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La cultura e la conoscenza ridotte “a una dimensione”: quella quantitativa.

“Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire”.

George Orwell, presentazione (1945) de La fattoria degli animali 

 

Lo studio, la ricerca, la cultura, l’educazione, la produzione creativa: tra logiche di mercato e conformismi.

Ogni tanto, pur avendolo fatto spesso negli anni, non posso non tornare a riflettere su alcune derive che, da molto tempo, segnano l’intero ecosistema della produzione intellettuale e culturale, perfino di quella scientifica e che, quasi paradossalmente, rischiano concretamente di impoverire e di deprimere le stesse opportunità insite nella civiltà ipertecnologica. In ogni caso, davvero nulla di nuovo. Dinamiche e derive che si ripresentano sempre più radicalizzate e accelerate nel loro evolversi non lineare, con effetti specifici analoghi, ma ancor più profondi e sistemici, a quelli documentati da gran parte della cd. “Communication Research” (in particolare, mi riferisco a studi e ricerche riconducibili, già nel secolo scorso, all’agenda setting, alla spirale del silenzio, alla teoria della coltivazione).

Non da oggi evidentemente, nei mondi della produzione intellettuale e culturale, delle arti e della creatività e, perfino, in quelli più rigorosi, metodologicamente ed epistemologicamente parlando, dello studio e della ricerca scientifica, tutto appare (è) inevitabilmente e irrecuperabilmente cambiato in direzione di un preoccupante declino (quanto meno, di un piano inclinato), difficilmente gestibile e/o arrestabile: in altre parole, tutte le sfere, gli ambiti e le dimensioni della produzione intellettuale e culturale, perfino di quella scientifica e della ricerca, sono state finalizzate/rese funzionali e ridottea una dimensione” (già nel titolo, evoco un celebre saggio di Herbert Marcuse), quella apparentemente neutra e obiettiva/oggettiva del quantitativo/della quantità/dei numeri; sfere della produzione intellettuale e culturale rese funzionali, comunque e sempre, oltre che al profitto, al principio ingannevole dell’utilità (sul quale, come ripeto da molti anni, abbiamo controriformato anche le nostre istituzioni educative e formative). Dinamiche e derive che, oltretutto, hanno eccessivamente semplificato, appunto “ridotto ad una dimensione”, per non dire depotenziato, le istanze e le (poche) opportunità di cambiamento ed emancipazione, già frustrate in partenza dalla “Società Asimmetrica” (2003).

La dimensione (in ogni caso, importante) del numero, del “contano solo i numeri”, del “dato” e della quantità, da “mezzo/strumento per” diventa “fine” dell’agire organizzativo e sociale, con innumerevoli conseguenze e ricadute anche sulle culture, organizzative, digitali e sociali.

Tutto è ridotto a quantità, più o meno esatte, e al dato quantitativo, tutto è ridotto a numeri, indicatori, parametri (?) mediane e criteri che indicano/dovrebbero indicare – e, per certi versi, rassicurarci – “esattezza”, oggettività, soddisfazione, valore, “qualità” (concetto complesso, multidimensionale), originalità e gradimento, nella convinzione – secondo tale visione/approccio – di poter misurare e, soprattutto, trasformare definitivamente il “qualitativo” in “quantitativo”, oltretutto declinando quest’ultimo, solo ed esclusivamente, nella direzione del gradimento e della soddisfazione di un bisogno.

Ne ho parlato, in tempi non sospetti, come di una delle “grandi illusioni della civiltà ipertecnologica e iperconnessa” (1996 e sgg.): l’illusione della misurabilità che implica quella, altrettanto rischiosa, anche se necessaria, della prevedibilità.

Tutto, ormai, sembra essere (è!) ricondotto e ridotto all’osservazione attenta, sistematica, scrupolosa, ossessiva, maniacale, al riconoscimento totale e all’adesione acritica verso tutti quei valori (?) e criteri (quantitativi) relativi alla misurazione di ogni aspetto/dimensione/particolare/caratteristica; valori e criteri funzionali alla costruzione ed al mantenimento della visibilità, della popolarità (da sempre, confusa con la fiducia), della reputazione, della fama, del successo (di una certa idea/visione del successo), delle vendite, della capacità di costruire consenso ma anche di polarizzare, peraltro senza alcun approfondimento; insomma, tutto ridotto a quantità e, ancor di più, a “livello di soddisfazione/gradimento”(?).

 In altre parole, un po’ “tutto” è/sembra essere cambiato da quando hanno iniziato a contare, solo e soltanto, i numeri (p.e. di citazioni, di copie vendute, di followers, di visioni, di condivisioni, di apparizioni sui/nei media, perfino di concetti inventati etc. etc.), l’essere famosi, l’avere visibilità, (oggi) l’avere molti followers, visualizzazioni, download e condivisioni, l’essere in grado di orientare il dibattito (?) pubblico e, ancor di più, avere la capacità di alimentare proprio quelle “polarizzazioni”, quelle “bolle” e, più in generale, quelle polemiche, criticate e (quasi) denunciate da tutti, molti dei quali … alla fine, in ogni caso, alla prova dei fatti (sic), ne traggono grande vantaggio sotto tutti i punti di vista (pubblicazioni, recensioni, inviti, carriere e incarichi, premi etc. etc.). Un gigantesco meccanismo che deve essere sempre, continuamente e costantemente, alimentato.

E, così, al solito, assistiamo alla continua proliferazione di classifiche di ogni genere, testate, siti, blog, influencers che, ad ogni livello e in tutti i settori, ci dicono/ci suggeriscono/ci indicano (?) cosa leggere, cosa guardare, cosa ascoltare, chi veramente “merita di”, chi sono i “migliori”, quali le “eccellenze” e/o, magari, le “best practices” etc. etc. e lo fanno, lo possono fare, sulla base dei numeri che sono sempre evidenti e inequivocabili.

Perché, di qualsiasi cosa si stia parlando, se un “prodotto” è citato, letto, discusso, ascoltato, suggerito, apprezzato da molti, se non da tutti; se questo stesso “prodotto” è nelle classifiche, questo stesso “prodotto” vale a prescindere da qualsiasi altra valutazione e/o riscontro.

