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Ritorno a Gaia. Abitare i confini/paradossi della ‘civiltà senza errore’

Ricordando il meraviglioso Congresso Internazionale (2019) dedicato a James Lovelock (per i suoi 100 anni), organizzato da diversi Atenei, anche internazionali, e dal Centro Studi Internazionale di Filosofia della Complessità Edgar Morin – diretto dall’Amico e collega Prof.Giuseppe Gembillo – e augurandomi possa interessarvi, condivido volentieri il saggio pubblicato, scaturito dalla relazione tenuta nel corso dello stesso Congresso e pubblicato nella Rivista scientifica di Filosofia “Complessità”: Dominici P., Ritorno a Gaia. Abitare i confini/paradossi della “civiltà senza errore”, in “Complessità”, n.1/2020, Armando Siciliano Editore, Messina 2020. ISBN 978-88-7442-950-9

 

Ritorno a Gaia. Abitare i confini/paradossi della ‘civiltà senza errore’

di  Piero Dominici*

Nella civiltà ipertecnologica e della materia intelligente (?), fondata sul controllo totale, sull’illusione della prevedibilità, sulla programmazione/(iper)simulazione dei processi e delle azioni, e segnata da una progressiva crescita del tecnologicamente controllato – che marginalizza lo spazio della responsabilità – le sfide del cambiamento sono riconducibili all’urgenza di definire un sistema di pensiero adeguato al mutamento in corso e in grado di ripensare/ridefinire la centralità dell’Umano, dentro ecosistemi in cui non esiste più alcun confine tra naturale ed artificiale. In tempi di “tecno-capitalismo” e di “capitalismo della sorveglianza”[1], di egemonia della cd. «platform society»[2], le sfide più complesse e difficili continuano ad essere, ancora una volta e per numerose ragioni, quelle educative e formative.

Lo ribadisco con ancora più forza oggi immersi, come siamo, nel mezzo di una pandemia (di una serie di pandemie) che, nel riaffermare la straordinaria, e sostanziale, inadeguatezza dei paradigmi organizzativi e culturali, oltre che dei processi educativi e formativi, ha evidenziato, senza alcun margine di ambiguità, una crescente complessitàho sempre preferito parlare di “ipercomplessità” e dell’urgenza di abitarla, non essendo gestibile, controllabile, prevedibile – del mutamento (globale) in atto e la radicale interdipendenza e interconnessione di tutti i fenomeni, i processi e le dinamiche: ebbene, nonostante tali evidenze, non possiamo non rilevare come siano tornate alla carica, in maniera ancor più decisa e invasiva, le ipotesi/analisi/spiegazioni riduzionistiche e deterministiche fondate, a tutti i livelli della prassi sociale e umana, su quello che ho definito in passato l’“errore degli errori” – la confusione, il gigantesco fraintendimento, tra “sistemi complicati” e “sistemi complessi” (Dominici, 1995 e sgg.) – che, tra le varie implicazioni, ha determinato il ritorno, ancor più evidente, dell’egemonia della “tecno-scienza” e della “tecnocrazia” e la scelta di concedere una sorta di delega in bianco alla tecnologia/alle tecnologie.

Una tecnoscienza ed una tecnocrazia che, quasi paradossalmente e non da oggi, invece che esser ridimensionate dalla emergente e sistemica imprevedibilità dell’ipercomplessità, hanno visto loro assegnare dalla Politica uno spazio operativo e decisionale sempre più ampio. Una “spazio”, quello offerto a Tecnocrazia e Tecnoscienza, che riproduce e rappresenta perfettamente, oltre che vecchie asimmetrie e consolidati rapporti di potere, l’inadeguatezza e le logiche di separazione che caratterizzano, senza alcuna ambiguità, l’architettura complessiva dei saperi e delle competenze (1996) sulla quale sono state edificate la Scuola e l’Università.

Una Politica, al contrario, sempre più marginale e incapace di prendere decisioni fondate su una visione sistemica d’insieme e sul lungo periodo.

E, così, a fronte di una ipercomplessità sempre più evidente e riconoscibile (non ancora conosciuta e conoscibile) che connota il mutamento in corso e che trova drammaticamente impreparate le istituzioni educative e formative; a fronte di una crescita esponenziale delle interdipendenze/interconnessioni/interazioni/condizionamenti che innervano fenomeni e processi, assistiamo, da tempo e quasi paradossalmente, al dominio/egemonia di analisi/spiegazioni riduzionistiche e deterministiche e al ritorno di una visione/concezione neo-positivistica del reale e della realtà.

Dinamiche e processi che si concretizzano, da una parte, nella ricerca, talvolta ossessiva, della semplificazione a tutti i costianche quando è perfino pericoloso semplificare (educazione, formazione, comunicazione, democrazia) – e, dall’altra, in quelle che ho definito “grandi illusioni della civiltà ipertecnologica (razionalità, controllo, prevedibilità, misurabilità, eliminazione dell’errore)” (1996).

Una civiltà che continua ad auto-illudersi e ad auto-rappresentarsi – anche in termini di immaginari collettivi – come una civiltà totalmente “razionale”, controllabile, pianificabile e pianificata; a fronte di società/sistemi sociali – e di attori sociali/soggettività – che appaiono, ancor più nelle situazioni di crisi ed emergenza, come dominate dalle emozioni e dall’emotività, a tutti i livelli della prassi sociale e dei processi decisionali.

Con riferimento alla coppia “razionalità vs emozioni” abbiamo parlato, in tempi non sospetti, come di una delle “false dicotomie” (1995). Per queste e altre ragioni, ho sempre parlato di una “società di massa iperconnessa e interconnessa” (ibidem).

Un “ritorno a Gaia” – per queste, e altre, ragioni la scelta del titolo – che nel recuperare la suggestiva ipotesi di James Lovelock (1979), tenta di andare oltre anche la metafora di Gaia, definita dallo stesso Lovelock come “emblema” dell’ipotesi che “la biosfera sia un’entità autoregolata, capace di mantenere vitale il nostra pianeta mediante il controllo chimico e fisico[3].  In questa sede, la posizione/la tesi che intendo sinteticamente – e me ne scuso – sviluppare, relativa all’approccio alla complessità, alle scienze della complessità (preferisco, per tante ragioni, il plurale) e all’apporto fondamentale che possono offrire/fornire nell’analisi del mutamento in corso, riguarda le questioni fondamentali, non soltanto in termini epistemologici, dell’errore e dell’imprevedibilità[4]: variabili straordinariamente decisive per la stessa sopravvivenza ed evoluzione (non lineare) dei “sistemi complessi” (adattivi) ma anche, e più in generale, delle forme di vita e della vita stessa.

Abitiamo un ecosistema globale di ecosistemi (iper)complessi, in cui le uniche “cose” prevedibili, soprattutto tra quelle relative alla vita, all’Umano, al Sociale, ai processi culturali e comunicativi, ai sistemi sociali (e alla loro iper-complessità), sono proprio…l’imprevedibilità e l’errore. Questa ennesima emergenza ha colto e investito il sistema-mondo, con caratteri di globalità e invasività che hanno non molti precedenti storici.

La nostra vita è emergenza, sequenza infinita di processi dinamici in cui l’emergente si manifesta in tutti i modi possibili e …inimmaginabili, imprevedibili. È “sequenza infinita di tanti cigni neri[5], recuperando la vecchia metafora già in uso presso gli antichi.

A tal proposito, dopo tanti anni di studi e ricerche, oltre che di esperienza, ho la netta sensazione che, spesso, un po’ a tutti i livelli di azione della prassi organizzativa e sociale, quelli che, in presenza di situazioni/dinamiche sfuggite al loro controllo (illusione del controllo), insistono sulla questione/metafora del “cigno nero” (e non mi riferisco, evidentemente, a Taleb[6] ed al suo famoso The Black Swan), dell’evento unico e imprevedibile o, comunque, altamente improbabile, non cerchino/non facciano altro che operare/costruire delle (“classiche”) “razionalizzazioni a posteriori” in grado di rassicurare gli altri e sé stessi rispetto al fatto che, nonostante qualche episodio, tutto rimane “sotto controllo” e prevedibile.

