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L’Umano, il tecnologico e gli ecosistemi interconnessi: la reclusione dei saperi e l’urgenza di educare e formare alla complessità

La scienza classica non ha voluto accettare l’idea che un effetto disobbedisse alla causa

E.Morin

Non conosco altri modi in cui l’intelligenza o la mente potrebbero sorgere o essere sorte se non attraverso l’interiorizzazione da parte dell’individuo dei processi sociali dell’esperienza e del comportamento

G.H.Mead

 

La socialità non è un accidente né una contingenza; è la definizione stessa della condizione umana

T.Todorov

 

L’economia interconnessa richiede scelte strategiche ed una nuova sensibilità etica per le problematiche riguardanti gli attori sociali, il sistema delle relazioni e lo spazio del sapere: occorre, cioè, una “nuova cultura della comunicazione”, orientata alla condivisione e all’intesa, in grado di incidere sui meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione. Rimettendo al centro la Persona, lo spazio relazionale, i processi educativi.

P.Dominici

 

N.B. L’immagine è opera dell’artista digitale, e di trasformazione digitale, Flavio Fassio che ringrazio ancora per la disponibilità

 Come sempre, non sono previsti “tempi di lettura”

 

L’importanza di educare alla complessità e al pensiero critico

La ipercomplessità non è – e non è mai stata – un’opzione, è un “dato di fatto”: purtroppo, c’è ancora poca consapevolezza di trovarsi di fronte ad una ipercomplessità che si è a tal punto estesa da rendere estremamente difficile e complicato qualsiasi tentativo di fornire/formulare schemi di riduzione della complessità e di analisi che d’altra parte, quasi inevitabilmente, ne restituirebbero una visione quanto meno parziale; da rendere quasi impensabile e, addirittura, utopistico quello, ben più ambizioso, di definire un modello teorico-interpretativo (dimensione fondamentale ma troppo spesso sottovalutata, considerata perfino “inutile”…) o un sistema di pensiero in grado di spiegare il mutamento in atto; in grado di riconoscere e comprendere l’ambivalenza e l’interazione di tutti i livelli problematici coinvolti. Non è un caso, infatti, che si ricorra a “vecchi” modelli e schemi interpretativi, magari riadattati con qualche neologismo ad effetto per presentarli come originali e innovativi. Si tratta di una complessità ulteriormente accresciuta dalla rilevanza, sempre più strategica, che la comunicazione e l’innovazione tecnologica hanno assunto, non soltanto nei processi educativi e di socializzazione, ma anche e soprattutto nella rappresentazione e percezione di dinamiche e processi evolutivi sistemici. Dimensioni problematiche complesse che, evidentemente, condizionano anche interpretazioni e narrazioni egemoni. Il vero problema è che – da sempre – continuiamo a non essere educati e formati a riconoscere questa ipercomplessità e, in ogni caso, non con la nostra testa (1998 e sgg.). Un’inadeguatezza resa ancor più evidente nella società dell’interdipendenza e dell’interconnessione globale: un “nuovo ecosistema” (Dominici, 1996) in cui tutto è (almeno, in apparenza) collegato e connesso, all’interno di processi e dinamiche non lineari, con tante variabili e concause da considerare.

Una ipercomplessità che – bene chiarirlo ancora una volta – è cognitiva, sociale, soggettiva, etica, e che, investendo ogni ambito della vita e della prassi, ci richiede, conseguentemente, di ripensare le categorie, l’educazione e le “forme” della cittadinanza. Come ho avuto modo di scrivere, in tempi non sospetti, ma anche di recente «la tecnologia è entrata a far parte della sintesi di nuovi valori e di nuovi criteri di giudizio, rendendo ancor più evidente la centralità e la funzione strategica di un’evoluzione che è culturale e che va ad affiancare quella biologica, condizionandola profondamente e determinando dinamiche e processi di retroazione (si pensi ai progressi tecnologici legati a intelligenza artificiale, robotica, informatica, nanotecnologie, genomica etc.)».