Contano i numeri, il gradimento, la capacità di innescare e alimentare polarizzazioni, di fare ascolti/visualizzazioni/commenti/condivisioni, di muovere pubblici e followers. Anche perché – come ripeto da anni e come evidente – manca sempre di più, il tempo per studiare, verificare, ascoltare, cercare ciò che potrebbe essere davvero originale e innovativo.

Qualche volta, non posso nasconderlo, provo a immaginare cosa farebbero tante Persone/gruppi/centri/industrie culturali senza queste straordinarie casse di risonanza, senza queste campagne di marketing continuo e sistematico (di cui sono elementi costitutivi, i tantissimi premi, elenchi dei “migliori” e delle “eccellenze”, documenti, manifesti, linee guida etc.) e, da qualche anno, cosa farebbero senza la presenza assidua (strategica e scientificamente studiata), in “tempo reale” e “senza veli” sui/nei social. Che – bene esser chiari – nonostante le ben note criticità, sono senz’altro straordinarie opportunità, ancora non colte e raccolte, se non in minima parte. (educazione, formazione, ricerca).

In fondo, tra le tante questioni/dimensioni da considerarsi, torniamo (anche) alla confusione tra mezzi e fini.

Processi e dinamiche complesse che, al solito, arrivano da molto lontano; solo a titolo di esempio, mi viene in mente la nascita della cd. televisione commerciale [l’avvento della quale non è stato e non sarà mai abbastanza indagato per gli effetti determinati, i cambiamenti valoriali e sociali indotti, anche con riferimento a tanti dei fenomeni sociali, politici e culturali osservati negli ultimi anni] e come, fin dal primo momento, (quasi) tutti fossero molto critici, a mio avviso, anche opportunamente, verso la logica/le logiche che questa introduceva e, talvolta, radicalizzava: logiche e strategie che vedevano/vedono, al centro di ogni scelta, il dominio degli ascolti/dell’audience/della fama/del pubblico/dei numeri del pubblico e il valore del successo a qualunque costo.

Scelte e strategie che, poi, si traducevano/si traducono in risorse (pubblicità, consenso a tutti i livelli e in tutti gli ambiti professionali e organizzativi, e non solo), talvolta possibilità di sopravvivenza e/o numerosi altri vantaggi.

Le stesse logiche, da sempre anche di tipo industriale, hanno trovato molteplici traduzioni operative e modalità di affermazione e di egemonia anche in tutti gli altri mondi/territori dello studio, della produzione intellettuale, artistica e culturale e, perfino, come detto, nella ricerca scientifica.

La visione di fondo è sempre quella di poter misurare tutto, in termini quantitativi, orientando tutte le scelte e le decisioni; perché, in fondo – così si crede – questi numeri ci restituiscono, fanno emergere, anche il “valore” delle cose (?).

 Perché, in altri termini, questi/quei numeri, considerati erroneamente “auto-evidenti”, quasi in maniera automatica, ci rivelano/svelano – secondo questa visione/approccio/paradigma – anche molto sulla qualità dei “prodotti”, di qualunque genere essi siano, anche quelli, appunto, della ricerca scientifica (non a caso si è deciso di definirli “prodotti” anche nel campo della ricerca scientifica e universitaria).

È accaduto così che, con l’obiettivo, assolutamente condivisibile e necessario, di costruire una “cultura della valutazione” (ne siamo, tuttora, lontanissimi), di ricercare e definire criteri di giudizio e valutazione più oggettivi, affidabili (?) e obiettivi della produzione intellettuale, scientifica, culturale, anche per chi studia e fa ricerca, a vari livelli e in differenti ambiti, e con la certezza (illusoria) di aver realizzato tali obiettivi, forse – sottolineo forse – abbiamo anche smesso, un po’ tutti, di studiare, essere realmente curiosi, approfondire, ricercare, indagare, investigare, confrontare, comparare, accontentandoci solo e soltanto, per non dire esclusivamente, di indicatori e parametri (presentati e narrati come oggettivi), di classifiche varie, di quello che “tutti leggono, tutti citano, tutti vedono, tutti ascoltano”;

e…abbiamo finito per accontentarci di parlare e dibattere soltanto di quello di cui tutti parlano e dibattono; di leggere (e recensire) i libri che tutti leggono (e recensiscono), basandoci sempre su quelle stesse classifiche e sul parere di quegli stessi influencers che suggeriscono in maniera, apparentemente, spontanea e disinteressata; abbiamo finito per accontentarci di ascoltare la musica che tutti ascoltano; abbiamo finito per accontentarci di citare e ascoltare soltanto quello che tutti (?) citano e ascoltano; abbiamo finito per accontentarci di etichette, di appartenenze, della fama e della popolarità, di visibilità e followers, di recensioni e/o, appunto, anche nel mondo della ricerca, del numero di citazioni e/o, magari, del prestigio di Autori e/o Editori (fenomeni di cui esiste anche una compravendita). Che, bene esser chiari, sono fattori/variabili molto importanti, ma non possono essere “il” criterio, l’unico criterio, se non addirittura “la” variabile che, in qualche modo, ci deresponsabilizza dal verificare, studiare, approfondire, comparare, essere rigorosi nella valutazione specifica e, allo stesso tempo, complessiva.

Con una corsa, continua e inarrestabile, a definire e, possibilmente, far parte di classifiche e di elenchi – non soltanto relative ai migliori ed alle eccellenze (con le relative retoriche devastanti) – che si fanno continuamente su tutto e su tutti. Ci sarebbe (sempre) da scrivere moltissimo, al solito.

Si tratta in fondo di quegli stessi criteri e di quelle stesse logiche introdotte dalla cd. industria culturale e radicalizzate, in particolare, dalla televisione commerciale; logiche che già allora venivano criticate aspramente, riconoscendole anche come causa principale di un certo decadimento della qualità, di un certo declino e impoverimento culturale: ebbene quelle stesse logiche, nel tempo, sono divenute dominanti/egemoni in tutti gli ambiti della vita pubblica, sociale e culturale. Ma proprio tutti!