Eppure, ancora una volta, non riusciamo a fare i conti e prendere consapevolezza dei “fattori” e delle “variabili” che, non da oggi, ci condannano all’impreparazione e all’inadeguatezza.

Ciò che appare evidente, al di là della mole infinita di dati e dei modelli statistici e probabilistici, è l’imprevedibilità e la sottovalutazione della dimensione strategica dell’errore. Il ritorno a Gaia e l’urgenza di abitare l’ipercomplessità che chiamano direttamente in causa: 1) l’urgenza di ripensare il pensiero e di ripensare a come ragioniamo e immaginiamo; si tratta di dimensioni fondamentali, eppur assolutamente sottovalutate, e non soltanto in ambito organizzativo e manageriale; 2) l’urgenza di ripensare/ridefinire un “sistema di pensiero”, in grado di mettere noi esseri umani in condizione, almeno, di saper riconoscere questa (iper)complessità, esito non lineare di processi di sintesi complesse.

Un’urgenza che è anche quella di oltrepassare, senza rinnegare, i sistemi di pensiero più consolidati e tradizionali che, pur fondamentali, si sono ormai definitivamente rivelati inadeguati e incapaci di comprendere l’indeterminatezza e la instancabile dinamicità del reale.

La complessità è caratteristica essenziale degli aggregati organici, in altre parole dei sistemi biologici, sociali, relazionali, umani: ben strutturati e costituiti da parti che, nelle loro molteplici e (appunto) sistemiche interazioni, condizionano il comportamento e l’evoluzione (non lineare) dei sistemi stessi. Una (iper)complessità che – come amo ripetere da molti anni – non è un’opzione, è un “dato di fatto”: il vero problema è che non siamo educati e formati a riconoscerla. In questa prospettiva di analisi, partirei dal presupposto che, al di là dei sempre più straordinari e inediti poteri della tecnica, al di là delle altrettanto straordinarie scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche – che ci hanno consentito di migliorare le nostre condizioni di vita – l’atavica pretesa degli esseri umani di poter prevedere, gestire e controllare tutto, fino in fondo, anche la vita, anche le forme di vita e le entità con cui queste si fondono/si uniscono/si ibridano, rischia di rivelarsi, ancora una volta, una scottante delusione, con tutta una serie di ricadute e implicazioni.

E, anche quando verremo a capo di questa ennesima emergenza (globale), se non crescerà la consapevolezza che ordine e caos coesistono nei sistemi complessi, che errore e imprevedibilità ne sono elementi e variabili fondamentali e costitutive, saremo ancora una volta da capo, fino alla prossima occasione. Penso che dopo questa pandemia (questa serie di pandemie) nessuno possa mai più raccontare/comunicare che tutto sia sotto controllo, che siamo in grado, magari grazie a modelli matematici sofisticatissimi e serie infinite di dati di prevedere qualsiasi cosa. Questa epidemia/pandemia/emergenza ha evidenziato, per l’ennesima volta, quanto noi esseri umani siamo vulnerabili, disarmati e, di conseguenza, insicuri di fronte all’emergente e all’inatteso, ancor di più se ci tocca da molto vicino. E non saranno questi stessi modelli matematici (pur utili) e non saranno gli algoritmi, pur sofisticatissimi, a restituirci certezze, per certi versi, anche illusorie e dal valore esclusivamente statistico e probabilistico.

Possiamo e potremo, in qualche modo, continuare ad indirizzare e/o vincolare alcune dinamiche e processi, vitali, produttivi, perfino sociali, ma, per l’ennesima volta, il messaggio emerso è forte e chiaro e ne dovremmo prendere atto, una volta per tutte, lasciando definitivamente da parte spiegazioni/analisi riduzionistiche e deterministiche e, soprattutto, ripensando, in maniera radicale, educazione, formazione e ricerca, ripensando in maniera radicale le istituzioni educative e formative, e le logiche  e le culture organizzative che le caratterizzano: il controllo e la prevedibilità totali sono impossibili da attuare/realizzare, pur attraversando un’epoca in cui gli esseri umani si stanno progressivamente impossessando delle leve della propria evoluzione (non-lineare).

Finché non prenderemo atto e consapevolezza di ciò, continueremo a far ricorso ad approcci sbagliati e sterili, coinvolgendo in maniera esclusiva soltanto alcuni saperi e competenze: da sempre, quelli che sono più in grado di garantire e supportare quelle che definito le “grandi illusioni della civiltà ipertecnologica”.

In queste settimane, a fronte delle grandi narrazioni sulla civiltà ipertecnologica e iperconnessa, un virus, nell’interazione con gli esseri umani e con i loro comportamenti (fattori sociali e culturali), ci ha mostrato, ha messo a nudo, se ce ne fosse ancora bisogno, tutte le vulnerabilità, l’imprevedibilità, la caotica dinamicità, le peculiarità che caratterizzano i sistemi complessi (adattivi) e i relativi ecosistemi di riferimento.

Perché, come ripeto da oltre vent’anni, la complessità non si può gestire, possiamo soltanto provare ad abitarla[7] investendo concretamente su educazione, formazione, ricerca e, allo stesso tempo, costruendo (lungo periodo) una “cultura della responsabilità e della prevenzione”, intimamente collegata alla nostra proposta di “cultura della complessità” (ibidem).

Finché non prenderemo atto, fino in fondo, di questo presupposto ineludibile, neanche proveremo a modificare (radicalmente) le “cose” che debbono essere modificate.

Complessità e nuove viralità, in un’era di sintesi complesse[8], che trovano del tutto impreparate, non soltanto la Politica e le istituzioni politiche, ma anche e soprattutto le architetture dei saperi e delle competenze. Complessità e nuove viralità che si innestano su un modello (idealtipo) di società che, fin troppo rapidamente, gran parte della letteratura scientifica ha liquidato come superato/sostituito – in ogni caso, totalmente differente – dalla cd. società dell’informazione e della conoscenza o, per meglio dire, dalla società interconnessa/iperconnessa: mi riferisco, evidentemente, alla “società di massa”.  

Abitiamo un immenso ecosistema di ecosistemi, ricco di feedback, connessioni e flussi di ogni genere, segnato da una ipercomplessità non soltanto cognitiva, soggettiva, sociale ed etica, ma anche linguistica e comunicativa. In questo senso, i modelli e le rappresentazioni della complessità introducono ulteriori elementi che non possiamo più sottovalutare e che richiedono, ancora una volta, una visione, un pensiero ed un approccio sistemici.

Di conseguenza, numerose sono le ragioni che dovrebbero portarci, finalmente, a vedere e riconoscere anche eventi globali, come questa epidemia/pandemia, in una prospettiva che non può che essere sistemica, prendendo atto della multidimensionalità delle dinamiche in corso.

In altre parole, nel quadro complessivo di un necessario ripensamento/ridefinizione/superamento della dicotomia natura vs cultura – e, attualmente, ancora di più di quella naturale vs artificiale – non possiamo non prendere atto di come i ben noti meccanismi darwiniani di selezione e mutazione si contaminino sempre di più con quelli sociali e culturali che caratterizzano la statica e la dinamica dei sistemi sociali.

Due le considerazioni preliminari, al fine di non ingenerare equivoci, non soltanto di tipo terminologico: la prima, il passaggio, l’evoluzione tutt’altro che lineare, dal semplice al complesso, all’ipercomplesso, si sostanzia in un aumento quantitativo e qualitativo di variabili, concause e parametri da considerare, tenute insieme da relazioni sistemiche; la seconda, altrettanto importante, concerne la relazione tra complessità e semplificazione, spesso viste e raccontate come se fossero una dicotomia insanabile: in realtà, l’opposto della complessità non è la semplificazione, bensì il riduzionismo*.