Pur rimanendo chiusi nelle vecchie “torri d’avorio”, oltretutto reclusi dentro gli stretti ed isolati ambiti disciplinari – per logiche che non riguardano neanche la falsa e fuorviante contrapposizione tra (iper)specializzazione degli stessi e loro complessità e interdisciplinarità (Dominici 1998 e sgg.) – i saperi devono fare i conti con la complessità e l’ambivalenza della vita, oltre che con processi e dinamiche (e razionalizzazioni) che continuano ad evolversi in maniera sempre più rapida e non lineare. I “vecchi” confini tra formazione scientifica e formazione umanistica sono di fatto completamente saltati, in conseguenza delle straordinarie scoperte scientifiche e delle continue accelerazioni indotte dall’innovazione tecnologica che rendono ancor più ineludibile l’urgenza di un’educazione/formazione alla complessità e al pensiero critico (logica). Tuttavia, le resistenze ad un cambiamento così radicale di prospettiva (modelli, pratiche e strumenti) sono fortissime, arrivano soprattutto dai “luoghi” ove si produce e si elabora conoscenza e sono legate a motivazioni di diversa natura: logiche dominanti, modello sociale feudale, questione culturale, primato della politica in tutte le dimensioni, familismo amorale, culture organizzative, climi d’opinione etc. Fondamentalmente, soprattutto perché, come affermato in tempi non sospetti, in qualsiasi campo della prassi individuale e collettiva, innovare significa mettere in discussione saperi e pratiche consolidate, immaginari individuali e collettivi, rompere equilibri, spezzare le catene della tradizione (cit.), abbandonare il certo per l’incerto con rischi (opportunità), anche percepiti, notevolmente superiori. In altre parole, rendere, almeno temporaneamente, più vulnerabili i sistemi e lo spazio comunicativo e relazionale che li caratterizza. Una questione strategica e decisiva per il complesso processo di costruzione, sociale e culturale, della Persona e del cittadino e, quindi, dello spazio pubblico, che riveste un ruolo di fondamentale importanza anche in considerazione del costante e rapido mutamento del contesto, locale e globale, di riferimento (Società Ipercomplessa). Infatti, il processo evolutivo degli ecosistemi sociali (1996) sta progredendo verso una ridefinizione degli spazi relazionali e delle asimmetrie, che porta con sé l’esigenza di un “nuovo contratto sociale” (2003). Di conseguenza, diventa ancor più urgente una riformulazione del pensiero e dei saperi che coinvolga direttamente sia la scuola che l’università, purtroppo ancora pensate e organizzate come “entità” separate le cui politiche (?) andrebbero progettate in chiave sistemica; una riformulazione del pensiero e dei saperi in prospettiva aperta e multidisciplinare, che sappia (evidentemente) tener conto e valorizzare la specializzazione di conoscenze e competenze, superando quella visione distorta e fuorviante che la vede incompatibile con la complessità e l’approccio che essa sviluppa. Quanto detto dovrebbe concretizzarsi in proposte e strategie educative funzionali alla costruzione sociale del cambiamento che, ricordiamolo, se imposto esclusivamente come processo dall’alto è (e sarà) sempre un cambiamento esclusivo, per pochi e di breve periodo. Occorre prendere definitivamente coscienza che questo è il vero “fattore” strategico del cambiamento e dei processi di innovazione: il “fattore” culturale, una variabile complessa in grado, nel lungo periodo, di innescare e accompagnare i processi economici, politici, sociali. E il livello strategico è quello concernente i processi educativi di cui sono protagoniste (dovrebbero esserlo) la scuola, sopra ogni cosa, e le altre agenzie di socializzazione che, peraltro, si son viste divorare da media, reti e gruppo dei pari lo spazio educativo e della socializzazione; è il livello cruciale dove è possibile costruire, oltre che “teste bene fatte” (pensiero critico, pensiero sistemico, educazione alla complessità), la cultura della legalità, della prevenzione, della responsabilità, del rispetto, della non-discriminazione e determinare le condizioni socioculturali per un ridimensionamento dell’egemonia dei valori individualistici ed egoistici, che hanno significativamente contribuito all’indebolimento del legame sociale e della Comunità. Percorsi che, inevitabilmente, si incrociano, fino a sovrapporsi, e che riguardano allo stesso tempo teoria e ricerca scientifica, scuola e università, cittadinanza e democrazia, eguaglianza delle condizioni di partenza e inclusione.