 

Arrivando al piano specifico delle Persone e dei comportamenti individuali…

E, talvolta, per esser ancor più chiari, l’impressione è che tutti “ce l’abbiano con” e critichino i cd. “influencers*”(comunque, con vecchi e “nuovi” leaders d’opinione), oltre che questa “egemonia dei numeri e del quantitativo”; ce l’abbiano e critichino le “industrie” che ne costruiscono e determinano il successo. Tuttavia, oltre a criticarli per gli obiettivi che si prefiggono, le strategie e gli strumenti, più o meno sofisticati, adottati per conseguirli; per i pubblici e le logiche che li supportano e che, da loro stessi, vengono supportate e alimentate; sembra davvero che lavorino e s’impegnino nella direzione opposta, cioè per diventarlo, per essere riconosciuti come tali anche loro e/o rimanerlo per sempre, pur dichiarando ben altri obiettivi e finalità.

Perché, a guardar bene, quegli obiettivi e quel tipo di successo e consenso, così fondato su evidenze “oggettive” e (apparentemente) indiscutibili (i numeri), in fondo… in fondo, con tanto di fama e visibilità illimitate, a tanti non dispiacciono per nulla (a meno che non tocchino gli altri). Anzi, che cosa non si continui a fare per avere un po’ di successo, per non perdere mai visibilità e riconoscibilità, non soltanto mediatica e online….

 

In fondo, sempre a guardar bene, delle Persone, della Cultura, come bene/patrimonio aperto, comune e condiviso, e della cd. Società (della sua condizione di benessere) sembra interessi molto poco.

 

#QuestioneCulturale ed educativa, da sempre!

 

Ri-condivido il saggio: “La CULTURA: “motore” del cambiamento e “organismo” agente di democratizzazione e cittadinanza” (2014) https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2014/06/25/la-cultura-motore-del-cambiamento-e-organismo-agente-di-democratizzazione-e-cittadinanza/

 

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Ri-condivido vecchia pubblicazione (Peer Reviewed), tradotta anche in altre lingue.

A partire da vecchio concetto e definizione (“dittatura della concretezza”, ripropongo alcuni brani estratti da vecchio saggio (in versione ridotta), peraltro tradotto anche in altre lingue. Se ne discute molto, anche in questi mesi…

 

Un approccio e percorsi di ricerca dal’95

Come sempre, senza “tempi di lettura”…

Come sempre, il testo è ricco di collegamenti ipertestuali e percorsi di approfondimento.

 

“La “dittatura” (e l’ossessione) della concretezza…e la progressiva marginalizzazione del pensiero e di tutto ciò che è “teorico”, cioè – secondo le narrazioni dominanti – “inutile”.

 

 

Prima di iniziare la nostra riflessione, partiamo dalle definizioni:

 

Il Dizionario Zingarelli definisce la concretezza in questi termini:

 

Concretezza: caratteristica di chi e di ciò che è concreto.

Concreto: [vc. dotta, lat. concrētu(m), part. pass. di concrēscere ‘condensarsi, indurire, coagularsi’ ☼ av. 1327]

A agg.

1 (lett., raro) Denso, compatto, solido, rappreso: lo mescolerei co’ sughi concreti di luppoli, e di cicoria (F. REDI).

2 Che è individuabile mediante l’esperienza sensibile: oggetti concreti; CONTR. astratto | Che ha uno stretto legame con la realtà: passare dalle astrazioni ai fatti concreti | Pratico: esperienza concreta; è un uomo concreto; CONTR. teorico | Preciso, chiaramente determinato: progetto concreto; idea concreta | in concreto, (ellitt.) in modo concreto, da un punto di vista concreto | nome concreto, nella grammatica, quello che indica cose reali o immaginate come tali; CONTR. astratto.

3 arte concreta, indirizzo artistico nato all’interno dell’astrattismo, caratterizzato da un orientamento più razionalmente geometrizzante. SIN. concretismo.

4 musica concreta, quella basata sull’impiego di rumori naturali che abbiano subito diverse manipolazioni elettroacustiche.

|| concretamente, avv. In modo concreto, da un punto di vista concreto; in pratica.

 

B s. m.

Ciò che è concreto: andare dall’astratto al concreto; attenersi al concreto.

Al di là delle attività accademiche e di ricerca, mi capita molto spesso di andare in aula come docente/formatore e di fare formazione/aggiornamento a manager, dirigenti, funzionari PA, dirigenti scolastici, insegnanti etc. Con tutte le differenze, le specificità e le sfumature del caso, sono costretto a rilevare, ogni volta, come l’elemento che, in genere, accomuna tutte queste figure, questi ambiti professionali e lavorativi, ma anche e soprattutto queste esperienze, sia – pur nell’interesse e nella curiosità per le novità, i trends e i possibili aggiornamenti – una sorta di ossessione per la concretezza, per il “come si fa”, solo ed esclusivamente per le “soluzioni”. Tranne alcune eccezioni (ci sono sempre, ma tali restano), tutti regolarmente chiedono, solo e soltanto, “concretezza”, pretendono i “fatti”, e te lo ricordano continuamente, devono quasi sentirsi “rassicurati”. Salvo poi, rendersi conto della valenza strategica (a tutti i livelli di analisi e della prassi) del pensiero, della teoria/delle teorie, di uno sguardo “altro”, di un approccio differente alle questioni e, più in generale, all’imprevedibilità del sociale e dell’umano, delle relazioni (complesse) sistemiche tra le Persone; salvo poi rendersi conto che, continuando a procedere nelle direzioni di sempre, con l’approccio, gli “strumenti” e le procedure di sempre, nell’illusione del controllo e della prevedibilità totali, non riusciranno mai a determinare alcun cambiamento e avranno molte difficoltà nel gestire nuovi rischi, incertezze e vulnerabilità. E così…altro che cambio di paradigma, altro che nuovo ecosistema, altro che imprese a rete, altro che sistemi aperti, altro che sostenibilità, altro che “rivoluzione digitale” …

Si continua ad avanzare nella prospettiva della “delega in bianco” alla tecnologia/alle tecnologie; una delega concessa in perfetta linea di continuità con le “grandi illusioni” della civiltà ipertecnologica e iperconnessa – così le ho definite – che riguardano – come ripeto da molti anni – anche il mondo (e gli ecosistemi) dell’intelligenza artificiale e della cd. “materia vivente” e, più in generale, i processi (in atto) di “sintesi complessa”, all’interno dei quali, “continuiamo a confondere l’intelligenza con la simulazione dell’intelligenza, il pensiero con la simulazione del pensiero, l’empatia e i sentimenti con la simulazione dell’empatia e dei sentimenti” (Dominici, 1995, 1998, 2003, 2005 e sgg.).

