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La comunicazione per la cittadinanza e il rischio di essere “sudditi” in democrazia.

Tentiamo subito di fissare dei punti fermi, quasi dei “dati di fatto” su cui – credo – si possa essere d’accordo: la stretta, strettissima, correlazione esistente tra comunicazione (è bene chiarirlo, intesa come accesso, condivisione, trasparenza, ascolto, servizio) e cittadinanza (partecipe del bene comune), tra comunicazione e democrazia; ma anche tra democrazia e visibilità/pubblicità del potere. In particolare, non posso non fare riferimento a Norberto Bobbio (1995, 1*ed.1984) quando definisce il governo della democrazia “come il governo del potere pubblico in pubblico”, riconoscendo nella “pubblicità” – opposta al “segreto” – uno dei cardini fondamentali della democrazia. Tuttavia, pur nella loro riconosciuta, oltre che basilare, importanza, i principi di visibilità e pubblicità servono a garantire (almeno dovrebbero…) “informazione” da parte della Pubblica Amministrazione verso i cittadini, ma non contemplano l’opportunità della “comunicazione” per/con i medesimi (->reciprocità); dal momento che la  comunicazione – come proveremo ad argomentare – è un processo sociale complesso che implica accesso, trasparenza, condivisione, coinvolgimento, partecipazione (uno dei concetti-chiave è engagement, di cui parleremo anche al prossimo Forum della Comunicazione 2014). Tuttavia, non è inutile ribadirlo, affinché si verifichino (almeno) le condizioni dei principi/valori appena elencati (la loro traduzione operativa risulta ancora più complicata), è necessario che il processo comunicativo – sia a livello di comunicazione interpersonale che di comunicazione organizzativa e dei sistemi sociali (in questa caso dallo Stato ai cittadini -> sfera pubblica) – coinvolga cittadini (soprattutto) consapevoli con teste ben fatte (->ruolo strategico di scuola e istruzione), informati e competenti (non soltanto dal punto di vista “tecnico”) perché – mi si passi quello che può sembrare uno slogan ma, almeno per chi scrive, non lo è – si può essere “sudditi” anche in democrazia…non conoscendo i propri diritti/doveri (la linea di confine tra cittadinanza e sudditanza è estremamente sottile); non conoscendo gli strumenti e i canali; non essendo sufficientemente alfabetizzati e (appunto) competenti per partecipare attivamente alla costruzione di una sfera pubblica autonoma, in grado di fare pressione sulla politica e sul “Sovrano”(potere) e di incidere sui processi decisionali. Sull’importanza, in tal senso, del tessuto sociale, della qualità del capitale sociale, delle reti e dei movimenti, delle forme di cooperazione e associazionismo, che oggi trovano, nella Rete, l’infrastruttura e l’ecosistema fondamentale per autoriprodursi e intensificare i legami (-> mi viene in mente anche il concetto di autopoiesi) – rimando ad un post precedente. Da sottolineare, inoltre, come il riconoscimento del valore della trasparenza avvenuto, ormai definitivamente, non soltanto a livello legislativo, spinga sempre più le organizzazioni complesse (pubbliche e private) a ricercare una configurazione come “sistemi aperti”, in grado di gestire al meglio la complessità, appunto aprendosi all’ambiente: una complessità sempre legata ad una carenza o, comunque, ad una cattiva gestione della conoscenza. Di conseguenza, tali processi implicano un ripensamento complessivo dei modelli organizzativi, del concetto stesso di comunicazione e, più in generale, l’esigenza forte di quella che, più volte in passato, abbiamo evocato come “nuova cultura della comunicazione”. Allo stesso tempo, è urgente che cresca, sempre più rapidamente, la consapevolezza che il cambiamento, sociale e organizzativo, non viene e non può essere realizzato soltanto dall’innovazione tecnologica e/o da una migliore, e sempre più specifica, definizione del quadro normativo. Molto banalmente (anche se spesso, proprio per la sua apparente banalità, tale “principio” viene poco considerato), le persone, i gruppi, le comunità possono ostacolare – più o meno volontariamente – il cambiamento (si pensi al concetto di clima organizzativo). Ciò pone il problema della conoscenza, dell’ascolto (->che si possono realizzare facendo ricorso a strumenti e tecniche della ricerca sociale, poi mutuate dal marketing), del saper comunicare (che richiede preparazione, competenze etc.) che è “altro” rispetto a certi luoghi comuni/stereotipi (esistenti anche sui relativi profili professionali) ed alla confusione fatta tra comunicazione e marketing, oppure tra comunicazione e connessione.

In conclusione di questo contributo, riguardante tematiche assolutamente non semplici da sviluppare (ma ci ritorneremo..), a causa dei molteplici piani di analisi interdipendenti, vi ripropongo una estratto del passato (2005) che, nonostante il tempo trascorso, (forse) appare ancora in grado di restituire la difficoltà e le implicazioni di questo nostro “discorso”:

«Il presupposto forte della presente analisi è che soltanto l’affermazione e la diffusione capillare della cultura della comunicazione (come condivisione della conoscenza), in generale, nei sistemi sociali ed, in particolare, all’interno ed all’esterno delle pubbliche amministrazioni e del sistema delle imprese (concetto di organizzazione come “sistema aperto”) possa effettivamente creare le condizioni per la realizzazione di quei fondamentali diritti/doveri di cittadinanza senza i quali il cittadino-utente-consumatore non può evidentemente trovare nessun tipo di legittimazione/riconoscimento alle sue istanze. Ritrovandosi, di fatto, in una condizione di sudditanza, all’interno di una sfera pubblica del tutto inconsistente. Il profondo convincimento […] è che, a livello della prassi, le categorie del rischio e del conflitto nei sistemi sociali e nelle organizzazioni complesse, siano strettamente in correlazione con una cattiva/inefficace gestione delle conoscenze o, peggio ancora, con l’impossibilità di avere accesso a queste e di farne un uso consapevole e razionale […] Da questo punto di vista, non ci stancheremo mai di ribadire l’importanza cruciale di un principio che, soltanto in apparenza, si presenta banale e/o scontato: chi possiede più conoscenza (in termini di controllo, possesso, accesso ed elaborazione), così come chi controlla più informazioni, ha anche più potere sia a livello di comunicazione interpersonale, che di comunicazione organizzativa o macro-sistemica. In altri termini, a qualsiasi livello di analisi e della prassi, chi possiede più conoscenza – nella fase attuale, anche chi ha più possibilità di elaborazione della stessa – e ha più competenze (si pensi per un sistema-Paese alla rilevanza strategica di istruzione, formazione e ricerca) è senza dubbio più in grado di orientare l’evoluzione delle dinamiche e dei processi che caratterizzano i rapporti sociali, economici, politici. Conoscenza e competenze, cioè, sono in grado di determinare i rapporti di forza in ogni sfera della vita sociale, organizzativa, sistemica con evidenti ricadute per la cittadinanza e le democrazie». “Vecchie” questioni …ma sempre cruciali -> CONOSCENZA=POTERE

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