1. Introduzione: la riduzione della realtà a informazione
Come amo ripetere ormai da trent’anni (tempus fugit), le esperienze, i vissuti e la stessa Vita non sono (soltanto) “dati” – e, men che meno, sono riducibili a dati, codici e algoritmi – e, allo stesso modo, non tutta la “realtà” (quella che, con una semplificazione di comodo, definiamo “realtà”) è quantificabile, codificabile e/o trasmissibile.
Questa affermazione, solo in apparenza intuitiva, costituisce – da parte di chi scrive – una presa di posizione epistemica ed epistemologica netta e, per certi versi, deliberatamente controcorrente rispetto a una delle tendenze/narrazioni più profonde, pervasive e, soprattutto, meno interrogate della contemporaneità.
Viviamo immersi in una narrazione potente, tanto pervasiva quanto raramente problematizzata, che interpreta la realtà come un immenso sistema informazionale: una trama di dati continuamente prodotti, raccolti, analizzati, rielaborati e restituiti sotto forma di previsione o di ottimizzazione. In questo orizzonte, ogni fenomeno – umano, sociale, cognitivo, relazionale – appare come qualcosa di potenzialmente traducibile in informazione, dunque codificabile, misurabile e, in ultima istanza, prevedibile e governabile.
Questa rappresentazione non si presenta come una teoria esplicita, sottoposta a verifica e a discussione critica, ma come un presupposto implicito – tanto più efficace quanto più invisibile – che orienta pratiche, dispositivi e istituzioni. Essa informa i modelli organizzativi delle imprese, le logiche di funzionamento delle piattaforme digitali, le politiche pubbliche e, non da ultimo, i sistemi educativi e formativi. È una narrazione egemone e performativa, nel senso proprio del termine: non si limita a descrivere il reale, ma contribuisce attivamente a plasmarlo, ridefinendo ciò che viene considerato rilevante, misurabile e degno di attenzione; e, per converso, ciò che viene espulso dal perimetro della legittimità cognitiva.
Ed è proprio in questa naturalizzazione della riduzione informazionale del reale che si annida una delle criticità più profonde della civiltà ipercomplessa: l’idea, tanto diffusa quanto insidiosa, che ciò che non è codificabile perda consistenza epistemologica e valore sociale – che l’inquantificabile, l’incommensurabile, in altre parole, l’indeterminato smetta semplicemente di contare, di essere significativo, rilevante per noi esseri umani.
Il paradigma egemonico della civiltà ipertecnologica porta con sé, in questo senso, una serie di vere e proprie grandi illusioni che nutrono l’aspirazione che le comprende tutte: quella della marginalizzazione dell’Umano, della delega di scelte, di responsabilità e, persino, di processi educativi a sistemi di intelligenza artificiale e dispositivi interconnessi, ritenuti capaci di restituire certezze e strategie sicure: certezze che sono, invece, puramente illusorie – illusioni di razionalità, controllo totale, prevedibilità, misurabilità, semplificazione/facilitazione, eliminazione dell’errore.
Nel frattempo, la dimensione umana viene sempre più schiacciata dalle logiche di un mercato che, in termini weberiani, in condizioni di auto-normatività (Weber), riconosce dignità soltanto alla cosa e non alla Persona, alimentando l’ambizione, tanto diffusa quanto pericolosa, che l’essere umano possa o debba assomigliare sempre più alle macchine intelligenti da lui progettate e programmate.
2. L’equivoco epistemologico: informazione ≠ conoscenza ≠ esperienza
Uno degli equivoci più persistenti e pericolosi del nostro tempo – quello che ho altrove definito l’equivoco epistemologico (1995 e sgg.) – consiste nella sovrapposizione indebita tra informazione, conoscenza ed esperienza: tre dimensioni che, pur essendo tra loro connesse e in continuo scambio, restano/dovrebbero restare radicalmente distinte, sul piano logico non meno che su quello esistenziale.