Torniamo alla concretezza. Pur conoscendone e comprendendone le logiche – attualmente nessuno può permettersi di non essere concreto, ormai (forse) neanche più gli artisti e i cd. intellettuali – pur conoscendone l’importanza e i perché (oltre che le retoriche), pur dovendoci fare i conti continuamente…più vado avanti e più me ne convinco: non esiste ambito/campo/settore dell’azione sociale e della prassi sociale, organizzativa e sistemica, della produzione, anche quella più creativa; non esiste “area” della nostra esistenza, dei cd. “mondi vitali”, dal lavoro alla ricerca, dall’educazione alla formazione che non venga gestita/controllata/indirizzata dalla ricerca (spesso) ossessiva, quasi compulsiva ed esclusiva della concretezza (e dell’utilità), del “ci servono soltanto cose concrete/abbiamo bisogno di essere concreti”…del “dobbiamo essere concreti”…del “noi facciamo/ci interessano solo cose concrete”. Proprio in una fase così delicata di cambiamento dei paradigmi e di trasformazione antropologica (1996), si tratta di un’ossessione particolarmente controproducente, soprattutto, nei settori dell’educazione, della formazione, della ricerca. Tutti (ora) parlano, all’interno delle grandi narrazioni sull’innovazione e sulla cd. rivoluzione digitale (con più di qualche ripensamento), dell’importanza del pensiero, del pensiero critico e sistemico, della creatività, degli immaginari, del pensiero creativo (ops…creative thinking…bisogna dirlo in inglese, fa più effetto), perfino dell’importanza della filosofia, da sempre ostacolata e ridimensionata (insieme ad altre materie/discipline importanti), non soltanto dentro le istituzioni educative e formative. Paradossalmente, nessuno, in questo momento, si azzarderebbe a dire/scrivere il contrario: sono tutti per il pensiero critico, sono tutti per l’immaginazione e il recupero dell’importanza delle discipline più creative nei processi educativi e formativi, sono tutti per l’interdisciplinarità e la transdisciplinarità. Sono tutti per l’empatia e l’imprevedibilità (tutti folgorati…), parlano di “cambio di paradigma”, all’improvviso si sono accorti che il “saper fare” e le competenze da soli non bastano, anche in questa civiltà ipertecnologica, anzi – come sostengo da molti anni – soprattutto in questa civiltà ipertecnologica e iperconnessa, sempre più complessa (anche questa è una delle tante formule di successo che trovate ovunque…). Attualmente tutti, ma proprio tutti, ne parlano: il ruolo strategico/vitale dell’educazione e della formazione, l’importanza dell’immaginazione: tutte questioni di vitale importanza che, alla resa dei conti, vengono più che altro propagandate e alimentate a colpi di slogan ed “etichette di successo”, a colpi di aforismi di grandi scienziati/filosofi/scrittori e di parole-chiave che, poi, non trovano alcuna effettiva (appunto, concreta) traduzione operativa nella vita organizzativa, sociale, politica, culturale. In realtà, al di là di certe retoriche e narrazioni egemoni, funzionali soprattutto a costruire/costruirsi una buona reputazione/immagine sia come innovatore/innovatrice che come organizzazione innovativa (ed efficiente) nel suo complesso, appare evidente come sia ancora scarsa la consapevolezza della rilevanza strategica del pensiero (e del sistema di pensiero), della speculazione, dell’immaginazione, della creatività, dell’errore e della opportunità di poter sbagliare; della complessità delle questioni, a tutti i livelli e in tutti i settori, del loro essere “complesse” e non “complicate” (Dominici 1995, 1998 e sgg.). In realtà, quella che, non soltanto in questo contributo, ho definito la “dittatura/ossessione della concretezza”, ci sta condannando a non determinare mai (?) nessun cambiamento reale (soltanto assestamenti, nella migliore delle ipotesi), a non essere in grado di creare nessuna “vera” innovazione, se non di facciata; ci sta condannando, chissà ancora per quanto tempo, ad adeguarci/adattarci pressoché passivamente alla straordinaria trasformazione tecnologica in atto, che è prima di tutto una trasformazione antropologica (Dominici 1995-1996), delle identità, dei vissuti, delle epistemologie etc.

La dittatura/ossessione della concretezza ci sta condannando a non saper abitare l’ipercomplessità e il futuro (Dominici, 1995-2018); ci sta condannando a rifugiarci, ancora una volta, nella nostra incompletezza, nelle nostre (in)sicurezze, nella nostra incapacità o, comunque, nel poco coraggio di abbandonare le strade e i sentieri già percorsi mille altre volte; ci sta condannando a rifugiarci nei nostri pregiudizi e luoghi comuni (a qualsiasi livello), nei comportamenti e nelle scelte che hanno sempre funzionato (?), nelle “cose” che abbiamo sempre fatto in un certo modo anche perché ciò ha avuto “successo”, ha prodotto “risultati” evidenti, ha prodotto soluzioni (“soluzioni semplici a problemi complessi”) (?)…etichetta vs etica. Ci sta condannando, in altre parole, a non determinare, a non tentare di governare, in alcun modo, quel cambiamento evocato e auspicato da tutti, salvo poi andare nelle direzioni di sempre. Una ricerca ossessiva ed esclusiva spesso portata avanti (soprattutto) proprio da coloro che – a livello di discorso pubblico – parlano di creatività, di pensiero creativo (ops…creative thinking), di innovazione, di cambiamento, di trasformazione, di digital tranformation, di approccio multidisciplinare e interdisciplinare, di cambio di paradigma, di complessità (la/le potrete trovare ovunque), negli ultimi tempi, addirittura, di “complessità del digitale” (proprio quelli che avevano associato il digitale alla semplificazione, alla nuova “cittadinanza digitale”, ad una nuova democrazia, di più alla semplicità di certi processi e dinamiche); ma nel retroscena delle loro vite lavorative e professionali e, perfino, di ricerca, continuano, in molti casi, a navigare (a vista) nelle direzioni di sempre. Insomma, almeno per ora, siamo di fronte – come detto – soprattutto a parole-chiave usate come slogan.