Purtroppo o per fortuna – perché si tratta di sfide conoscitive alla/della complessità – non abbiamo, di fronte a noi, traiettorie e orizzonti ben definiti, anzi, al contrario. E, quando ci confrontiamo con i sistemi sociali, organizzativi, umani, dovremmo esserne ancor più consapevoli, non lasciandoci lusingare dalle “grandi illusioni delle civiltà ipertecnologica”.

L’illusione della razionalità, quella del controllo e della prevedibilità (totale) e, infine, l’illusione più pericolosa: quella di poter eliminare/espellere l’errore e, appunto, l’imprevedibilità dalle nostre vite, dalle organizzazioni, dagli ecosistemi umani e vitali.

In tempi non sospetti – fin dalla metà degli anni Novanta – avevo parlato, in tal senso, dell’urgenza di educare e formare all’imprevedibilità (non si tratta di slogan, si può fare!) e di costruire, fin dai primi anni di scuola, una “cultura dell’errore”. Errore e imprevedibilità – ripeto ogni volta – sono le basi della conoscenza, della conoscenza scientifica, della vita, del nostro “essere umani”, del nostro essere “esseri umani liberi” (!).

Temi e questioni di vitale importanza purtroppo da sempre sottovalutati e – ripeto – riscoperti soltanto nelle situazioni di emergenza: quelle che più mostrano tutte le nostre vulnerabilità e incertezze; quelle che, più di ogni altro tipo di situazione, ci fanno capire quanto siano inadeguate e infondate le nostre sicurezze e, con esse, i paradigmi, organizzativi, politici e sociali che, almeno in apparenza, le sostengono/supportano.

Pertanto – credo – il tentativo di abitare la complessità, non può che essere legato all’urgenza di ripensare, in maniera radicale, educazione e formazione, mettendo mano ai processi ed alle culture che caratterizzano le istituzioni educative e formative. Lungo, lunghissimo periodo: ancora una volta, quello evocato da tutti, ma mai concretamente perseguito: troppo immersi nelle narrazioni della cd. rivoluzione digitale e della datacrazia, dei dati che parlano da soli; troppo ancorati ad una “cultura della standardizzazione” e del risultato immediato. Un’egemonia ancor più disastrosa nei mondi della ricerca, dell’educazione e, più in generale, della produzione intellettuale e culturale.

Crisi, disastri ed emergenze che, in altre parole, hanno messo/mettono drammaticamente in luce quanto sia/siano decisivo/i il legame sociale/i legami sociali e, soprattutto, quanto siano decisivi i processi educativi e formativi erroneamente ri-progettati e ripensati (o per meglio dire…ripensati soltanto in apparenza, con tanto marketing ed effetti speciali) in questi ultimi decenni.

Occorre, inoltre, correggere radicalmente la strutturale inadeguatezza e le clamorose miopie che caratterizzano, da sempre, le istituzioni e i “luoghi” responsabili della definizione e costruzione delle condizioni di emancipazione sociale, non soltanto promuovendo un’educazione critica alla complessità e alla responsabilità (fin dai primi anni di scuola), ma premiando e incoraggiando, nei fatti e non soltanto nei documenti istituzionali, l’interdisciplinarità e la transdisciplinarità anche, e soprattutto, a livello della ricerca scientifica. Ciò avrebbe ricadute significative sui percorsi didattico-formativi e la ben nota “formazione dei formatori”. Occorre prendere definitivamente coscienza che il vero “fattore” strategico del cambiamento e dei processi di innovazione è il “fattore” culturale: una variabile complessa in grado, nel lungo periodo, di innescare e accompagnare i processi economici, politici, sociali. Proprio in conseguenza di quel processo di ribaltamento dell’interazione complessa tra ‘evoluzione biologica’ ed ‘evoluzione culturale’, attualmente è l’evoluzione culturale a determinare quella biologica (cit.).

Cosa intendo dire? Intendo affermare che gli esseri umani si stanno progressivamente impossessando delle ‘leve’ della propria evoluzione e che, come già accennato, le nostre straordinarie scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche ci stanno mettendo sempre più in condizione di controllare i meccanismi evolutivi. Attenzione, però, al pensare che la tecnologia sia/possa essere un fattore indipendente, neutrale, addirittura un fattore esterno alla cultura: non lo è mai stato, né mai lo sarà! Continuare a credere questo, ci porterebbe/ci porterà a perpetuare un grandissimo errore di prospettiva che si traduce poi, puntualmente, in strategie e politiche, completamente inadeguate e fuori strada rispetto alla complessità della trasformazione digitale. Eppure, nonostante tale questione sembri scontata ed evidente, si tratta ancora di una credenza/visione estremamente diffusa, tra gli studiosi ma anche tra i cd. esperti. Ricordiamoci che la divisione tra tecnologia e cultura è una delle più false tra le false dicotomie. Con questo ribaltamento, i fattori culturali si rivelano assolutamente decisivi – e, in futuro, lo saranno sempre di più – nel determinare l’evolversi e il manifestarsi della vita stessa. Sto sostenendo, in altre parole, che saranno i fattori culturali a determinare i percorsi e le traiettorie del progresso tecnologico e sociale; a ri-definire il concetto stesso di ‘vita’, a ri-definire cosa significhi oggi ‘ESSERE UMANI’ nella civiltà ipertecnologica, dell’automazione e della “materia intelligente”.

A tal proposito, sempre più necessario, urgente, prestare attenzione alle “grandi illusioni”- così le ho definite –  della civiltà ipertecnologica e iperconnessa che, come ripeto da molti anni, riguardano anche il mondo (e gli ecosistemi) dell’intelligenza artificiale e della cd. “materia vivente” e, più in generale, i processi (in atto) di “sintesi complessa” in atto, all’interno dei quali, “continuiamo a confondere l’intelligenza con la simulazione dell’intelligenza, il pensiero con la simulazione del pensiero, l’empatia e i sentimenti con la simulazione dell’empatia e dei sentimenti”[9].

Il cambio di paradigma e l’evoluzione culturale che condiziona quella biologica

Per queste ragioni, abbiamo proposto e siamo tornati più volte sulla formula “oggetti come sistemi[10], proprio così… Nella civiltà ipertecnologica e iperconnessa, dobbiamo necessariamente imparare (educare) a vedere, osservare, guardare, riconoscere gli oggetti come sistemi e non viceversa. Perché ci confrontiamo, sempre e comunque, con sistemi complessi adattivi e questioni complesse che coinvolgono ambiti disciplinari differenti, richiamando la nostra attenzione sull’importanza di una prospettiva sistemica[11], interdisciplinare e multidisciplinare, in grado di sfuggire alle tradizionali categorie e definizioni, nella consapevolezza dei numerosi fattori, parametri, concause da considerarsi; un’ipercomplessità, caratterizzata da limiti sempre più impercettibili tra natura e cultura, naturale e artificiale, tra umano e non umano, che non può trovare risposte e soluzioni semplici a problemi che sono, evidentemente, complessi. Occorre ripartire, in tal senso, proprio dal ripensamento complessivo (1) del sapere come sapere condiviso e transdisciplinare, (2) dello spazio tra i saperi e, ad un secondo livello, di quello tra le competenze; ma è necessario, allo stesso tempo, un ripensamento complessivo anche dello spazio relazionale (libertà è responsabilità*- centralità dei processi educativi) che ponga la Persona*al centro del complesso processo di mutamento in atto, nel quadro di una rinnovata interazione con la Tecnica e le tecnologie.

Ricomponendo quella che, proprio nella civiltà ipertecnologica e ipermoderna, si configura – e ho definito – come la “grande frattura” (non l’unica prodotta dalla Modernità): la frattura tra cultura e tecnologia/tecnologie, tra Io e NOI, tra IO/NOI e ambiente, tra ecosistemi, tra IO/NOI e mondo degli oggetti; tra “dentro” e “fuori” la/le Soggettività (altra coppia dialogica completamente saltata).

