Il pensiero….temuto e poco ‘praticato’ #pillole

Il Pensiero e la civiltà ipertecnologica dell’automazione e della simulazione …


“Gli uomini temono il pensiero più di qualsiasi cosa al mondo, più della rovina, più della morte stessa. Il pensiero è rivoluzionario e terribile. Il pensiero non guarda ai privilegi, alle istituzioni stabilite e alle abitudini confortevoli. Il pensiero è senza legge, indipendente dall’autorità, noncurante dell’approvata saggezza dell’età. Il pensiero può guardare nel fondo dell’abisso e non avere timore. Ma se il pensiero diventa proprietà di molti e non privilegio di pochi, dobbiamo finirla con la paura…”

Bertrand Russell

#classici #PensieroCritico #Filosofia

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E già…il #pensiero, questo pensiero, il “pensiero sul pensiero”, la “ricerca sul pensiero” – nonostante i tentativi, destinati al fallimento, di riprodurlo, emularlo, simularlo in tutta la sua complessità e indeterminatezza – è dimensione da sempre essenziale e di vitale importanza; dimensione, allo stesso tempo, (spesso) volutamente ignorata, svalutata, sminuita, considerata inutile (-> delega alla tecnologia —> soluzionismo tecnologico*), dal paradigma egemone della civiltà contemporanea, fondato su precise e funzionali “logiche di sistema” e, nello specifico, edificato su quelle che ho definito, in tempi non sospetti, “grandi illusioni della civiltà ipertecnologica e iperconnessa” (razionalità, controllo, misurazione, prevedibilità, eliminazione dell’errore), sull’automazione progressiva di qualsiasi tipo di meccanismo (l’aspirazione è quella di “gestire” e/o pre-determinare anche quelli sociali), sulla simulazione continua e sistematica, sulla marginalizzazione dell’Umano, in quanto “portatore” e potenziale creatore/produttore/esecutore dell’errore, di errori… che i sistemi non possono “resettare”; già, proprio così, l’errore, da sempre, considerato, non “fonte di conoscenza e apprendimento”, bensì elemento da eliminare e rimuovere, anche dai processi educativi e formativi (prospettiva disastrosa, come ripeto da oltre vent’anni);

….un Umano, unico “detentore” della possibilità di sbagliare, di commettere “errori”, anche consapevolmente e volontariamente; un Umano “fattore”e “variabile complessa” di un’imprevedibilità, continua, sistemica ed emergente che, oltretutto, implica/comporta/richiede – necessariamente – assunzione di responsabilità (1995, 1998, 2003, 2005 e sgg.).

Proprio quegli elementi – secondo tale paradigma – che debbono essere eliminati/rimossi per poter costruire sistemi sociali perfettamente funzionali, efficienti, prevedibili, gestibili, pre-determinabili, anche a livello dei singoli comportamenti sociali, individuali e collettivi.

Società progettate e immaginate (?) come “macchine” perfette (e, quindi, non intelligenti), e non come “organismi”, sistemi ipercomplessi, quale esse sono.

E così…

Dominano incontrastati i “fatti” – o quelli che etichettiamo come tali – , dominano incontrastati i “dati” che, almeno secondo certe narrazioni, fuorvianti, ingannevoli e molto interessate, sembrerebbero non richiedere più l’intervento, la preparazione logica, epistemologica e metodologica degli umani. Bastano i software e l’addestramento a saperli utilizzare.

“Dati” che sono, senz’altro, fondamentali (decisivi) ma che, ripeto sempre, sono erroneamente presentati come “dati di fatto” e che, come ci insegnavano, appunto, nei vecchi corsi di metodologia della ricerca e di epistemologia “non parlano mai da soli”;

…di conseguenza, non possono che dominare incontrastate – almeno, sempre secondo lo stesso paradigma egemone, di cui sopra – e contare soltanto le competenze, le competenze digitali, necessarie ma, come ripeto da sempre, insufficienti, soprattutto in termini di approccio;

Di fondo, e in buona sostanza, in altre parole, si continua a non pensare alla costruzione, sociale e culturale, della Persona e del cittadino; si continua a non pensare mai al “prendersi cura della Società”; in altre parole, si continua a non pensare mai – mai ! – al lungo periodo; e, fatto ancor più preoccupante, si continua a non pensare/occuparsi all’urgenza di “ripensare a come pensiamo”, al pensiero e al sistema di pensiero.