 

Dentro la complessità sociale e organizzativa

Per ciò che concerne la complessità sociale e organizzativa, siamo di fronte ad una complessità che sfugge ai tradizionali meccanismi e dispositivi di controllo sociale e sorveglianza e che richiederebbe, come in passato ho avuto modo di argomentare più volte, una riformulazione del pensiero ed una ridefinizione dei saperi che dovrebbero contribuire proprio a ridurre/metabolizzare tale complessità, definendo, quanto meno, condizioni di prevedibilità dei comportamenti e delle dinamiche all’interno ed all’esterno delle organizzazioni e dei sistemi: in tal senso, Edgar Morin parla di “riforma del pensiero”: «La riforma del pensiero esigerebbe una riforma dell’insegnamento (primario, secondario, universitario), che a sua volta richiederebbe la riforma di pensiero. Beninteso, la democratizzazione del diritto a pensare esigerebbe una rivoluzione paradigmatica che permettesse a un pensiero complesso di riorganizzare il sapere e collegare le conoscenze oggi confinate nelle discipline. […] La riforma del pensiero è un problema antropologico e storico chiave. Ciò implica una rivoluzione mentale ancora più importante della rivoluzione copernicana. Mai nella storia dell’umanità le responsabilità del pensiero sono state così enormi. Il cuore della tragedia è anche nel pensiero».

Alla luce di quanto appena detto, alcune considerazioni di carattere generale si impongono per lo sviluppo della nostra analisi che, evidentemente, non può che prendere le mosse all’interno di un processo di ripensamento complessivo del rapporto tra teoria e ricerca, tra teoria e prassi (si alimentano vicendevolmente); credo non si possa non prendere atto di come la complessità, l’ambivalenza, la varietà delle forme e la rapidità del mutamento in atto abbiano evidenziato, senza margini di discussione, l’urgenza di (quanto meno) ripensare il paradigma (1996) e le stesse categorie concettuali con le quali abbiamo definito e interpretato la realtà fino ad oggi.

La complessità sociale e organizzativa, pur nella sua particolarità, costituisce sempre un problema di conoscenza e di gestione della conoscenza (Dominici 2003, 2011), di possibilità conoscitive che possono essere effettivamente selezionate e realizzate, tradotte in scelte e decisioni – mi viene in mente anche la weberiana sezione finita dell’infinità priva di senso del divenire del mondo. Una complessità, così come l’abbiamo intesa, ulteriormente accresciuta e, contrariamente a quanto si potrebbe pensare (nella cd. Società Interconnessa -> + informazioni + dati = + razionalità nelle scelte e nelle decisioni), ancor più imprevedibile – nonostante la dimensione del tecnologicamente controllato sia aumentata in maniera esponenziale – proprio in virtù dell’enorme (infinita) mole di dati e informazioni che, non soltanto non parlano mai da soli, ma determinano una condizione permanente e costante di razionalità limitata (sulla razionalità limitata, tema a noi molto caro, e sulle “variabili” che la caratterizzano, siamo tornati più volte) a tutti i livelli, da quello organizzativo a quello sociale.

Il “dato di fatto” è che non siamo pronti ad affrontare le sfide e i dilemmi (Popper) della complessità e del nuovo ecosistema, non tanto in termini di metodologia/e della ricerca (e di strumenti di rilevazione, sempre più affinati), quanto di modelli teorico interpretativi che devono (dovrebbero) guidare/orientare l’osservazione empirica, non soltanto scientifica, di fenomeni e processi. Ma servono educazione e formazione alla complessità e una rinnovata consapevolezza rispetto all’esigenza di un approccio multidisciplinare a questa stessa complessità che implica una ridefinizione dello spazio dei saperi e il ribaltamento di quelle logiche di potere e controllo che, a tutti i livelli, ne hanno sancito la parcellizzazione e reclusione dentro gli angusti “confini” delle discipline; discipline sempre più isolate e incapaci di comunicare tra di loro – con profonde implicazione anche per l’esterno delle torri d’avorio.