Una frattura direttamente scaturita da quella tra formazione umanistica e formazione scientifica che, peraltro, ne ha determinate anche altre di cui paghiamo un “costo” pesantissimo riguardante il mondo della ricerca scientifica nel suo complesso, ma anche i molteplici universi della produzione intellettuale e creativa. Anche perché siamo di fronte ad una ipercomplessità che – come ripetuto più e più volte in passato – vede l’evoluzione culturale ormai in grado di condizionare quella biologica: ciò richiede un cambiamento di paradigma che trova il suo punto d’appoggio, la sua “leva” fondamentale, nell’urgente necessità di ridefinire (o, finalmente, abbattere!) proprio i confini tra naturale e artificiale, tra umano e non-umano, tra mente (individuale, collettiva) ed ambiente, tra sistemi e nuovo ecosistema etc.

Come affermato più volte in passato, ci ritroviamo gettati nell’ipercomplessità*, costretti ad abitarla e interagirci, senza avere la “forma mentis” e gli strumenti necessari per farlo. Ecco l’urgenza di ripensare, in maniera radicale, istruzione, educazione e formazione: le istituzioni educative e formative mostrano, da tempo, tutta la loro inadeguatezza di fronte a tale ipercomplessità, di fronte all’indeterminatezza e all’ambivalenza della metamorfosi in atto; di fronte all’estensione su scala globale di tutti i processi politici, sociali e culturali. Di fronte alla loro radicale interdipendenza e interconnessione, continuiamo ad affidarci a storiche, consolidate, “logiche di separazione” che ci rassicurano di fronte all’errore ed all’imprevedibilità dell’Umano e del Sociale.

Siamo disarmati, oltre che inadeguati e nessun modello matematico o serie infinita di dati potrà restituirci certezze e conoscenze, ormai, soltanto probabilistiche e statistiche (?).

Certezze assolute e infallibilità che – sia chiaro – non appartengono, in alcun modo, alla Scienza e a chi fa ricerca, bensì a certi immaginari collettivi, ai media ed alle loro narrazioni spettacolarizzate che alimentano una visione fuorviante dello stesso “metodo scientifico”, oltre alle tradizionali polarizzazioni e logiche di schieramento.

La “nuova” velocità del digitale, nell’interazione complessa con il “fattore umano” e il sistema delle relazioni sociali, conserva l’ambivalenza originaria di qualsiasi fattore di mutamento e di qualsiasi processo sociale e culturale; un’ambivalenza che, oltre ad essere straordinaria opportunità, mette ancor più in evidenza i nostri limiti e le nostre inefficienze – a livello personale, organizzativo e sociale – ma, soprattutto, ci lascia poco tempo per la riflessione,  l’analisi critica, il tentativo di “sguardo d’insieme”.

Nel prendere atto di tali inadeguatezze, e della irreversibilità di tali processi e dinamiche, rileviamo come esista il rischio concreto di focalizzare l’attenzione esclusivamente sulla dimensione “tecnica”, su quella “tecnologica” (e, conseguentemente, sull’esigenza di una formazione esclusivamente tecnica e iperspecialistica) e, più in generale, applicativa, sottovalutando ancora una volta quella riguardante le Persone (e la loro creatività), il sistema di relazioni, il contesto educativo e culturale, i mondi vitali[12], le nuove asimmetrie.

E, in termini più generali ma essenziali (!), ponendo l’attenzione soltanto sui “come” e non sui “perché”, soltanto sulle “soluzioni” (?) e non sui “problemi”; soltanto sulle “conferme” e non sugli “errori”; soltanto sulle “risposte” e non sulle “domande”. Non lasciando spazio alle dimensioni fondamentali dell’immaginazione e della creatività che si alimentano proprio di contaminazioni tra discipline e saperi, tra esperienze e vissuti, tra paesaggi sociali e culturali. Puntando tutto sul “pensiero meccanico”, soltanto in parte su quello “analitico” ma, soprattutto, trascurando completamente il “pensiero sistemico” proprio nel momento in cui avremmo bisogno di un pensiero multidimensionale, in grado di individuare connessioni e correlazioni (più o meno complesse). Errori e domande sono il vero sale dei processi conoscitivi e innovativi, oltre che della ricerca scientifica; da molti anni, forse troppi, continuiamo a farci cullare (anche per ciò che concerne apprendimento, educazione e formazione) dalle illusioni della civiltà ipertecnologica, supportate da narrazioni e interessi economici.

Confondendo, peraltro, metodologia e tecnologia, metodologia e digitale. In tal senso, educazione e formazione critica alla complessità ed alla responsabilità si configurano come gli “strumenti” complessi di costruzione sociale della Persona (prima) e del Cittadino (poi); strumenti in grado di definire le regole d’ingaggio della “nuove” forme di cittadinanza (globale) e di inclusione, correlate all’avvento della cd. società della conoscenza[13].

Perché non sono, e non saranno, la tecnologia e/o il digitale a determinare cittadinanza e inclusione. In questa prospettiva, la costruzione sociale e culturale della Persona, prima, e del cittadino, poi, sono anche processi complessi che devono (dovrebbero) essere attivati/innescati/accompagnati fin dai primi anni di vita e che non dovrebbero essere rimandati nel tempo: si tratta di pre-requisiti fondamentali e, allo stesso tempo, funzionali al tentativo di ricostituire/rafforzare un tessuto sociale estremamente indebolito, creando di fatto le condizioni – potremmo dire – “empiriche” per contrastare quell’indebolimento del legame sociale e quel vuoto etico e di senso che, al di là delle rappresentazioni mediatiche e delle relative fiammate emotive, sembrano diffondersi sempre di più, non soltanto tra le nuove generazioni. I “germi” della ben nota “questione culturale” che costituiscono i veri ostacoli all’affermazione di una vera innovazione (sociale e culturale) e di sistemi sociali più aperti e inclusivi. Questioni e problematiche che hanno profonde implicazioni perfino nella stessa ideazione/progettazione/definizione di qualsiasi modello o pratica di cittadinanza e partecipazione.

Perché questo è il livello cruciale del cambiamento culturale che è in grado, nel lungo periodo, di innescare e accompagnare quello economico, politico, sociale. E, come ripetiamo sempre, non c’è alcuno spazio per l’improvvisazione e/o le scorciatoie: il livello strategico è quello concernente i processi educativi, lo spazio relazionale e comunicativo.

La strada non può continuare ad essere quella delle “soluzioni semplici a problemi complessi”[14]. Una strada estremamente pericolosa anche per il destino delle moderne democrazie perché – come affermato in tempi non sospetti – “democrazia è complessità”[15] e il valore della semplificazione – ne siamo poco consapevoli – non è un valore assoluto[16].

Come abbiamo anticipato, infatti, i sistemi complessi non sono soltanto imprevedibili, ma anche e sorprendentemente adattivi, capaci di modificarsi per soddisfare nuove condizioni e/o requisiti, estremamente sensibili alle perturbazioni esterne.

Il ritardo nella cultura della comunicazione ci rende ancor più vulnerabili nella gestione dei cd. “sistemi complessi adattivi”. Come noto, sono sistemi costituiti non da parti “inanimate”, passive, neutrali, reagenti soltanto a certi stimoli in maniera prevedibile; al contrario, si tratto di individui/persone, entità, relazioni che costantemente contribuiscono a cambiare e a co-creare le condizioni dell’interazione, dell’ambiente di riferimento e dell’ecosistema di cui fanno parte.

Continuiamo a vedere, ad osservare, a tentare di comprendere la realtà secondo logiche, modelli, schemi che ne riducono (apparentemente) la varietà, l’imprevedibilità, la ricchezza. Convinti di poter ingabbiare tutta la vitalità dello spirito, la complessità dell’umano, in formule matematiche e sequenze infinite di dati e numeri.

Convinti di poter misurare l’Umano, in ogni sua dimensione, dall’intelligenza all’apprendimento, alle emozioni; di poter misurare anche la “qualità” in termini obiettivi, oggettivi, scientifici – a mio avviso, si tratta di una contraddizione in termini – ricorrendo esclusivamente a strumenti e dati quantitativi, e con riferimento a tutti gli ambiti della prassi e della produzione materiale e intellettuale, ricorrendo a semplificazioni (sempre, seducenti) presentate, ancora una volta, come “dati di fatto”.

