, tutte quelle argomentazioni aprioristiche che non contemplano posizioni intermedie, magari fondate sull’esperienza e la ricerca. Da una parte, coloro che vedono nei Big Data la nuova utopia e, dall’altra, coloro che vi riconoscono soltanto rischi e pericoli. Ciò che appare evidente sono le enormi potenzialità dei Big Data per ciò che riguarda la ricerca e lo sviluppo tecnologico: la criticità principale è legata al fatto che non abbiamo ancora compreso come tenere insieme queste straordinarie potenzialità con il rispetto di alcuni diritti fondamentali della persona. Notevoli le implicazioni da valutare, oltre che per la ricerca scientifica e il decisore politico, anche per ciò che concerne il quadro di riferimento giuridico. Una cosa è certa: i dati non parlano mai da soli, è il ricercatore/osservatore a farli parlare, che deve saper farli parlare (sempre chiarendo la nota metodologica) e attribuirgli uno o più significati sulla base delle correlazioni possibili e di eventuali nessi di causalità. Come detto, occorre prestare molta attenzione alle retoriche ed alle narrazioni che puntualmente si sviluppano nel dibattito pubblico e che tendono soltanto a semplificare argomenti che semplici non sono.

Dietro alla questione dei Big Data (e più in generale, dei dati), a mio avviso, torna anche il “vecchio”, ma sempre attuale, tema della razionalità nelle scelte e nelle decisioni – non soltanto a livello organizzativo – che, importante esserne consapevoli, è sempre più una razionalità limitata (H.A.Simon). Nella società interconnessa/iperconnessa, si tratta di un aspetto ancor più paradossale se consideriamo proprio l’enorme disponibilità di dati e informazioni (non tutte utili, per la verità, anzi!). Tuttavia, consapevole dell’importanza di avere disponibilità di questa quantità infinita di dati e, soprattutto, di essere in grado di analizzarli ed elaborarli con le finalità più differenti, continuo a ritenere cruciali soprattutto le questioni legate alla capacità di comprendere fino in fondo e organizzare sistematicamente la mole infinita di informazioni contenute in questo tipo di (iper)complessità. In tal senso, la “vera” rivoluzione dei Big Data è legata alle nuove opportunità di analizzarli e tradurne le evidenze in decisioni da prendersi in un tempo ragionevole. Esiste evidentemente un problema cruciale di come riorganizzare i processi automatici di scelta delle notizie e delle informazioni che possono tradursi in conoscenza. Ma, ripeto, le implicazioni di tipo etico e politico sono notevoli: dall’esigenza di controbilanciare il potere delle grandi corporation del digitale alle problematiche riguardanti privacy e protezione dei dati personali; dalla proprietà allo sfruttamento dei dati, dalla trasparenza all’eccesso di controllo. La Società Interconnessa (2014) deve ripartire anche da queste rinnovate consapevolezze.

Allo stesso tempo, dobbiamo essere consapevoli che l’innovazione implica un cambiamento profondo anche e soprattutto nel modo di vedere, osservare, comprendere i fenomeni, i processi, gli oggetti, le “cose” (->prospettiva sistemica): innovare significa (anche) avere il coraggio di destabilizzare** qualcosa che è profondamente stabile, radicato, ordinato e, per certi versi, ideale. Innovare costituisce sempre una sfida (essenziale) che comporta l’abbandonare certezze, visioni consolidate e comportamenti rituali, liberarsi perfino dalla stessa idea che le “cose” si fanno in un certo modo perché così hanno sempre funzionato. Storicamente (poi, lo so, ci possono essere delle eccezioni), coloro che sono al potere e hanno la responsabilità del decidere, anche a livello di organizzazioni semplici, difficilmente possono essere motivati/interessati ad innovare concretamente, proprio perché le dinamiche dei processi innovativi non possono che rendere meno stabili e controllabili le situazioni in cui sono coinvolti e il contesto di riferimento. E’ sempre il “fattore culturale” ad essere determinante sia nella statica che nella dinamica di sistemi sociali e organizzazioni complesse: perché, come amo ripetere sempre, i processi di innovazione camminano sulle gambe del persone.

 

Allego a questo post alcuni precedenti contributi che sviluppano le questioni accennate:

1) La condizione del sapere nella società della conoscenza

http://bit.ly/1wAmbAD

  1. La Società interconnessa e il ritardo nella cultura della comunicazione

http://bit.ly/1HgiZ2k

  1. Competenze e saperi per la Società Interconnessa: le due culture e la complessità

http://bit.ly/1QXZzkI

4.La cultura motore del cambiamento, ma anche agente di democratizzazione e cittadinanza

http://bit.ly/1qaeFYq  

5.La società asimmetrica* e la centralità della “questione culturale”: le resistenze al cambiamento e le “leve” per innescarlo

http://bit.ly/1QXZJZF

6.La questione culturale e il problema della responsabilità: il ruolo strategico di scuola e istruzione. In cerca di “teste bene fatte”

http://bit.ly/1tjO7ni

7.L’ipercomplessità e una crisi non soltanto economica

http://bit.ly/1LS0Qbz

  1. L’accesso è la nuova misura dei rapporti sociali …nuove categorie per una nuova complessità

http://bit.ly/1CkENRf

  1. Nella Rete: sapere riflessivo e sistemi ad alta interdipendenza…tra inclusione ed esclusione

http://bit.ly/1P0QfgE

10.Il rischio di essere sudditi in democrazia

http://bit.ly/RoRScn

 

N.B. Condividete e riutilizzate pure i contenuti pubblicati ma, cortesemente, CITATE SEMPRE GLI AUTORI anche quando si usano categorie concettuali e relative definizioni operative. Condividiamo la conoscenza e le informazioni, ma proviamo ad interrompere il circuito non virtuoso e scorretto del “copia e incolla”, alimentato da coloro che sanno soltanto “usare” il lavoro degli altri.

 

immagine: distribuzione su larga scala della galassia (materia luminosa), ottenuta grazie a Millenium simulation. (Wikimedia Commons)