L’informazione, pur essendo costituita da dati organizzati secondo una sintassi, con una struttura e una forma trasmissibile, è ciò che può essere codificato, trasmesso e replicato senza perdita apparente di contenuto. Essa costituisce il livello più elementare e, al tempo stesso, più facilmente manipolabile del sapere: un dato isolato dal contesto che lo ha generato. È quantificabile e codificabile e si presta perfettamente alla logica algoritmica e computazionale. In fondo, è ciò che i dispositivi accumulano e processano senza comprendere (?).
La conoscenza, invece, presuppone un’elaborazione e implica un salto qualitativo. Non è una semplice aggregazione di informazioni, ma un processo interpretativo che richiede contesto, relazioni, capacità di attribuire significato. Essa è sempre situata, legata a pratiche, linguaggi e comunità di riferimento, e non può essere trasferita per intero da un soggetto a un altro senza un lavoro di rielaborazione. In fondo, è un’informazione che è stata interiorizzata, con altre conoscenze pregresse. Accumulare informazione non produce automaticamente conoscenza (rinvio sempre alla famosa metafora delle “teste ben fatte” vs “teste ben piene” di Michel de Montaigne, poi ripresa da Edgar Morin).
Ma è con l’esperienza che si entra in una dimensione ancora più profonda e irriducibile. L’esperienza è incarnata, vissuta, attraversata da componenti emotive, relazionali e tacite che sfuggono a ogni tentativo di formalizzazione completa. Essa non si “scarica”, né si “trasmette”: si costruisce, nel tempo e attraverso il corpo e le relazioni. L’esperienza è il livello ulteriore che la civiltà ipercomplessa rischia di espellere sistematicamente: non è riducibile a informazione, non è conoscenza codificabile dal momento che coinvolge il corpo, il tempo, il vissuto, l’errore, l’incertezza attraversata in prima persona, la dimensione emotiva e relazionale.
Ridurre l’esperienza a informazione significa operare una semplificazione drastica che cancella proprio ciò che rende il sapere umano vitale e trasformativo: la sua dimensione relazionale, la sua storicità, la sua opacità e ambivalenza. Significa dimenticare che esistono forme di sapere implicite, tacite, non interamente verbalizzabili, che si costruiscono nel tempo e nell’interazione con il mondo e con gli Altri. In questo senso, diventa evidente come non tutto ciò che è misurabile sia realmente significativo, e come molte delle dimensioni più importanti dell’esistenza sfuggano, per loro stessa natura, a ogni logica di quantificazione. L’esperienza, in altri termini, non è soltanto “rumore” non-quantificabile.
Vale la pena, a questo proposito, essere ancora più netti: un (eco)sistema complesso – e l’esperienza umana lo è a pieno titolo – non è osservabile dall’esterno, né la sua evoluzione può essere prevista o controllata fino in fondo, né può essere scomposto in parti/elementi separati/isolati, dal momento che tutte le sue componenti sono intersecanti, interdipendenti, interconnesse e in costante interazione. È precisamente questo che lo distingue, in modo radicale, da un sistema complicato (meccanismo).
Il paradigma rivoluzionario che, all’inizio del secolo scorso, iniziò a essere disvelato riguardo alle caratteristiche dinamiche, non lineari, auto-organizzantesi ed emergenti dei sistemi viventi ci consegna un’indicazione precisa: dobbiamo imparare a riconoscere che ogni oggetto è, in realtà, una relazione – e che tutto è relazione (Weaver, 1948; Simon, 1962; Anderson, 1972; Gell-Mann, 1995; Dominici, 1995-1996, 2023, 2024; Bar-Yam, 1997; Barabasi, 2002; Capra – Luisi, 2014; Castellana, 2022; Rovelli, 2020, 2025).
E, per chiarire ancora meglio la mia proposta, relativamente anche alle “proprietà emergenti”: ricordo sempre che anche queste ultime debbono essere sempre – sempre! – pensate e inquadrate nella dimensione radicalmente sistemica e relazionale del Sociale e del Vivente che, a loro volta, per essere studiati e compresi, non possono essere ridotti alle loro… proprietà emergenti (sarebbe l’ennesimo riduzionismo).