Coloro che abitano le istituzioni educative e formative, coloro che sono nel mondo dell’alta formazione, sanno bene come vengano, sempre e comunque, richiesti i “fatti”, la “concretezza”, il “come si fa”, il “solo cose utili”; sanno bene come siano sempre richieste, solo ed esclusivamente, le “soluzioni” (e via con la proliferazione di linee guida, decaloghi, manifesti, ricette, nuovi assiomi etc.); sanno bene come (quasi) tutti siano poco interessati al “come” si arrivi alle presunte soluzioni; come se i sistemi organizzativi/sociali fossero “complicati” e non “complessi”, con il relativo ed esclusivo coinvolgimento soltanto di alcuni specifici saperi esperti. Quelli apparentemente più in grado di offrire/garantire certezze e spiegazioni razionali e “lineari”. Pensiero, creatività, educazione, formazione continua, apprendimento, immaginazione, innovazione, centralità della Persona e dell’umano, importanza dell’errore e dell’imprevedibilità, condivisione della conoscenza e dei saperi: tutti ne parlano, tutti ne scrivono, senza peraltro essersene mai occupati (il problema – sia chiaro – non è che ne parlino, bensì che si presentino ogni volta come “esperti” di tutto e su tutto), come se in questi settori/campi non fossero richieste/necessarie conoscenze, competenze, preparazione, esperienza; tutti ne parlano, tutti ne scrivono ma, a livello di scelte e di prassi, continuano ad operare, nelle istituzioni e nelle organizzazioni in cui lavorano/coordinano/dirigono, ri-cercando soprattutto ordine, stabilità, equilibrio, conservazione, e non soltanto per ragioni di potere e di vantaggio relativo. Anche perché, nella civiltà ipertecnologica, è proprio nell’equilibrio e nella stabilità che i saperi tecnici realizzano il massimo delle loro aspirazioni e potenzialità conoscitive, in termini di controllo, sicurezza, razionalità.

Il pensiero, la teoria/le teorie, la filosofia, perfino le discipline più creative, non sono “utili”, non servono o, comunque, servono a poco: d’altra parte, come stupirsi, questo è un Paese che continua a mettere in discussione il valore della “cultura”, dell’educazione e della formazione, della preparazione. Un “pensiero” (?) che si è esteso fino all’egemonia anche con riferimento ai luoghi dell’educazione e della formazione. Prima di tutto, il “dover essere concreti”, il “come si fa”, le “soluzioni”, sempre e soltanto le soluzioni che, spesso, sono quelle di sempre, quelle che hanno funzionato in passato, magari in contesti e situazioni differenti, con concause, variabili, indicatori, parametri, Persone coinvolte, altrettanto differenti.

Vedrete, anche questa volta, in molti diranno che l’avevano sostenuto anche loro e saranno pubblicati testi/articoli in cui si sottolinea l’importanza del pensiero, della teoria/delle teorie, di una visione strategica di lungo periodo, di uno sguardo “altro” sulla realtà. Perché tutto diventa “moda”, “norma”, “mainstream”, perdendo così ogni potenzialità dirompente e ogni possibilità di creare una vera discontinuità con i modelli egemoni e con quanto già accaduto…

Concludo, chiarendo come questa non sia stata – evidentemente – una riflessione “contro la concretezza” in quanto tale (con cui – mi ripeto – non possiamo non fare i conti), bensì, come chiarito dal titolo, “contro la dittatura e l’ossessione della concretezza”. Un’ossessione che si concretizza in un approccio riduzionistico e semplicistico ai problemi, alle incertezze, all’imprevedibilità ed alla variabilità dei fenomeni sociali e organizzativi; una visione radicale della “concretezza”, senz’altro necessaria ma che, portata alle sue estreme conseguenze, si configura/si rivela, allo stesso tempo, come un ostacolo al reale cambiamento organizzativo, sociale, culturale, politico. Una cultura della concretezza e dell’evidenza con tante sfumature; una cultura del “dato” come “dato di fatto” che si fonda su un’altra cultura, quella della standardizzazione; una “cultura della concretezza” che si fonda sull’idea, ingannevole e fuorviante, che la conoscenza/le conoscenze debba essere “utile”. Una cultura della concretezza e dell’evidenza che si fonda sull’illusione di poter eliminare l’errore e l’imprevedibilità dai sistemi sociali e organizzativi. Una cultura della concretezza che, evidentemente, pur edificata a partire dai principi (assiomi) della razionalità e del controllo, presenta quei caratteri di ambivalenza e ambiguità tipici di tutti i processi sociali e culturali.

 

Insomma, davvero ancora poca la consapevolezza che non tutto (anzi!) sia “individuabile mediante l’esperienza sensibile” e/o l’evidenza empirica. Allo stesso tempo, poca la consapevolezza di come dovremmo sforzarci di conoscere e mettere in evidenza non soltanto ciò che è e/o ci appare “misurabile” in termini quantitativi.

 

In perfetta linea di continuità con quanto detto…

Come ripeto da molti anni, stiamo educando/formando/addestrando dei meri esecutori di funzioni e di regole (Dominici, 1995 e sgg.) che non sono in grado neanche di riflettere sulla natura e sui “perché” che governano tali funzioni e regole. E ciò che è ancor più preoccupante è che stiamo sempre più puntando alla costruzione/formazione di un pensiero (?) finalizzato/funzionale esclusivamente alla concretezza: un pensiero che, nella migliore delle ipotesi, si identifica con il calcolo e il raggiungimento di un risultato. Un “approccio”, pressoché egemone, che riguarda e chiama in causa direttamente anche temi e questioni relativi all’apprendimento.

Continuiamo a non prendere atto e a non saper riconoscere la complessità, la ipercomplessità (ibidem), la variabilità, l’emergente, la costante e dinamica instabilità del relazionale, del sociale, dell’umano, del vitale. Dimensioni complesse che, oltretutto, interagiscono con una nuova prassi tecnologica e con sistemi sociali sempre più innervati da sistemi di intelligenza artificiale e di automazione; in una condizione di “ritardo culturale” che ostacola la formazione, la co-costruzione, di uno sguardo “altro” e di una visione sistemica, d’insieme; un ritardo che continua a farci vedere/riconoscere/progettare/gestire le organizzazioni come “macchine” (sistemi complicati) e non come “sistemi viventi” (complessi). Ancora una volta, con poca consapevolezza che – come scrissi molti anni fa – “innovare significa destabilizzare” (cit.); e, con poca consapevolezza, che pensiero è azione (si tratta, ancora una volta, di una “falsa dicotomia”).