Continuiamo a cercare una conoscenza che confermi le nostre convinzioni, le nostre ipotesi di partenza, i nostri modelli culturali ed educativi, i nostri pregiudizi e i nostri stereotipi.

Abitare l’ipercomplessità*…

In conclusione. Non possiamo più permetterci di continuare a perpetuare l’errore degli errori[17]: trattare i sistemi complessi come fossero sistemi complicati (1995). La vita stessa è complessità che si replica ed è tempo di ripensare la stessa idea/concetto/visione di ciò che definiamo “Scienza”.

“Dentro” e “fuori”: è tempo di abitare i confini e le tensioni che questa ipercomplessità comporta. Nella consapevolezza che, soltanto dalla ben nota “fine delle certezze” (Prigogine), potranno generarsi conoscenza e creatività; e la conoscenza, da sempre, si annida negli errori della vita (Canguilhelm).

Ritorno a Gaia?

 

Prof.Piero Dominici – Bio

Sociologo, di formazione metodologica, e filosofo, Delegato permanente all’UNESCO e Fellow della World Academy of Art and Science, UN Expert and invited speaker, Direttore Scientifico dell’International Research and Education Programme “CHAOS”, è Director (Scientific Listening) presso il Global Listening Centre. Docente di Sociologia della Complessità Sociale, di Comunicazione pubblica, di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi, di  Intelligence. Reti e Sistemi Complessi e di Sociologia della Complessità Sociale presso l’Università degli Studi di Perugia. Visiting Professor presso l’Universidad Complutense di Madrid, ha partecipato, e tuttora partecipa, a progetti di rilevanza nazionale e internazionale, con funzioni di coordinamento; inoltre, ha tenuto lezioni e conferenze in numerosi atenei nazionali e internazionali. È Membro dell’Albo dei Revisori MIUR, della European Complex Systems Society, del New England Complex Systems Institute  e del WCSA (World Complexity Science Academy), fa parte di Comitati scientifici nazionali e internazionali. Si occupa da oltre venticinque anni (didattica, ricerca, formazione) di complessità e di teoria dei sistemi con particolare riferimento alle organizzazioni complesse ed alle tematiche riguardanti l’educazione, la comunicazione, l’innovazione, la cittadinanza, la democrazia, l’etica pubblica. Da molti anni, oltre a far parte di numerosi comitati scientifici, collabora come autore e come referee, con riviste scientifiche e di cultura, oltre che con diverse testate. Autore di libri e numerose pubblicazioni scientifiche.

[1] Cfr. L.De Michelis, La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo, Jaca Book, Milano 2019; S.Zuboff, The Age of Survellaince Capitalism, trad.it., Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma 2019.

[2] J. van Dijck, T.Poell, M. De Waal (2019), The Platform Society Valori pubblici e società connessa, Guerini e Associati, Milano.

[3] J. Lovelock (1979), Gaia. A New Look at Life on Earth, trad.it., Gaia. Nuove idee sull’ecologia, Bollati Boringhieri, Torino 1981, p.7.

[4] Siamo tornati più volte negli anni su tali questioni (1996-2019). In corso di pubblicazione: P.Dominici (con prefazione di Edgar Morin), Beyond Black Swans. Il valore dell’errore e dell’imprevedibilità nella Società-Meccanismo, FrancoAngeli, Milano 2020.

[5] Si vedano, in particolare: P.Dominici (1995-96), Per un’etica dei new-media. Elementi per una discussione critica, Firenze Libri Ed., Firenze 1998; si vedano anche La comunicazione nella società ipercomplessa: istanze per l’agire comunicativo e la condivisione della conoscenza nella network society, Aracne Ed., Roma 2005; (2008), Sfera pubblica e società della conoscenza in AA.VV. (a cura di), Oltre l’individualismo, Milano: Franco Angeli 2008; La società dell’irresponsabilità, FrancoAngeli, Milano 2010; La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento, Milano, FrancoAngeli 2011; (2014), La modernità complessa tra istanze di emancipazione e derive dell’individualismo, in «Studi di Sociologia», n°3/2014, Vita & Pensiero, Milano.

[6] Cfr. N.N.Taleb (2007), The Black Swan, trad.it., Il Cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita, Il Saggiatore, Milano 2008.

[7] P.Dominici (1996-2019), op.cit.

[8] Più e più volte, sono tornato sulla questione delle sintesi complesse tra natura e cultura e tra “naturale” e “artificiale”, oltre che sulle varie questioni correlate (trasformazione antropologica, cambio di paradigma, le “false dicotomie”, l’interazione uomo-macchina, l’ingannevole e controproducente separazione tra tecnologia e cultura, l’essere umani nell’era della rivoluzione informatica e digitale etc.), non ultima quella legata all’urgenza di un approccio sistemico alla complessità. Si vedano, in particolare, P.Dominici (1995-96), Per un’etica dei new-media. Elementi per una discussione critica, Firenze Libri Ed., Firenze 1998; si vedano anche La comunicazione nella società ipercomplessa: istanze per l’agire comunicativo e la condivisione della conoscenza nella network society, Aracne Ed., Roma 2005; (2008), Sfera pubblica e società della conoscenza in AA.VV. (a cura di), Oltre l’individualismo, Milano: Franco Angeli 2008; La società dell’irresponsabilità, FrancoAngeli, Milano 2010; La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento, Milano, FrancoAngeli 2011; (2014), La modernità complessa tra istanze di emancipazione e derive dell’individualismo, in «Studi di Sociologia», n°3/2014, Vita & Pensiero, Milano. Sempre su tali temi e questioni, tra le pubblicazioni scientifiche recenti: P.Dominici, The Hypercomplex Society and the Development of a New Global Public Sphere: Elements for a Critical Analysis, in, RAZÓN Y PALABRA, Vol. 21, No.2_97, Abril-junio 2017 – pp.380-405; P.Dominici, For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological, in, European Journal of Future Research, Springer, 2017; Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era, in, A.Fabris & G.Scarafile, Controversies in the Contemporary World, John Benjamins Publishing Company, 2019; “La complessità della complessità e… l’errore degli errori”, in TRECCANI – sezione “Lingua Italiana” – Istituto Enciclopedia Italiana “Treccani” – dicembre 2018. Sempre su questi temi, cfr. , in particolare: C.J.Preston (2018), The Synthetic Age, trad.it., L’era sintetica. Evoluzione artificiale, resurrezione di specie estinte, riprogettazione del mondo, Einaudi, Torino 2019; M.Tegmark (2017), Life 3.0. Being Human in the Age of Artificial Intelligence, trad.it., Vita 3.0. Essere umani nell’era dell’intelligenza artificiale, Raffaello Cortina Ed, Milano 2018; sempre su tali questioni, cfr. Éric Sadin (2018), L’Intelligence artificielle on l’enjeu du siècle, trad.it., Critica della ragione artificiale, LUISS University Press, Roma 2019; H.Fry (2018), Hello World. How to Be Human in the Age of the Machine, trad.it., Hello World. Essere umani nell’era delle machine, Bollati Boringhieri, Torino 2019. Tra i classici, si veda: H. Jonas (2001), The Phenomenon of Life, trad.it., La cibernetica e lo scopo: una critica, ETS, Pisa 1999.