3. L’ideologia della semplificazione e della facilitazione
All’interno di questo quadro si colloca quella che ho definito, senza esitazione e ormai da tempo – in anni in cui la trasformazione digitale non aveva ancora raggiunto l’attuale livello di pervasività – l’ideologia della semplificazione/facilitazione. Tale ideologia si fonda su una serie di assunti impliciti che raramente vengono messi in discussione: l’idea che ogni problema complesso possa essere ridotto a uno schema replicabile, che ogni competenza possa essere acquisita rapidamente, che la conoscenza sia trasferibile senza residui, e che i tempi della educazione/formazione possano essere compressi senza conseguenze sul piano cognitivo e culturale.

Nell’ecosistema digitale contemporaneo, queste convinzioni trovano un terreno particolarmente fertile. Le piattaforme incentivano forme di comunicazione rapide, visibili e semplificate, in cui la complessità viene sistematicamente sacrificata in favore della immediatezza, della chiarezza apparente e dell’immediatezza.
La logica della performatività comunicativa premia contenuti facilmente fruibili, sintetizzabili e condivisibili, contribuendo alla diffusione capillare di modelli interpretativi semplificati – e, con essi, di una vera e propria “dittatura della concretezza”, che squalifica ogni forma di pensiero non immediatamente traducibile in azione o in risultato.
In questo contesto proliferano figure che si presentano come detentrici di un sapere universale, capaci di offrire soluzioni rapide e modelli applicabili a qualsiasi situazione, indipendentemente dalle situazioni e dal contesto. Si tratta, tuttavia, di una conoscenza spesso ridotta a prodotto comunicativo, a narrazione accattivante che perde il legame con la complessità dei processi da cui dovrebbe originare.
Il sapere viene così svuotato della propria dimensione critica e trasformato in merce simbolica: facilmente consumabile, ma difficilmente interiorizzabile e, soprattutto, difficilmente trasformabile in pensiero autonomo (cfr. Dominici, 2005, 2014-2026).
Insegnare la complessità, il metodo scientifico, il pensiero critico e sistemico, alimenta invece un pensiero necessariamente multidimensionale: i dati e l’evidenza empirica, per quanto indubbiamente fondamentali, non restituiscono mai un quadro completo dei fenomeni, della realtà, dell’ipercomplessità del Sociale e del Vitale. Mai come oggi sarebbe necessario modificare in modo così radicale l’approccio, lo sguardo, l’epistemologia, con cui indaghiamo la realtà che ci circonda; e invece la teoria, insieme al pensiero che la genera, viene considerata quasi una perdita di tempo, l’ennesima manifestazione di quella che ho definito la dittatura della concretezza, che riduce ogni ambito della produzione intellettuale e culturale – persino la ricerca scientifica – all’unica dimensione apparentemente neutra e oggettiva della quantità, rendendola funzionale non solo al profitto ma anche al principio, ingannevole, dell’utilità.
4. La “No-Knowledge Society” e la crisi del pensiero
Le conseguenze di questo processo conducono a una configurazione sociale paradossale, che ho proposto, in tempi non sospetti, di definire “No-Knowledge Society”. In essa, l’aumento esponenziale della disponibilità di informazioni non si traduce mai in un corrispondente incremento della conoscenza ma, al contrario, in una sua progressiva erosione. Non si tratta, si badi, di una carenza di dati – semmai è vero il contrario – ma di una crisi ben più profonda, che investe le modalità stesse del pensare.
Questa crisi si manifesta nella difficoltà crescente di affrontare la complessità in quanto tale, nella tendenza a ricercare risposte immediate e rassicuranti, nella dipendenza da modelli semplificati che promettono – illusoriamente – di ridurre l’incertezza e l’imprevedibilità. In un contesto in cui l’incertezza e l’imprevedibilità sono percepite come anomalie da eliminare, piuttosto che come dimensioni costitutive del reale, il pensiero critico viene progressivamente indebolito, quando non del tutto disincentivato.