«Allo stesso tempo, dobbiamo essere consapevoli che l’innovazione implica un cambiamento profondo anche e soprattutto nel modo di vedere, osservare, comprendere i fenomeni, i processi, gli oggetti, le “cose” (prospettiva sistemica): innovare significa (anche) avere il coraggio di destabilizzare** qualcosa che è –almeno in apparenza – profondamente equilibrato, stabile, radicato, ordinato e, per certi versi, ideale. Innovare costituisce sempre una sfida (essenziale) che comporta l’abbandonare certezze, visioni consolidate e comportamenti rituali, liberarsi perfino dalla stessa idea che le “cose” si fanno in un certo modo perché così hanno sempre funzionato. Storicamente (poi, lo so, ci possono essere delle eccezioni), coloro che sono al potere e hanno la responsabilità del decidere, anche a livello di organizzazioni semplici (?), difficilmente possono essere motivati/interessati ad innovare concretamente, proprio perché le dinamiche dei processi innovativi non possono che rendere meno stabili e controllabili le situazioni in cui sono coinvolti e il contesto di riferimento. E’ sempre il “fattore culturale” ad essere determinante sia nella statica che nella dinamica di sistemi sociali e organizzazioni complesse: perché, come amo ripetere sempre, i processi di innovazione camminano sulle gambe del persone» (Dominici, 1995 e sgg.)

 

Si vedano anche, tra i saggi divulgativi:

 

Tutto sotto controllo. La ipercomplessità tra realtà e rappresentazione https://www.mstudies.it/2021/09/03/la-ipercomplessita-tra-realta-e-rappresentazione/

 

L’ipercomplessità della realtà e l’importanza dei dati che “non parlano da soli”.

https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2016/03/28/la-ipercomplessita-della-realta-e-limportanza-dei-dati-che-non-parlano-mai-da-soli/

 

https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2018/12/29/la-dittatura-e-lossessione-della-concretezza/

 

Un Approccio e percorsi di ricerca dal’95  #CitaregliAutori

 

Lunga e complessa la strada…le strade.

La società feudale del dominio e dell’arbitrio iper-normato**. Ancora sulla (vecchia) questione culturale https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2021/07/24/la-societa-feudale-del-dominio-e-dellarbitrio-iper-normato-ancora-sulla-vecchia-questione-culturale/

Il potere delle “etichette”. Le etichette del potere** https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2021/03/28/il-potere-delle-etichette-le-etichette-del-potere/

Cercando sempre la luce (riflessa)… https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2021/08/17/cercando-sempre-la-luce-riflessaumani-e-digitali/

 

Educare alla complessità per affrontare i dilemmi della società ipercomplessa

 – Piero Dominici, Generosità e riconoscimento ai tempi della Rete

https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2018/05/01/generosita-e-riconoscimento-ai-tempi-della-rete/

– Intervista/conversazione con Vita, Nella società ipercomplessa, la strategia è saltare le separazioni,  – 09/06/2017

– Piero Dominici, L’Umano, il tecnologico e gli ecosistemi interconnessi: la reclusione dei saperi e l’urgenza di educare e formare alla complessità, Il Sole 24 Ore – 11/10/2016

– Piero Dominici, Il grande equivoco. Ripensare l’educazione (#digitale) per la Società Ipercomplessa, Il Sole 24 Ore – 08/12/2016

– Intervista/conversazione con Huffington Post, La cultura della complessità come cultura della responsabilità, Huffington Post, 05/05/2017

– Piero Dominici, Educare alla complessità per un’etica della responsabilità: libertà e “valori” nella Società Interconnessa, Il Sole 24 Ore – 02/06/2015

– Piero Dominici, Il diritto alla filosofia per ripensare l’educazione, la cittadinanza e l’inclusione, Il Sole 24 Ore – 23/04/2017

– Piero Dominici, Innovazione e domanda di consapevolezza: la filosofia come “dispositivo” di risposta alla ipercomplessità, Il Sole 24 Ore – 14/03/2016

 

Altri percorsi….

https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2020/03/08/il-virus-gli-anticorpi-sociali-e-culturali-le-ragioni-che-ci-tengono-intorno-al-focolare/

 https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2016/07/13/linnovazione-di-un-paese-e-la-sua-cultura-della-responsabilita/

  • La “questione culturale” e il problema della responsabilità: il ruolo strategico di scuola e istruzione. In cerca di “teste ben fatte”

https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2014/04/19/la-questione-culturale-e-il-problema-della-responsabilita-il-ruolo-strategico-di-scuola-e-istruzione-in-cerca-di-teste-ben-fatte/

 https://gianfrancomarini.blogspot.com/2019/02/piero-dominici-la-cultura-della.html?m=1

  • “L’evoluzione complessa**: la civiltà tecnologica tra bisogno di #sicurezza e solidarietà della #paura**. #Libertà vs #sicurezza … condivido altro vecchio contributo che, a sua volta, recupera…

 https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2015/12/23/levoluzione-complessa-la-civilta-tecnologica-tra-bisogno-di-sicurezza-e-solidarieta-della-paura/

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Un approccio e percorsi di ricerca dal’95

#CitaregliAutori

– Abitare la complessità: tra riduzione e semplificazione https://mapsgroup.it/complessita-professor-dominici-parte2/ via #6Memes #MapsGroup

– A.A.A. cercansi manager della complessità http://www.businesspeople.it/Storie/Attualita/Manager-della-complessita-PIero-Dominicini-109480 intervista via #BusinessPeople

– Intervista concessa a VITA: “Nella società ipercomplessa, la strategia è saltare le separazioni” http://www.vita.it/it/interview/2017/06/09/nella-societa-ipercomplessa-la-strategia-e-saltare-le-separazioni/119/

– Intervista concessa all’Huffington Post: “La cultura della complessità come cultura della responsabilità” http://www.huffingtonpost.it/2017/05/04/al-festival-della-complessita-la-lezione-di-piero-dominici-il_a_22069135/

 

Tra le pubblicazioni scientifiche #PeerReviewed:

– Educating for the Future in the Age of Obsolescence** https://www.cadmusjournal.org/article/volume-4/issue-3/educating-for-the-future

**This article, was peer-reviewed and selected as one of the outstanding papers presented at the 2019 IEEE 18th International Conference on Cognitive Informatics & Cognitive Computing (ICCI*CC)

– For an inclusive innovation. Healing the fracture between the human and the technological in the hypercomplex societyhttps://link.springer.com/article/10.1007/s40309-017-0126-4

– Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era: https://benjamins.com/catalog/cvs.15.11dom

 

Su tali temi e questioni sto lavorando e facendo ricerca anche con la World Academy of Art and Science e nell’ambito di altri progetti internazionali. Tra quelli più recenti, ricordo “COSY THINKING” (Progetto UE). Di seguito, il link: https://cosy.pixel-online.org/publications.php

Buon lavoro e buona ricerca a tutte/i!