[9] Si vedano, in particolare: Dominici, P. (1996), Per un’etica dei new-media, Firenze Libri Ed., Firenze 1996; Dominici, P. (2005), La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento, FrancoAngeli, Milano 2011 (nuova ed.); Dominici, P. (2008), Sfera pubblica e società della conoscenza, in AA.VV. (a cura di), Oltre l’individualismo. Comunicazione, nuovi diritti e capitale sociale, Franco Angeli, Milano; Dominici P. (2017b), L’ipercomplessità, l’educazione e la condizione dei saperi nella Società Interconnessa/iperconnessa, in «Il Nodo. Per una pedagogia della Persona», Anno XXI, n°47, Falco Editore, Cosenza, pp.81-104; Dominici, P. (2017c), The hypertechnological civilization and the urgency of a systemic approach to complexity, in, AA.VV., Governing Turbolence. Risk and Opportunities in the Complexity Age, Cambridge Scholars Publishing, Cambridge; Dominici P. (2017d), The Hypercomplex Society and the Development of a New Global Public Sphere: Elements for a Critical Analysis, in, RAZÓN Y PALABRA, Vol. 21, No.2_97, Abril-junio 2017,  pp.380-405; Dominici, P. (2018), For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological, in, European Journal of Future Research, Springer; Dominici, P. (2014), Dentro la società interconnessa.La cultura della complessità per abitare i confini e le tensioni della civiltà ipertecnologica, FrancoAngeli, Milano 2019.

[10] Cfr. Dominici P, (1996-2018), op.cit.

[11] All’interno di una letteratura scientifica sterminata, oltre che riconducibile a diversi approcci e campi disciplinari, si vedano in particolare: Wiener, N. (1948), La cibernetica, Il Saggiatore, Milano 1968; Wiener, N. (1950), Introduzione alla cibernetica. L’uso umano degli esseri umani, Bollati Boringhieri, Torino 1966; Arendt H. (1958), The Human Condition, trad.it., Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1964; Mead G.H. (1934), Mind, Self and Society, trad.it. Mente, Sé e società, Barbèra, Firenze 1966; Mannheim K. (1952), Essays on the Sociology of Knowledge, trad.it.,  Sociologia della conoscenza, Dedalo, Bari 1974; Ashby W.R., An Introduction to Cybernetics, London: Chapman & Hall 1956; Simon, H.A. (1962), The Architecture of Complexity, in «Proceedings of the American Philosophical Society», 106, pp.467-82; Bertalanffy von, L. (1968), General System Theory: Foundations, Development, Applications, trad.it., Teoria generale dei sistemi, Isedi, Milano 1975; Bateson, G. (1972), Steps to an ecology of mind, trad.it., Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 1976; Lakatos I. – Musgrave A. (1970), Critica e crescita della conoscenza, Feltrinelli, Milano 1976; Morin E. (1973), Le paradigme perdu: la nature humaine, trad.it., Il paradigma perduto. Che cos’è la natura umana?, Milano: Feltrinelli 1974; Foerster von H. (1981), Observing Systems, trad.it., Sistemi che osservano, Roma: Astrolabio 1987; Boudon R. (1984), La place du désordre. Critique des théories du changement sociale, trad.it., Il posto del disordine. Critica delle teorie del mutamento sociale, Il Mulino, Bologna 1985; Maturana H., Varela F. (1980),Autopoiesis and Cognition, trad.it., Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente, Marsilio, Venezia 1985; Laszlo E., Evoluzione, Feltrinelli, Milano 1986;  Maturana H.R., Varela F.J. (1985), L’albero della conoscenza, Garzanti, Milano 1987; AA.VV. (1985), La sfida della complessità, Bocchi G. e Ceruti M. (a cura di), Bruno Mondadori, Milano 2007; Luhmann N. (1984), Soziale Systeme, Suhrkamp, Frankfurt 1984, trad.it. Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale, Il Mulino, Bologna 1990; Luhmann N. (1990). The Autopoiesis of social Systems, in N.Luhmann, Essays on Self-Reference, New York: Colombia University Press; Gleick J. (1987), Caos, Rizzoli, Milano 1989; Gallino, L. (1992), L’incerta alleanza, Einaudi, Torino; Kauffman, S.A. (1993), The Origin of Order. Self-organization and Selection in Evolution, Oxford University Press, Oxford; Gell-Mann M. (1994), The Quark and the Jaguar, trad.it., Il quark e il giaguaro. Avventura nel semplice e nel complesso, Torino: Bollati Boringhieri 1996-2017.; Prigogine I. – Stengers I. (1979), La Nouvelle Alliance, trad.it., La nuova alleanza, Torino: Einaudi1981; Prigogine I. (1996), La fin des certitudes, trad.it., La fine delle certezze. Il tempo, il caos e le leggi della natura, Torino: Bollati Boringhieri, 1997; Diamond J. (2005), Collapse, trad.it., Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere, Torino: Einaudi 2005; Diamond J.(1997), Guns, Germs, and Steel, trad.it., Armi, acciaio e malattie, Torino: Einaudi 1998 (cfr.ed.2006); Morin, E., Ciurana, É.-R., Motta, D.R. (2003), Educare per l’era planetaria, Armando, Roma 2004; Morin E. (1977-2004), La Méthode, trad. it. vol I-VI. Il Metodo, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001, 2002, 2004, 2005, 2007, 2008; Morin, E. (1990), Introduzione al pensiero complesso, Sperling & Kupfer, Milano 1993; Morin E. (2015), Penser global, trad., 7 lezioni sul Pensiero globale, Milano: Raffaello Cortina Ed.2016; Capra, F. (1975), Il Tao della fisica, Adelphi, Milano 1982; Capra, F. (1996), op.cit.; Emery, F.E. (a cura di) (2001), La teoria dei sistemi, FrancoAngeli, Milano; Barabási A.L. (2002), Link. La scienza delle reti, Einaudi, Torino 2004; Israel, G., The Science of Complexity. Epistemological Problems and Perspectives, in «Science in Context», 18, Anno 2005, pp.1-31; Gandolfi, A. (2008), Formicai, imperi, cervelli, Bollati Boringhieri, Torino; Dominici P., The hypertechnological civilization and the urgency of a systemic approach to complexity. A New Humanism for the Hypercomplex Society” in, AA.VV., Governing Turbolence. Risk and Opportunities in the Complexity Age, Cambridge Scholars Publishing, Cambridge 2017; Dominici P., La Complessità della Complessità e l’errore degli errori, in TRECCANI, sezione “Lingua Italiana”, Istituto Enciclopedia Italiana Treccani, dicembre 2018. Di seguito il link al testo della pubblicazione: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/digitale/5_Dominici.html; Dominici P., For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological, in, “European Journal of Future Research”, Springer, 2017; Taleb N.N. (2012), Antifragile, trad.it., Antifragile. Prosperare nel disordine, Milano: il Saggiatore 2013; Tegmark M. (2017), Vita 3.0., Raffaello Cortina Ed., Milano 2018; L.Fleck, Stili di pensiero. La conoscenza scientifica come creazione sociale, (a cura di F.Coniglione), Mimesis, Milano 2019;

[12] Cfr. Habermas J. (1981), Teoria dell’agire comunicativo, Vol.I Razionalità nell’azione e razionalizzazione sociale, Vol.II Critica della ragione funzionalistica, Il Mulino, Bologna 1986; si veda anche: Habermas J. (1968), Conoscenza e interesse, Laterza, Bari 1970.

[13] Cfr. Castells M. (1996-1998), The Information Age, Economy, Society and Culture (voll.III), Oxford: Blackwell Publishers; Castells M. (2009); Castells M., Comunicazione e potere, EGEA-Università Bocconi, Milano 2009;  Himanen P. (2001) L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione, Milano: Feltrinelli, 2001; Benkler Y. (2006),  La ricchezza della Rete. La produzione sociale trasforma il mercato e aumenta le libertà, Università Bocconi Ed., Milano 2007. Hess C., Ostrom E. (2007) La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica, Bruno Mondadori, Milano 2009; Rainie L., Wellman B. (2012), Networked. Il nuovo sistema operativo sociale, Guerini, Milano 2012; Rifkin J. (2000), L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Mondatori, Milano 2000.

[14] Cfr. Dominici P., op.cit. (1996-2020).