La conoscenza lascia così spazio a forme di sapere superficiali, caratterizzate da opinioni rapide, narrazioni virali e pseudo-competenze. L‘autorità non deriva più da percorsi di studio, ricerca e confronto, ma viene costruita e legittimata attraverso meccanismi algoritmici che premiano visibilità e interazione, non fondatezza. Si assiste, in altre parole, a una vera e propria ridefinizione dei criteri di validazione del sapere, con effetti profondi – e ancora largamente sottovalutati – sul piano culturale, educativo e sociale.
Ancora incapaci di cogliere le dimensioni complesse, ambivalenti, emergenti, qualitative, non osservabili dell’Umano e del Vitale – le sue ambiguità, le sue contraddizioni – evitiamo di occuparci realmente della costruzione socio-culturale della Persona e del Cittadino, di un cambiamento sistemico e di lungo periodo che può soltanto nascere dal basso. L’intelligenza artificiale, le Intelligenze Artificiali, in questo senso, rischiano di configurarsi come una nuova frattura epistemologica che, oltretutto, non sarà in grado di produrre e/o rigenerare le potenzialità cognitive, sociali, politiche e culturali attese e tanto evocate: non abbiamo ancora imparato a rinunciare ai nostri miti ormai logori, radicati nell’equivoco persistente che confonde i “sistemi complicati” con i “sistemi complessi”, i meccanismi con gli organismi. Puntando tutto sull’iper-velocità e sui processi di simulazione e automazione, rischiamo di formare non pensatori autonomi ma “meri esecutori di funzioni e di regole” (Dominici, 1995-1996 e sgg.).
È qui che diventa necessario, a mio avviso, introdurre una distinzione ulteriore, che ho sviluppato più diffusamente altrove e che ritengo dirimente per comprendere la reale portata di questa frattura: quella tra delega epistemica e delega epistemologica. La prima – affidarsi allo specialista, al medico, allo studioso, all’esperto/a che sa più di noi in un determinato campo – è condizione strutturale di ogni società della conoscenza complessa e ipercomplessa, e non ha nulla di problematico in sé. La seconda, invece, riguarda qualcosa di radicalmente diverso: la cessione, spesso inconsapevole, dell’intero processo di costruzione della conoscenza – del dubitare, del verificare, dell’attribuire senso – a un sistema/ecosistema algoritmico. È precisamente questa seconda forma di delega, quella epistemologica, a costituire il nucleo della nuova frattura di cui parlo: non ci si limita più a utilizzare uno strumento, ma si trasferisce a esso l’intero processo del conoscere. Che questo comporti un costo reale, e non soltanto teorico, lo suggeriscono anche le prime evidenze empiriche: uno studio del MIT Media Lab, condotto tramite elettroencefalografia, ha rilevato una connettività neurale sistematicamente più debole in chi scrive assistito da un modello linguistico rispetto a chi scrive senza alcun supporto o con un semplice motore di ricerca – un effetto di “debito cognitivo” che permane anche dopo l’interruzione dell’uso (Kosmyna et al., 2025). Anche la letteratura più recente, del resto, converge su questo punto, pur senza attingere, a mio parere, alla precisione della distinzione qui proposta: si discute se un sistema privo di intenzionalità possa mai costituire un’autentica autorità epistemica (Hauswald, 2025), di come l’intelligenza artificiale rischi di indebolire la nostra stessa capacità di revisione critica delle credenze (Coeckelbergh, 2025), e di una “verità algoritmica” che non si limita a mediare la conoscenza pubblica, ma ne ridefinisce le condizioni stesse di produzione (Shin, 2026).
5. Tempo, esperienza e non-linearità
Un elemento sistematicamente rimosso in questa trasformazione è il tempo. La cultura della ipervelocità, che permea l’intero ecosistema digitale, tende a considerare il tempo come una variabile da comprimere, ottimizzare e rendere produttiva in ogni suo istante. Tuttavia, l’esperienza e la formazione autentica si sviluppano secondo logiche profondamente diverse. Esse sono processi non-lineari, caratterizzati da discontinuità, ritorni, accelerazioni e rallentamenti, e non possono essere ridotti a sequenze standardizzate senza snaturarsi.
