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Il diritto alla filosofia per ripensare l’educazione, la cittadinanza e l’inclusione

Nella prospettiva in cui l’abbiamo proposto e definito, il diritto alla filosofia (vedi estratto da paper accettato e discusso a congresso internazionale, poi pubblicato – Peer Review) evidenzia una stretta, strettissima correlazione con le tematiche fondamentali della cittadinanza e dell’inclusione: questioni sempre più legate – oltre che ai pre-requisiti fondamentali di una pratica logico-filosofica e di una formazione critica – alle opportunità di accesso, elaborazione e condivisione delle informazioni e della conoscenza. Ebbene, proprio in questa prospettiva, si rende, necessaria una breve premessa. Il concetto di “cittadinanza” è, come noto, un concetto complesso che vanta una letteratura scientifica estremamente articolata di area non soltanto giuridica (Marshall, 1950; Veca, 1990; Zolo, 1994 e 2000; Bellamy, 2008; Norris, 2011; Balibar, 2012). Un concetto o, per meglio dire, una categoria del pensiero politico e sociale che, come numerose altre categorie della Modernità, e dei saperi da essa prodotti, richiede urgentemente una ridefinizione e un ripensamento e non – come spesso traspare anche dal dibattito pubblico – una semplice estensione/adeguamento funzionale alla prassi tecnologica. Dal campo semantico vasto, si tratta di un concetto appunto complesso, riconducibile in qualche modo ad un NOI che si contrappone ad un VOI, che chiama in causa quelli altrettanto fondamentali di identità, riconoscimento, soggettività, comunità (politica), territorio, diritti sociali, cultura, inclusione vs. esclusione etc. e che conferma ripetutamente la sua natura storicamente determinata e problematica.

Di conseguenza, gli stessi diritti di cittadinanza vanno ripensati se non altro perché siamo ormai tutti membri di una società che, nonostante i drammatici conflitti e le evidenti asimmetrie/disuguaglianze, è globale e cosmopolita; allo stesso tempo, diritto alla filosofia e pratiche di cittadinanza evidenziano una stretta correlazione, ancor di più se intese anche come pratiche di ridefinizione della cittadinanza. Il diritto alla filosofia diviene ancor più significativo in una fase storica di mutamento così incerta: una transizione all’interno di una crisi globale in cui, peraltro, scuola e università non svolgono più da tempo la loro fondamentale funzione di “ascensori sociali”, determinando una stratificazione sociale sempre più rigida e rendendo i sistemi sociali statici. Tematiche e questioni che, proprio nell’era della globalizzazione e del nuovo ecosistema (1996), dell’economia politica dell’insicurezza e dei grandi flussi migratori, assumono una centralità ancor più strategica, pur rischiando di essere definiti e restituiti in maniera banale e/o quanto meno semplicistica.

Al centro di ogni discorso ci sono/ci devono essere le Persone e le Soggettività ma in quanto appartenenti ad una comunità politica e ciò riafferma la complessità di un’analisi, che è evidentemente legata ad una molteplicità di indicatori e variabili. Detto questo, si continua a non considerare con la necessaria attenzione chi siano effettivamente i cittadini/destinatari di servizi, politiche (?), strategie che, al di là di tecnologie, piattaforme e pubbliche dichiarazioni d’intenti, continuano ad essere sostanzialmente “calate dall’alto”; “chi siano” e quali caratteristiche abbiano con riferimento, non soltanto alle cosiddette variabili strutturali, ma anche, e soprattutto, a variabili e indicatori non più trascurabili come quelli legati all’analfabetismo funzionale, alla povertà educativa, all’educazione e formazione alla complessità ed al pensiero critico. Il rischio – lo ribadiamo ancora una volta – è quello di una cittadinanza senza cittadini. Il rischio è quello di promuovere una partecipazione a soggetti/attori sociali che, di fatto, non hanno gli “strumenti” (evidentemente, non ci si riferisce a quelli tecnici e tecnologici) per partecipare concretamente. Ne abbiamo parlato anche di recente, riproponendo la definizione di “anello debole” (Dominici, 2011 e 2016) con riferimento ad una società civile e ad una sfera pubblica (locale e globale) non in grado di avere un ruolo attivo e realmente propositivo all’interno dei processi dialettici che caratterizzano i moderni sistemi democratici (Bobbio 1984 e 1995; Canfora, 2004).