[15] La definizione Democrazia è complessità è stata proposta in tempi non sospetti (Dominici, 1995-1996 e sgg.). La democrazia è, a tutti gli effetti, processo complesso. È sistema di processi complessi, con numerose connessioni e livelli di connessione coinvolti, la cui riduzione/semplificazione può sempre comportare dei rischi. Una (iper)complessità che, anche in questo caso, può essere intesa come: dialettiche del conflitto; passaggio dalla linearità alla complessità; passaggio dalla semplicità alla complessità; reciprocità di insiemi e molteplicità; epistemologia dell’interdipendenza; organizzazione delle esperienze e dei saperi; dialettica continua tra libertà ed eguaglianza; riconoscimento dell’errore come produttore di conoscenza; approccio sistemico e interdisciplinare/transdisciplinare ai problemi; riconoscimento e mediazione del conflitto; contemporanea presenza di ordine e caos; molteplicità delle identità e delle soggettività; valorizzazione delle molteplicità e della diversità; pluralismo di principi, valori e visioni; valorizzazione dell’eterogeneità e riconoscimento del valore della devianza; imprevedibilità e vulnerabilità delle persone e dei sistemi.

[16] Ibidem.

[17] Si vedano in particolare: Bateson, G. (1972), Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 1976; Bertalanffy von, L. (1968), Teoria generale dei sistemi, Isedi, Milano 1975; Foerster von, H. (1981), Sistemi che osservano, Astrolabio, Roma 1987; Maturana H., Varela F. (1972), Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente, Venezia, Marsilio, 1985;  Gandolfi, A. (2008), Formicai, imperi, cervelli. Introduzione alla scienza della complessità, Bollati Boringhieri, Torino; Gell-Mann M. (1994), Il quark e il giaguaro. Avventura nel semplice e nel complesso, Bollati Boringhieri, Torino 1996-2017; Dominici p. (1996), op.cit.; Dominici, P. (2018), For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological, in, European Journal of Future Research, Springer; G.Gembillo – A.Anselmo (2013), Filosofia della Complessità, Le Lettere, Firenze 2017.

Immagine: opera di Jacek Yerka

 

Come sempre, condivido una serie di pubblicazioni e paper scientifici relativi ai temi trattati:

1) “From Below: Roots and Grassroots of Societal Transformation, The Social Construction of Change”, in CADMUS, 2021

“That systemic change must begin from grassroots communities and single individuals and groups, and by definition can never be a top-down imposition, implicates a necessary rethinking of our educational institutions, which are still based on logics of separation and on “false dichotomies” (quote)

http://cadmusjournal.org/article/volume-4/issue-5/essay5-social-construction-change

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2) “Educating for the Future in the Age of Obsolescence”, in CADMUS

This article was peer-reviewed and selected as one of the outstanding papers presented at the 2019 IEEE 18th International Congress.

https://academia.edu/resource/work/44784439

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(3) “For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the Human and the Technological” — “Objects as systems: the strategic role of education”

‪#PeerReviewed

https://link.springer.com/article/10.1007/s40309-017-0126-4  in European Journal of Future Research, SPRINGER Edu

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(4) “A New Paradigm in Global Higher Education for Sustainable Development and Human Security”, ARTICLE | NOVEMBER 29, 2021 | BY G. JACOBS, J.RAMANATHAN, R.WOLFF, R.PRICOPIE, P.DOMINICI, A.ZUCCONI, in CADMUS, Vol.IV, 2021.

https://www.cadmusjournal.org/article/volume-4/issue-5/new-paradigm-global-higher-education

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(5) “Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era”

PDF https://www.academia.edu/44785185/Controversies_about_Hypercomplexity_and_Education_cvs_15_11dom

#PeerReviewed

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(6) “Communication and the SOCIAL PRODUCTION of Knowledge. A ‘new contract’ for the ‘society of individuals’

https://academia.edu/resource/work/44804068

#Research #PeerReviewed

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(7) “Education, FakeNews and the Complexity of Democracy”.

An approach and research since 1995

“The real problems we are facing today are not the fake news, post-truths, deep fakes, or disinformation of various kinds and origins, but a socially constructed pre-disposition to conformism; in short, the decline of democracy.  These are not problems merely of technology and cannot be solved by technology alone” (quote).

https://www.francoangeli.it/Riviste/schedaRivista.aspx?IDArticolo=61331&Tipo=Articolo%20PDF&lingua=it&idRivista=177 #PeerReview

https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2018/05/11/fake-news-and-post-truths-the-real-issue-is-how-democracy-is-faring-lately/

(8) “Global Citizenship: Reality or Illusion? The Urgency of Rethinking the “Social Contract” in International Political Science Association” https://www.ipsa.org/wc/paper/global-citizenship-reality-or-illusion-urgency-rethinking-social-contract Paper peer reviewed

An approach and research since 1995

 

#research #networking #education #RethinkingEducation #complexity #CriticalThinking #cultures #DigitalTransformation #HumanEcosystems #Technology #ParadigmShift #Hypercomplexity

 

#FutureOfEducation #EducationForAll #WAAS2021 #WHEC2022 #UNESCO

Altri percorsi di approfondimento:

Un approccio e percorsi di ricerca dal’95

#CitaregliAutori

– Abitare la complessità: tra riduzione e semplificazione https://mapsgroup.it/complessita-professor-dominici-parte2/ via #6Memes #MapsGroup

– A.A.A. cercansi manager della complessità http://www.businesspeople.it/Storie/Attualita/Manager-della-complessita-PIero-Dominicini-109480 intervista via #BusinessPeople

– Intervista concessa a VITA: “Nella società ipercomplessa, la strategia è saltare le separazioni” http://www.vita.it/it/interview/2017/06/09/nella-societa-ipercomplessa-la-strategia-e-saltare-le-separazioni/119/

– Intervista concessa all’Huffington Post: “La cultura della complessità come cultura della responsabilità” http://www.huffingtonpost.it/2017/05/04/al-festival-della-complessita-la-lezione-di-piero-dominici-il_a_22069135/

 

Tra le pubblicazioni scientifiche #PeerReviewed:

– Educating for the Future in the Age of Obsolescence** https://www.cadmusjournal.org/article/volume-4/issue-3/educating-for-the-future

**This article, was peer-reviewed and selected as one of the outstanding papers presented at the 2019 IEEE 18th International Conference on Cognitive Informatics & Cognitive Computing (ICCI*CC)

– For an inclusive innovation. Healing the fracture between the human and the technological in the hypercomplex societyhttps://link.springer.com/article/10.1007/s40309-017-0126-4

– Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era: https://benjamins.com/catalog/cvs.15.11dom

 

Su tali temi e questioni sto lavorando e facendo ricerca anche con la World Academy of Art and Science e nell’ambito di altri progetti internazionali. Tra quelli più recenti, ricordo “COSY THINKING” (Progetto UE). Di seguito, il link: https://cosy.pixel-online.org/publications.php

Buon lavoro e buona ricerca a tutte/i!

Ps: Impegni e scadenze non mancano, ma ribadisco la mia disponibilità a lavorare su progetti di ricerca (nazionali e internazionali) relativi a tali tematiche.

Email: piero.dominici@unipg.it e dominici@worldacademy.org

 

Di seguito, alcuni contributi divulgativi:

 

#Research #Education #Complexity #Educazione #Complessità #Cittadinanza #Democrazia #SistemiComplessi #metodo #teorie #ricerca #epistemologia #ScienzeSociali #Filosofia

 

Importante cambi il clima culturale su certe questioni (vitali). Speriamo si scelgano anche altre direzioni e si pensi, finalmente, al “lungo periodo”. Lo dicono tutti, ora…lo dicono…come tutti si sono accorti della centralità strategica di istruzione, educazione, formazione, ricerca…speriamo bene…

Ripeto ogni volta: siamo sulle ben note “spalle dei giganti”, con problemi di vertigini e, tuttora, poco consapevoli della (iper)complessità del mutamento in atto e del “tipo” di scelte che questo richiede…

 

Ripensare l’educazione (1995 e sgg.). Cosa significa? Quali le implicazioni?