La conoscenza si costruisce attraverso percorsi lunghi e stratificati, in cui l’errore, l’incertezza e l’imprevisto giocano un ruolo fondamentale – non accidentale, ma costitutivo. L’esperienza nasce dall’incontro con l’Altro, dalla relazione, dal confronto con ciò che non è immediatamente comprensibile o assimilabile. In essa si intrecciano dimensioni che sfuggono all’osservazione diretta e alla quantificazione, ma che risultano decisive per la costruzione del senso.
È proprio questa eccedenza rispetto al dato, questa irriducibilità alla formalizzazione, che rende l’esperienza insostituibile. Pretendere di accelerare o standardizzare tali processi significa impoverirli, privarli della loro capacità trasformativa, ridurli a simulazioni che non riescono – e non potranno mai riuscire – a restituire la complessità del vivere.
La Scuola resta, in questo senso, il livello cruciale per educare quelle che già Montaigne chiamava teste ben fatte, non teste piene: consapevoli che il senso della vita e della prassi è innervato di errori e di relazioni. Ma il rischio, tanto più concreto quanto meno dichiarato, è che scuola e università tornino a essere agenzie di selezione anziché di emancipazione, mentre la centralità della crescita esponenziale delle opportunità connettive non si traduce, di per sé, in relazioni realmente comunicative, fondate su simmetria e condivisione autentica. L’accelerazione dei processi lascia sempre meno spazio alla riflessione, al pensiero critico, all’immaginazione e alla creatività – che si nutrono, in realtà, proprio della contaminazione tra saperi, esperienze e mondi socio-culturali diversi.
6. Il limite del paradigma computazionale
Un ulteriore nodo critico – forse il più insidioso, perché meno visibile – riguarda la confusione, tanto diffusa quanto fuorviante, tra complessità e complessità computazionale, una confusione su cui mi capita di tornare da tempo e su cui vale la pena, in questa sede, soffermarsi con maggiore attenzione.
La complessità computazionale è un campo di studi relativamente più stabile e meglio definito: riguarda problemi che, per quanto difficili, possono essere formalizzati, scomposti, trattati attraverso algoritmi, e la cui soluzione è funzione delle risorse – tempo, memoria, capacità di calcolo – necessarie a trattarli. È una nozione preziosa, e nessuno intende negarne l’utilità euristica e operativa.
La stessa parola “complessità” tout court, invece, oltre a non essere affatto sinonimo di “difficoltà”, di “maggiore grandezza” o di “più articolazione”: non è, come amo ripetere, una questione di ordine di grandezza o di scala. Una cellula, un insetto, una foglia, il cervello umano sono sistemi complessi non perché “complicati” da descrivere, ma perché costitutivamente aperti, dinamici, sistemici, adattivi: sistemi in cui le relazioni tra le parti – relazioni non lineari, interdipendenti, spesso retroattive – generano proprietà emergenti, non osservabili né prevedibili a partire dai singoli elementi presi isolatamente, e non riducibili alla loro semplice somma. È la lezione, ancora attuale, di chi ha insistito sul fatto che, in questi sistemi, more is different: l’aggregazione di parti anche semplici può produrre comportamenti collettivi che nessuna descrizione delle singole componenti è in grado, da sola, di anticipare.
Da qui una precisazione che ritengo dirimente, e su cui insisto ormai da molti anni: l’opposto della complessità non è la semplificazione, bensì il riduzionismo. Semplificare – nel senso di rendere accessibile, chiaro, comunicabile – può essere, in certi contesti e con le dovute cautele, un’operazione legittima e persino necessaria. Ridurre, viceversa, significa negare in radice la natura del fenomeno che si pretende di descrivere: significa scambiare il complesso per il complicato – un equivoco che, non a caso, ho altrove definito l’errore degli errori, l’errore epistemologico a monte di tutti gli altri, perché condiziona ogni scelta metodologica successiva.