Ps: Impegni e scadenze non mancano, ma ribadisco la mia disponibilità a lavorare su progetti di ricerca (nazionali e internazionali) relativi a tali tematiche.

Email: piero.dominici@unipg.it e dominici@worldacademy.org

 

Di seguito, alcuni contributi divulgativi:

 

#Research #Education #Complexity #Educazione #Complessità #Cittadinanza #Democrazia #SistemiComplessi #metodo #teorie #ricerca #epistemologia #ScienzeSociali #Filosofia

 

Importante cambi il clima culturale su certe questioni (vitali). Speriamo si scelgano anche altre direzioni e si pensi, finalmente, al “lungo periodo”. Lo dicono tutti, ora…lo dicono…come tutti si sono accorti della centralità strategica di istruzione, educazione, formazione, ricerca…speriamo bene…

Ripeto ogni volta: siamo sulle ben note “spalle dei giganti”, con problemi di vertigini e, tuttora, poco consapevoli della (iper)complessità del mutamento in atto e del “tipo” di scelte che questo richiede…

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Ripensare l’educazione (1995 e sgg.). Cosa significa? Quali le implicazioni?

Come ripensare l’educazione nella civiltà globale e iperconnessa

In estrema sintesi: superando la dimensione superficiale e propagandistica degli slogans ad effetto, oltre che di certo storytelling, ripensare l’educazione significa  rimettere al centro la Persona (le nuove soggettività e il loro sistema di relazioni), l’umano, i vissuti, le emozioni –  andando oltre la “falsa dicotomia” che le contrappone al pensiero (Dominici, 1995, 1998 e sgg.); sì, proprio quelle emozioni che sono alla base della stessa razionalità; significa, allo stesso tempo, rimettere al centro l’immaginario/gli immaginari, l’immaginazione, la creatività, l’autenticità, la vita e il vitale, dimensioni complesse che non possono essere, in alcun modo, né ingabbiate/recluse  né tanto meno oggettivate in numeri e/o formule matematiche (pur sempre utili); ripensare l’educazione significa riportare/rilanciare l’educazione (senza aggettivi prima o dopo la parola) sempre nella prospettiva sistemica di un’educazione socio-emotiva che, in ogni caso, non ne esaurisce la complessità e l’ambivalenza; significa rilanciare  la filosofia, come pratica filosofica e di pensiero critico, e l’educazione al metodo scientifico (che è un “qualcosa” che caratterizza non soltanto le cd. scienze “esatte”), fin dai primissimi anni di scuola (1996); significa (ri)mettere al centro dei processi educativi e dei percorsi didattico-formativi l’arte, la poesia, le discipline creative (p.e. il teatro à empatia, la musica, il design etc.) e le cosiddette Digital Humanities.

Ripensare l’educazione significa aprire le istituzioni educative e formative, ridefinendone logiche e culture organizzative, ridefinendone logiche e funzioni degli spazi, dentro ecosistemi sempre più interconnessi e interdipendenti.

Ripensare l’educazione significa, in altri termini, “recuperare le dimensioni complesse della complessità educativa” (Dominici, 1995 e sgg.), sia a livello di scuola che di università (àsi pensi sempre alla formazione dei formatori e al lungo periodo).

Di fondamentale importanza riaffermare, una volta per tutte, la consapevolezza che il processo educativo non consiste soltanto nel portare a “sapere” ed a “saper fare”; l’educazione è un processo complesso, sistemico, incerto, imprevedibile fino in fondo, ambiguo, inarrestabile e dinamico. Stiamo correndo seriamente il rischio di svuotare di senso tutta la prassi educativa, alimentando e riproducendo un pensiero omologante e omologato.

https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/ripensare-leducazione-nella-civilta-iperconnessa-cosa-significa/

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La vita (e la comunicazione) ridotta a strategia…tra complessità e riduzionismi

La comunicazione, e la sua complessità, ridotta a regole e tecniche…La vita (sociale, relazionale) ridotta a strategia…La vita, e non soltanto la comunicazione, ridotte alla capacità e all’abilità di gestire la nostra visibilità, di gestire una vita fatta di tanti piccoli attimi che, all’improvviso, possono diventare eventi ma anche “spaccati” di vissuti e di noi stessi e delle persone a noi care/vicine. Spesso proprio quelli che (soltanto ora) parlano/scrivono/si sono accorti dell’importanza di #educazione, #PensieroCritico, #complessità, #comunicazione e della centralità della #Persona, hanno ridotto proprio la relazione con l’Altro e la stessa comunicazione, a qualsiasi livello e in qualsiasi ambito, esclusivamente a #strategia (i “comportamenti” nei social sono davvero emblematici di ciò che avviene da sempre e ben evidenziano ciò che sostengo da anni), a #marketing, ad un insieme di #regole e linee guida che, di fatto, pur semplificando/agevolando/facilitando (almeno in apparenza), ne svuotano il senso complessivo e la complessità stessa.

Un approccio (?) perfettamente calato, nel tempo, dentro i processi educativi e formativi. Da questo punto di vista, fate caso a come tutti, attualmente, parlino e scrivano di complessità salvo poi scegliere le tradizionali vie della semplificazione confusa con banalizzazione e la facilitazione che esclude invece di includere, per non parlare delle altrettanto tradizionali spiegazioni riduzionistiche e e deterministiche. Come detto, un’impostazione ed una visione calate anche nei processi educativi e di costruzione della Persona: rendere tutto semplice/facile/banale e, possibilmente, trarre sempre il massimo dalla relazione con l’Altro, cercare sempre l’utile, il ritorno, cercare sempre il vantaggio, partendo sempre dalla convinzione di essere dalla parte giusta.