Come ripensare l’educazione nella civiltà globale e iperconnessa

In estrema sintesi: superando la dimensione superficiale e propagandistica degli slogans ad effetto, oltre che di certo storytelling, ripensare l’educazione significa  rimettere al centro la Persona (le nuove soggettività e il loro sistema di relazioni), l’umano, i vissuti, le emozioni –  andando oltre la “falsa dicotomia” che le contrappone al pensiero (Dominici, 1995, 1998 e sgg.); sì, proprio quelle emozioni che sono alla base della stessa razionalità; significa, allo stesso tempo, rimettere al centro l’immaginario/gli immaginari, l’immaginazione, la creatività, l’autenticità, la vita e il vitale, dimensioni complesse che non possono essere, in alcun modo, né ingabbiate/recluse  né tanto meno oggettivate in numeri e/o formule matematiche (pur sempre utili); ripensare l’educazione significa riportare/rilanciare l’educazione (senza aggettivi prima o dopo la parola) sempre nella prospettiva sistemica di un’educazione socio-emotiva che, in ogni caso, non ne esaurisce la complessità e l’ambivalenza; significa rilanciare  la filosofia, come pratica filosofica e di pensiero critico, e l’educazione al metodo scientifico (che è un “qualcosa” che caratterizza non soltanto le cd. scienze “esatte”), fin dai primissimi anni di scuola (1996); significa (ri)mettere al centro dei processi educativi e dei percorsi didattico-formativi l’arte, la poesia, le discipline creative (p.e. il teatro à empatia, la musica, il design etc.) e le cosiddette Digital Humanities.

Ripensare l’educazione significa aprire le istituzioni educative e formative, ridefinendone logiche e culture organizzative, ridefinendone logiche e funzioni degli spazi, dentro ecosistemi sempre più interconnessi e interdipendenti.

Ripensare l’educazione significa, in altri termini, “recuperare le dimensioni complesse della complessità educativa” (Dominici, 1995 e sgg.), sia a livello di scuola che di università (àsi pensi sempre alla formazione dei formatori e al lungo periodo).

Di fondamentale importanza riaffermare, una volta per tutte, la consapevolezza che il processo educativo non consiste soltanto nel portare a “sapere” ed a “saper fare”; l’educazione è un processo complesso, sistemico, incerto, imprevedibile fino in fondo, ambiguo, inarrestabile e dinamico. Stiamo correndo seriamente il rischio di svuotare di senso tutta la prassi educativa, alimentando e riproducendo un pensiero omologante e omologato.

https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/ripensare-leducazione-nella-civilta-iperconnessa-cosa-significa/

 

La vita (e la comunicazione) ridotta a strategia…tra complessità e riduzionismi

La comunicazione, e la sua complessità, ridotta a regole e tecniche…La vita (sociale, relazionale) ridotta a strategia…La vita, e non soltanto la comunicazione, ridotte alla capacità e all’abilità di gestire la nostra visibilità, di gestire una vita fatta di tanti piccoli attimi che, all’improvviso, possono diventare eventi ma anche “spaccati” di vissuti e di noi stessi e delle persone a noi care/vicine. Spesso proprio quelli che (soltanto ora) parlano/scrivono/si sono accorti dell’importanza di #educazione, #PensieroCritico, #complessità, #comunicazione e della centralità della #Personahanno ridotto proprio la relazione con l’Altro e la stessa comunicazione, a qualsiasi livello e in qualsiasi ambito, esclusivamente a #strategia (i “comportamenti” nei social sono davvero emblematici di ciò che avviene da sempre e ben evidenziano ciò che sostengo da anni), a #marketing, ad un insieme di #regole e linee guida che, di fatto, pur semplificando/agevolando/facilitando (almeno in apparenza), ne svuotano il senso complessivo e la complessità stessa.

Un approccio (?) perfettamente calato, nel tempo, dentro i processi educativi e formativi. Da questo punto di vista, fate caso a come tutti, attualmente, parlino e scrivano di complessità salvo poi scegliere le tradizionali vie della semplificazione confusa con banalizzazione e la facilitazione che esclude invece di includere, per non parlare delle altrettanto tradizionali spiegazioni riduzionistiche e e deterministiche. Come detto, un’impostazione ed una visione calate anche nei processi educativi e di costruzione della Persona: rendere tutto semplice/facile/banale e, possibilmente, trarre sempre il massimo dalla relazione con l’Altro, cercare sempre l’utile, il ritorno, cercare sempre il vantaggio, partendo sempre dalla convinzione di essere dalla parte giusta.

Ripeto ogni volta: il confine tra educazione/formazione e indottrinamento / persuasione / manipolazione è sempre più sottile. E, come ripeto da tempi non sospetti, c’è una questione profonda di “cultura della comunicazione”.

Dinamiche e processi sociali hanno nella loro varietà, nella pluralità ed eterogeneità, nell’imprevedibilità e nell’ambivalenza, la loro ricchezza e il senso più profondo. Ma quale dialogo (tutti ne parlano ma il dialogo è “roba” impegnativa e non pura convivialità), ma quale incontro/confronto/conflitto con l’Altro, ma quale relazione, ma quale “centralità della Persona” se, appunto, tutto è ridotto/ricondotto a strategia, obiettivi precisi e specifici, regole e schemi presentati come assoluti e universalmente validi, se tutto è ridotto esclusivamente al problema dell’efficacia, della visibilità, del convincere e/o, magari, strumentalizzare l’Altro (magari in maniera gentile e non arrogante…).

La vita e la comunicazione (complessità, relazione, mediazione del conflitto, esaltazione della contraddizione e del pluralismo à democrazia) con l’Altro, ancora una volta, ridotte a strategia, a tecnica/insieme di tecniche” della comunicazione e della persuasione…

L’Altro, ancora una volta, identificato con l’utilità e l’interesseQuestione culturale ed educativa e, forse, dovremmo smetterla di scaricare, come sempre, la responsabilità su media e social...Le questioni sono molto più profonde e complesse, nonostante ci rassicuri molto ricorrere a certe spiegazioni.

 

Sempre sulle questioni legate alla complessità, condivido voce/saggio pubblicato per Treccani:

– La complessità della complessità e l’errore degli errori (cit.) http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/digitale/5_Dominici.html

– E un contributo per Il Sole 24 Ore: Educare alla complessità…perché “Democrazia è complessità” (1995): https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2018/06/03/educare-alla-complessitaperche-democrazia-e-complessita-1995/

Un approccio e percorsi di ricerca dal’95.

#CitaregliAutori

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N.B. Condividete e riutilizzate pure i contenuti pubblicati ma, cortesemente, citate sempre gli Autori e le Fonti anche quando si usano categorie concettuali e relative definizioni operative. Condividiamo la conoscenza e le informazioni, ma proviamo ad interrompere il circuito non virtuoso e scorretto del “copia e incolla”, alimentato da coloro che sanno soltanto “usare” il lavoro altrui. Le citazioni si fanno, in primo luogo, per correttezza e, in secondo luogo, perché il nostro lavoro (la nostra produzione intellettuale e la nostra attività di ricerca) è sempre il risultato del lavoro di tante “persone” che, come NOI, studiano e fanno ricerca, aiutandoci anche ad essere creativi e originali, orientando le nostre ipotesi di lavoro.

I testi che condivido sono il frutto di lavoro (passione!) e ricerche e, come avrete notato, sono sempre ricchi di citazioni. Continuo a registrare, con rammarico e una certa perplessità, come tale modo di procedere, che dovrebbe caratterizzare tutta la produzione intellettuale (non soltanto quella scientifica e/o accademica), sia sempre meno praticata e frequente in molti Autori e studiosi.

Dico sempre: il valore della condivisione supera l’amarezza delle tante scorrettezze ricevute in questi anni. Nei contributi che propongo ci sono i concetti, gli studi, gli argomenti di ricerche che conduco da vent’anni: il valore della condivisione diviene anche un rischio, ma occorre essere coerenti con i valori in cui si crede.

Buona riflessione e buona ricerca!