Come ribadito più volte in passato, questo è “il” problema, è “la” questione, non la specializzazione dei saperi, processo d’altra parte inevitabile con l’affinamento delle metodologie di ricerca e degli strumenti di rilevazione; specializzazione spesso maldestramente contrapposta alla complessità e al relativo approccio, ma anche ai concetti di multidisciplinarità e interdisciplinarità. Il “vero” ostacolo, oltre alle culture organizzative ed alle logiche dominanti, sono proprio le separazioni/steccati disciplinari – si pensi all’annosa e, per certi versi, incredibile distinzione tra discipline umanistiche e materie scientifiche, tra formazione umanistica e formazione scientifica (uno dei motivi del nostro ritardo culturale che tanti danni produce ancora) – che, non soltanto ostacolano l’osservazione e la comprensione della realtà (a livello sociale e delle organizzazioni complesse), la produzione sociale e la condivisione della conoscenza (architrave del nuovo ecosistema), ma si rivelano anche non in grado di restituire quello sguardo d’insieme e quell’ottica globale che gli attuali processi sociali, politici, culturali richiedono costantemente. In tal senso, continuo ad esser convinto, e su questo approccio ho sviluppato le mie ricerche, che l’innovazione tecnologica costituisca da sempre un fattore strategico di cambiamento dei sistemi sociali e delle organizzazioni ma che questa, se non supportata da una cultura della comunicazione, da una visione sistemica della complessità e, a livello di decisore politico, da politiche sociali (lungo periodo) in grado di innescare e supportare il cambiamento culturale (centralità strategica di scuola, istruzione, università), si riveli sempre un’innovazione mancata. La società della conoscenza e il nuovo ecosistema globale (1996) – non solo per queste ragioni, ho preferito parlare di Società Interconnessa – sono destinati a diventare sempre più esclusivi e chiusi, anche in quei “luoghi” in cui non è ancora possibile erigere muri e barriere per gestire (?) la diversità, le disuguaglianze e i conflitti. Sono i germi di quella che ho definito la “società asimmetrica”(cit.): una società apparentemente aperta e inclusiva che, in realtà, garantisce opportunità di inclusione e mobilità solo in linea teorica e a livello di quadro giuridico di riferimento. Quest’ultimo, necessario ma non sufficiente a costruire e, appunto, garantire i pre-requisiti di una cittadinanza piena e partecipata.

La complessità dei sistemi sociali e organizzativi, che caratterizza evidentemente anche le interazioni umane e quelle uomo-macchina, oltre al sistema della relazioni nel suo complesso, è un tipo di complessità del tutto particolare e difficilmente riducibile (cfr. Skinner, Ashby, Luhmann) in quanto chi la osserva (studia e analizza) e tenta di comprenderla è allo stesso tempo osservato (vecchio, ma fondamentale, concetto di “osservazione partecipante” – e partecipata ; uno dei tanti concetti della ricerca sociale definiti, e operazionalizzati, molto tempo fa e oggi recuperati in tutti i settori della ricerca e delle organizzazioni); si attivano, di conseguenza, tutta una serie di fattori di condizionamento che modificano, non soltanto la percezione, ma anche le condizioni empiriche dell’evento osservato e perfino l’atto stesso dell’osservare. Oltretutto, occorre considerare che tali dinamiche, oltre a manifestarsi sempre in chiave sistemica (ecco l’importanza di un approccio multidisciplinare e alla complessità) e ad essere caratterizzate dal venir meno del principio di causalità (A -> B — valore probabilistico e statistico delle conoscenze), si evolvono dentro un sistema di conoscenze sociali preesistenti.