…dominano incontrastati il “saper fare”, gli automatismi, la concretezza, l’ossessione della concretezza: un’ossessione che, peraltro, non da oggi, pregiudica ogni possibilità di innovazione e cambiamento; domina incontrastata l’esaltazione acritica della velocità**, in ogni dimensione del Sociale e del Vitale (ibidem);

In altri termini, domina incontrastata quella che ho definito, diversi anni fa, la “dittatura della concretezza” …”The Tiranny of Concreteness” (su cui ho lavorato e pubblicato molto): una dittatura, cognitiva e culturale, che, supportata dall’attuale architettura complessiva dei saperi e delle competenze**, ha portato con sé una cultura della valutazione, totalmente inadeguata e incapace di cogliere le dimensioni complesse e qualitative (!), le sfumature, le ambiguità, le contraddizioni, i conflitti, le ambivalenze, le coesistenze, tipiche dell’Umano, del Sociale, del Vitale (#CitaregliAutori).

Oltretutto, sembra quasi che…il “pensare” (ma anche il pensiero, i pensieri, il sistema di pensiero, i sistemi di pensiero) che, come noto richiede “tempo” e capacità di astrazione (tra le tante dimensioni), ci renda poco veloci e, di conseguenza, poco efficienti secondo anche vecchi miti di certe culture organizzative…vecchi miti che, al di là di certe narrazioni, e nonostante la maggior parte degli esperti, lo stesso discorso pubblico, sostengano il contrario, non sono mai tramontati, anzi! E non posso non ripetermi, anche questa volta: “questione educativa e culturale”, da sempre!

Vedrete, anche questa volta, diranno di averlo sempre “pensato” e “detto” tutti…

Ma, allora: perché siamo rimasti così indietro in termini di pensiero, di sistema di pensiero, di processi educativi e formativi, di (ri)progettazione/ripensamento della didattica e, perfino, della stessa ricerca?

Ne ho scritto molto, negli anni. E ci sono tornato anche in due studi di prossima pubblicazione (uno avrà la prefazione di una grande figura del nostro tempo). Manca davvero non molto…e/ma manca sempre anche il tempo!

👉 Sempre in questa prospettiva….

Ricordando una grandissima, amata fin dai tempi della Scuola…

Hannah Arendt: “Restai colpita dall’evidente superficialità del colpevole, superficialità che rendeva impossibile ricondurre l’incontestabile malvagità dei suoi atti a un livello più profondo di cause e motivazioni. Gli atti erano mostruosi, ma l’attore risultava quanto mai ordinario, mediocre, tutt’altro che demoniaco e mostruoso. Nessun segno in lui di ferme convinzioni ideologiche o specifiche condizioni malvagie, e l’unica caratteristica degna di nota che si potesse individuare nel suo comportamento fu: non stupidità, ma mancanza di pensiero.” …

Allargando lo sguardo…

Il pensiero…oltre la riflessione sul bene e sul male…

Temi e questioni complesse, sempre di straordinaria attualità anche con riferimento a quelli che ho definito i dilemmi (e le illusioni) della civiltà globale ipertecnologica

La mancanza e/o l’incapacità di pensiero…stesso discorso, con tutte le sfumature del caso, si potrebbe fare per la teoria/le teorie e la sua/loro presunta “inutilità”

Eh già il pensiero…a cosa serve se, in fondo, intendiamo (siamo convinti che conti) istruire, educare (?), formare, quasi addestrare, soltanto/soprattutto dei “meri esecutori di funzioni e di regole”. (Dominici, 1995, 1998 e sgg.)

Ancora la grandissima, e amatissima, Hannah Arendt…

“Se la conoscenza (nel senso moderno di know-how, di competenza tecnica) si separasse irreparabilmente dal pensiero, allora diventeremmo esseri senza speranza, schiavi non tanto delle nostre macchine quanto della nostra competenza, creature prive di pensiero alla mercé di ogni dispositivo tecnicamente possibile, per quanto micidiale” (Arendt H., 1958)

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Un approccio e percorsi di ricerca dal’95

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