Una precisazione doverosa. Intendiamo la comunicazione come processo sociale di condivisione della conoscenza (potere) (Dominici,1996 e sgg.), in cui sono coinvolti “attori” sociali, persone in carne e ossa che, in virtù delle competenze possedute, del profilo psicologico, del sistema di relazioni e delle caratteristiche dell’ambiente etc., possono definire relazioni più o meno simmetriche tra di loro (potere – asimmetrie informative e conoscitive etc.). Considerando fondata l’equazione conoscenza = potere, ne consegue che tutti i processi, le dinamiche e gli strumenti finalizzati alla condivisione della conoscenza non potranno che determinare una condivisione del potere o, comunque, una riconfigurazione dei sistemi di potere e delle gerarchie all’interno delle organizzazioni (nel lungo periodo).

In questa linea di discorso, il nuovo ecosistema sociale e comunicativo (1996) apre interessanti prospettive a processi di democratizzazione del sapere ed è destinato ad accrescere le possibilità di accesso alle informazioni e di elaborazione della conoscenza; ma, affinché ciò avvenga, è necessario che si facciano seriamente i conti non tanto con il digital divide (che, con ogni probabilità, sarà risolto nel tempo) quanto con il cultural divide: si tratta di un discorso di vitale importanza, e non solo per la governance di Internet e del nuovo ecosistema, ma anche per quel ripensamento della cittadinanza, funzionale al tentativo di definire/negoziare un “nuovo contratto sociale”(Dominici 1998, 2008), cui si è fatto riferimento nel corso della nostra analisi. Tuttavia, la ridefinizione della cittadinanza e la qualità della democrazia richiedono con urgenza cittadini consapevoli e responsabili, in grado di valutare e monitorare, di non accettare passivamente le narrazioni e/o le rappresentazioni mediatiche o, peggio ancora, le cose “per sentito dire”: in altre parole, non bastano “cittadini connessi”, servono cittadini criticamente formati e informati, educati alla cittadinanza e non alla sudditanza per abitudine culturale (De La Boétie, 1549-1576).

In tal senso, una cittadinanza “vera”, attiva e partecipe del bene comune e, più in generale, il cambiamento culturale profondo sono sempre il “prodotto” complesso, da una parte, di processi e meccanismi sociali (Coleman, 2005) che devono partire “dal basso”, dall’altra, dell’azione di quella società civile e di quella sfera pubblica, attualmente assorbite e fagocitate dalla politica, che ha tolto loro autonomia. Qualche anno fa, abbiamo parlato di una sfera pubblica ancella del sistema di potere (2005): corriamo seriamente il rischio di costruire una cittadinanza/democrazia senza cittadini che è in grado di includere solo chi ha strumenti ed è capace di produrre/elaborare/condividere conoscenza. Sullo sfondo, ma neanche troppo, l’illusione della cittadinanza e di una relazione meno asimmetrica con il potere che, al contrario, si rivelerà sempre più esclusiva (inclusività vs. esclusività). Una drammatica illusione alimentata e resa socialmente accettabile dalle narrazioni mediatiche e della Rete. Una nuova spirale del silenzio (Noelle-Neumann, 1984) con estensione globale, e poche aree e reti indipendenti dai sistemi dominanti (per usare una figura del moderno, le province dell’impero), in grado di produrre innovazione e (piccoli) cambiamenti.

In conclusione, lo ribadisco ancora una volta: non bastano “cittadini connessi”, servono cittadini criticamente formati e informati, educati al pensiero critico ed alla complessità, educati alla cittadinanza – che è fatta di diritti, che devono essere conosciuti, ma anche di doveri – e non alla sudditanza: e, per far questo – sia ben chiaro – occorre agire e intervenire là dove si definiscono le condizioni strutturali di questa società diseguale (scuola e università), che presenta una stratificazione sociale sempre più rigida e netta. Con la centralità posta sui processi educativi e formativi.

Essere liberi comporta responsabilità significative di cui non dobbiamo avere paura. Istruzione ed educazione devono formare, in primo luogo, Persone e Cittadini, che sappiano essere protagonisti del cambiamento più difficile e necessario, quello culturale.

 

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Riferimenti bibliografici

 

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Immagine: Raffaello, la Scuola di Atene

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I testi che condivido sono il frutto di lavoro (passione!) e ricerche e, come avrete notato, sono sempre ricchi di citazioni. Continuo a registrare, con rammarico e una certa perplessità, come tale modo di procedere, che dovrebbe caratterizzare tutta la produzione intellettuale (non soltanto quella scientifica e/o accademica), sia sempre meno praticata e frequente in molti Autori e studiosi. 

Dico sempre: il valore della condivisione supera l’amarezza delle tante scorrettezze ricevute in questi anni. Nei contributi che propongo ci sono i concetti, gli studi, gli argomenti di ricerche che conduco da vent’anni: il valore della condivisione diviene anche un rischio, ma occorre essere coerenti con i valori in cui si crede.

Buona riflessione!