Sembra scontato dirlo – non è così, anzi spesso si ha l’impressione che non ci sia sufficiente consapevolezza – ma la stessa conoscenza scientifica, come qualsiasi attività di ricerca e innovazione, si sviluppa dentro contesti storico-culturali determinati che sono essi stessi “fattori” di condizionamento…si pensi, tra le questioni, alla weberiana impossibilità di una conoscenza realmente avalutativa della realtà. Eppure è ancora molto diffusa la convinzione che formazione umanistica e scientifica possano/debbano essere tenute separate.

D’altra parte, dobbiamo sempre considerare che, quando parliamo di “sistemi complessi” (ancor di più se parliamo di “ecosistemi”), ci stiamo riferendo a sistemi costituiti da molteplici elementi e variabili, a loro volta caratterizzati da legami (non facilmente riconoscibili) e complessi processi di retroazione, che non è possibile osservare isolandoli dal contesto di riferimento. In altri termini, le parti, che costituiscono i sistemi complessi, sono sempre strettamente interdipendenti ma non è mai così semplice individuarne i legami e le correlazioni. Questo perché siamo quasi sempre di fronte a dinamiche instabili, che rendono inefficace qualsiasi modello fondato sulla causalità lineare, oltre che qualsiasi spiegazione deterministica e riduzionistica. Allo stesso tempo, sul piano strategico del linguaggio e della comunicazione (spesso sottovalutato), esistono differenti livelli di descrizione che richiedono un lessico e codici adeguati e pertinenti; evidentemente, ciò costituisce senz’altro un ulteriore elemento di complessificazione della realtà e della prassi.

Da tempo, ormai, non sappiamo più guardare/osservare l’insieme, il sistema, l’intero, la globalità, il sistema di relazioni e/o interazioni che li caratterizzano; in altre parole, ne riconosciamo con difficoltà legami, correlazioni, nessi di causalità: proprio perché siamo stati educati e formati (nella migliore delle ipotesi) a descrivere, registrare regolarità, ai “come” e non ai “perché”; siamo stati educati e formati a cercare (?) e ad accontentarci di risposte semplici e/o pre-codificate (in ogni caso, ottenute in poco tempo), a cercare – dico sempre – soluzioni semplici a problemi (iper)complessi. E tale prospettiva, oltre ad essere miope e fuorviante, si rivela ancor più paradossale proprio perché viviamo (= conosciamo) nell’epoca dell’interconnessione globale, in cui tutti i processi sono interdipendenti e collegati tra loro (e lo saranno sempre di più): dobbiamo fare i conti con dimensioni e livelli di interazione e retroazione – a livello soggettivo, relazionale, sistemico, organizzativo, sociale – che mettono in evidenza, se ancora ce ne fosse bisogno, l’urgenza di ripensare i paradigmi in una prospettiva sistemica e della/sulla (iper)complessità.

#CitaregliAutori

 

P.S. Affronterò tali questioni nel corso del Congresso nazionale AIS a Napoli (13,14 e 15 ottobre 2016) “Making Education through Culture / Making Culture through Education” http://www.ais-sociologia.it/event-items/making-education-through-culture-making-culture-through-education/  – educazione – responsabilità – complessità – sociologia

Approfitto per segnalare volentieri la Manifestazione nazionale, dedicata al giornalismo digitale e on line, #Digit16Le conversazioni sono notizie” (21-22 ottobre), dove parleremo e approfondiremo, queste ed altre questioni, con Marco Dal Pozzo: http://www.lsdi.it/2016/smart-society-in-smart-cities-digit16/

 

Alcuni riferimenti bibliografici (una selezione) e percorsi di approfondimento:

Fare #CopiaeIncolla senza #CitaregliAutori non è solo un reato/scorrettezza: si nega la “natura” stessa della conoscenza (condivisa e collettiva). Anche le intuizioni più originali possono accadere grazie al lavoro ed alle ricerche di tante Persone.

P.D.

 

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