Ripeto ogni volta: il confine tra educazione/formazione e indottrinamento / persuasione / manipolazione è sempre più sottile. E, come ripeto da tempi non sospetti, c’è una questione profonda di “cultura della comunicazione”.

Dinamiche e processi sociali hanno nella loro varietà, nella pluralità ed eterogeneità, nell’imprevedibilità e nell’ambivalenza, la loro ricchezza e il senso più profondo. Ma quale dialogo (tutti ne parlano ma il dialogo è “roba” impegnativa e non pura convivialità), ma quale incontro/confronto/conflitto con l’Altro, ma quale relazione, ma quale “centralità della Persona” se, appunto, tutto è ridotto/ricondotto a strategia, obiettivi precisi e specifici, regole e schemi presentati come assoluti e universalmente validi, se tutto è ridotto esclusivamente al problema dell’efficacia, della visibilità, del convincere e/o, magari, strumentalizzare l’Altro (magari in maniera gentile e non arrogante…).

La vita e la comunicazione (complessità, relazione, mediazione del conflitto, esaltazione della contraddizione e del pluralismo à democrazia) con l’Altro, ancora una volta, ridotte a strategia, a tecnica/insieme di tecniche” della comunicazione e della persuasione…

L’Altro, ancora una volta, identificato con l’utilità e l’interesse. Questione culturale ed educativa e, forse, dovremmo smetterla di scaricare, come sempre, la responsabilità su media e social…Le questioni sono molto più profonde e complesse, nonostante ci rassicuri molto ricorrere a certe spiegazioni.

 

Sempre sulle questioni legate alla complessità, condivido voce/saggio pubblicato per Treccani:

 

 

 

Per concludere, una breve selezione delle pubblicazioni scientifica – Peer reviewed:

1) “From Below: Roots and Grassroots of Societal Transformation, The Social Construction of Change”, in CADMUS, 2021

“That systemic change must begin from grassroots communities and single individuals and groups, and by definition can never be a top-down imposition, implicates a necessary rethinking of our educational institutions, which are still based on logics of separation and on “false dichotomies” (quote)

http://cadmusjournal.org/article/volume-4/issue-5/essay5-social-construction-change

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2) “Educating for the Future in the Age of Obsolescence”, in CADMUS

This article was peer-reviewed and selected as one of the outstanding papers presented at the 2019 IEEE 18th International Congress.

👉 https://academia.edu/resource/work/44784439

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(3) “For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the Human and the Technological” — “Objects as systems: the strategic role of education”

‪#PeerReviewed

👉 https://link.springer.com/article/10.1007/s40309-017-0126-4  in European Journal of Future Research, SPRINGER Edu

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(4) “A New Paradigm in Global Higher Education for Sustainable Development and Human Security”, ARTICLE | NOVEMBER 29, 2021 | BY G. JACOBS, J.RAMANATHAN, R.WOLFF, R.PRICOPIE, P.DOMINICI, A.ZUCCONI, in CADMUS, Vol.IV, 2021.

https://www.cadmusjournal.org/article/volume-4/issue-5/new-paradigm-global-higher-education

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(5) “Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era”

👉PDF https://www.academia.edu/44785185/Controversies_about_Hypercomplexity_and_Education_cvs_15_11dom

#PeerReviewed

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(6) “Communication and the SOCIAL PRODUCTION of Knowledge. A ‘new contract’ for the ‘society of individuals’

https://academia.edu/resource/work/44804068

#Research #PeerReviewed

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(7) “Education, FakeNews and the Complexity of Democracy”.

An approach and research since 1995

“The real problems we are facing today are not the fake news, post-truths, deep fakes, or disinformation of various kinds and origins, but a socially constructed pre-disposition to conformism; in short, the decline of democracy.  These are not problems merely of technology and cannot be solved by technology alone” (quote).

👉 https://www.francoangeli.it/Riviste/schedaRivista.aspx?IDArticolo=61331&Tipo=Articolo%20PDF&lingua=it&idRivista=177 #PeerReview

👉 https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2018/05/11/fake-news-and-post-truths-the-real-issue-is-how-democracy-is-faring-lately/

(8) “Global Citizenship: Reality or Illusion? The Urgency of Rethinking the “Social Contract” in International Political Science Association” https://www.ipsa.org/wc/paper/global-citizenship-reality-or-illusion-urgency-rethinking-social-contract Paper peer reviewed

 

An approach and research since 1995

#research #networking #education #RethinkingEducation #complexity #CriticalThinking #cultures #DigitalTransformation #HumanEcosystems #Technology #ParadigmShift #Hypercomplexity

 

#FutureOfEducation #EducationForAll #WAAS2022 #WHEC2022 #UNESCO #UNESCO75

 

 

Un approccio e percorsi di ricerca dal’95.

#CitaregliAutori

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N.B. Condividete e riutilizzate pure i contenuti pubblicati ma, cortesemente, citate sempre gli Autori e le Fonti anche quando si usano categorie concettuali e relative definizioni operative. Condividiamo la conoscenza e le informazioni, ma proviamo ad interrompere il circuito non virtuoso e scorretto del “copia e incolla”, alimentato da coloro che sanno soltanto “usare” il lavoro altrui. Le citazioni si fanno, in primo luogo, per correttezza e, in secondo luogo, perché il nostro lavoro (la nostra produzione intellettuale e la nostra attività di ricerca) è sempre il risultato del lavoro di tante “persone” che, come NOI, studiano e fanno ricerca, aiutandoci anche ad essere creativi e originali, orientando le nostre ipotesi di lavoro.

I testi che condivido sono il frutto di lavoro (passione!) e ricerche e, come avrete notato, sono sempre ricchi di citazioni. Continuo a registrare, con rammarico e una certa perplessità, come tale modo di procedere, che dovrebbe caratterizzare tutta la produzione intellettuale (non soltanto quella scientifica e/o accademica), sia sempre meno praticata e frequente in molti Autori e studiosi.

Dico sempre: il valore della condivisione supera l’amarezza delle tante scorrettezze ricevute in questi anni. Nei contributi che propongo ci sono i concetti, gli studi, gli argomenti di ricerche che conduco da vent’anni: il valore della condivisione diviene anche un rischio, ma occorre essere coerenti con i valori in cui si crede.

Buona riflessione e buona ricerca!

 

Immagine:
opera di George Grosz, Metropolis

 #CitaregliAutori