Ridurre la complessità alla sua sola dimensione computazionale significa, in altre parole, operare una semplificazione che elimina il qualitativo, ignora il contesto e trascura il significato. Significa, in ultima analisi, neutralizzare la dimensione propriamente umana e sociale, fatta di simboli, valori, interpretazioni, conflitti, ambivalenze – non soltanto di correlazioni statistiche o di pattern ricorrenti. I sistemi sociali e culturali non possono essere compresi, né tantomeno governati, esclusivamente attraverso modelli algoritmici, perché eccedono continuamente le logiche della formalizzazione: questa “eccedenza” non è un difetto da correggere con più dati o con modelli più sofisticati, ma condizione strutturale, costitutiva, di ogni sistema vivente e sociale.
È in questo scarto, poco conosciuto ancora, che si annida il rischio di un certo soluzionismo tecnologico, acritico e di maniera – di poter rappresentare, misurare, prevedere e infine governare per intero anche ciò che, per sua natura, resta parzialmente indeterminato e imprevedibile. È un’illusione su cui sono tornato più diffusamente nei miei studi più recenti, dedicati proprio all’urgenza di imparare ad abitare l’indeterminatezza piuttosto che inseguire l’ennesima, illusoria sintesi definitiva. Un sistema complesso adattivo, proprio perché capace di auto-organizzarsi e di reagire in modo non lineare alle perturbazioni del proprio ecosistema di riferimento, non si lascia mai interamente catturare dal modello che pretende di descriverlo: il modello, per quanto raffinato, resta sempre una mappa, mai il territorio.
Questa riduzione comporta, dunque, il rischio concreto di adottare “strumenti” inadeguati per affrontare problemi che richiedono, invece, approcci sistemici e multi/inter/trans-disciplinari: capaci di tenere insieme dimensioni eterogenee, di riconoscere l’interdipendenza radicale che lega le parti al tutto e i sistemi ai rispettivi ecosistemi, e di accettare l’irriducibilità del reale a schemi predefiniti, per quanto sofisticati questi possano apparire.
7. Conclusione aperta: abitare la ipercomplessità
L’esperienza, la conoscenza e la vita eccedono ogni tentativo di riduzione a sequenze di dati. Esse non possono essere completamente codificate, né pienamente trasmesse, né integralmente replicate. In questa “eccedenza” risiede la loro ricchezza – ma anche la sfida che pongono a una civiltà sempre più orientata alla misurazione e al controllo.
La questione, allora, non è/non è mai stata come semplificare la complessità, bensì come imparare ad abitarla. Ciò richiede un ripensamento profondo del pensiero (ripensare a come pensiamo), dei modelli educativi, che devono tornare a valorizzare il tempo lungo della formazione e la centralità dell’esperienza. Implica il riconoscimento del ruolo dell’errore e dell’imprevedibilità come componenti essenziali – e non come anomalie da correggere – dei processi di apprendimento e di innovazione. Richiede, infine, lo sviluppo di un pensiero sistemico e critico, capace di cogliere le interconnessioni e di muoversi all’interno dell’incertezza senza pretendere di ridurla a un problema da eliminare.
Un nuovo contratto sociale*, del resto, può fondarsi soltanto su cittadini capaci di pensiero critico: cittadini, non sudditi. Scuola e Università – che andrebbero considerate a tutti gli effetti corpi costituzionali (penso sempre a figure centrali come Calamandrei, Bobbio, Rodotà) – devono essere le prime a evitare la delega in bianco alla tecnologia, e a coltivare quelle figure ibride, elastiche e aperte, capaci di costruire un’autentica cultura della complessità e di sanare le fratture tra i campi del sapere. La cittadinanza stessa va ripensata come campo aperto in cui libertà e uguaglianza si misurano continuamente, non semplicemente adattata alla prassi tecnologica: perché, come amo ripetere, la democrazia è complessità (Dominici, 2003) – dialettica aperta, pluralità di opinioni, culture e visioni, coesistenza di ordine e caos. Il rischio, altrimenti, è quello di scivolare verso una cittadinanza senza cittadini, costruita attraverso simulazioni di partecipazione che finiscono per simulare, in ultima analisi, la stessa democrazia.
Solo in questo modo sarà possibile contrastare le derive di una società che rischia di confondere l’accesso ai dati con la conoscenza, e la velocità con la comprensione, perdendo di vista ciò che rende l’esperienza umana irriducibilmente complessa e, proprio per questo, profondamente significativa.
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