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Il potere delle “etichette”. Le etichette del potere**

Come sempre, senza “tempi di lettura”

Come sempre, il testo è ricco di collegamenti ipertestuali, percorsi di approfondimento e riferimenti bibliografici 

** In questa riflessione non mi soffermerò, almeno in questa parte iniziale, su quelle “etichette” socialmente e culturalmente costruite per (appunto) etichettare / stigmatizzare / escludere / isolare / discriminare chi ci appare e riconosciamo (processi educativi, modelli culturali etc.) come “diverso da Noi”, soprattutto per il suo aspetto fisico, i suoi “difetti”, la sua “non normalità”, la religione e/o la cultura di appartenenza (p.e. il “deviante”, lo “sbandato”, il “barbone”, il “migrante”, il “disabile”, l’“omosessuale”, il “musulmano”, l’ “ebreo”, il “negro”, lo “straniero” etc.). Parlerò e argomenterò intorno ad altre etichette ed altri generi di etichettamento.

….

Generalmente, alla faccia di qualsiasi elogio e riconoscimento pubblico dell’anticonformismo e dell’essere “ribelli”, dell’essere “non allineati”, “voci fuori dal coro”, dell’amare il “Pensiero Critico” e il pluralismo; dell’amare ed esaltare l’“imprevedibilità”, la “diversità” e la “varietà”; del battersi affinché tutte/i possano manifestare la loro opinione, dell’esaltazione del dialogo e del conflitto (e via dicendo con tutte le formule e le parole-etichetta più utilizzate) – tutti ‘punti’ fondamentali, sia chiaro – le Persone, in ogni ambito della vita e/o settore professionale, cercano, prima di tutto, soprattutto, di capire chi sei e se sei o, comunque, se la pensi come loro, e non soltanto politicamente. Il primo problema da risolversi è, comunque e sempre, inquadrare e inquadrarti.

Come potremo mai, con questi presupposti e in queste condizioni, educare ed educarci, preparare e preparaci all’incontro con l’Altro da Noi, con l’incerto, il sistemico, l’emergente, l’imprevisto e l’imprevedibile?

E poi, in concreto, “come funziona?”

Ormai, tutti parlano (sempre) di “pensiero critico”, di “pluralismo delle idee e dei valori”, di “menti aperte ed elastiche”, di “importanza del conflitto”, di “intelligenza emotiva e sociale”, di “errore e imprevedibilità”, di “ibridazione e contaminazione dei saperi”, perfino di “cambio di paradigma” – già, proprio così! E chi più ne ha, più ne metta

In tal modo, le “parole-etichetta” e la loro adozione sono molto spesso il frutto di un adeguamento acritico a trends e temi alla moda – avviene anche nel mondo accademico e della ricerca – senza percorsi di studio e ricerca strutturati e consolidati, anche nel tempo.

Spesso, paradossalmente, proprio “quelli che” si richiamano/si sono sempre richiamati, e si schierano/si sono sempre schierati a priori, incondizionatamente, dalla parte di specialismi e riduzionismi, per la lettura mono-disciplinare del reale e della vita (l’abbiamo visto anche nel corso di questa emergenza sistemica e globale), per la specifica peculiarità e impermeabilità dei propri “oggetti di studio” e/o dei propri settori disciplinari;

quelli che” si schierano/si sono sempre schierati per le “competenze”, soltanto certe competenze (senza le conoscenze…altra “falsa dicotomia”, solo per il “saper fare” e la “concretezzaà Dominici 1995 e sgg.), o soltanto le “competenze digitali”; “quelli che” servono solo STEM e “tecnici” per la civiltà ipertecnologica (da qualche tempo, l’acronimo è stato, non a caso, completato con l’introduzione di altre lettere);

quelli che”, in nome delle retoriche/narrazioni fuorvianti sui “tuttologi” e/o sui cd. “generalisti” (da molti anni, ho proposto concetto e definizione operativa di “figure ibride”, 1995, che nulla hanno a che vedere) hanno esaltato e difeso, a spada tratta, gli specialismi e la (iper)specializzazione, contrapponendola, erroneamente, alla multi-inter-transdisciplinarità (–> su questi punti, si veda la mia definizione di “grande equivoco” della civiltà ipertecnologica, proposta in tempi non sospetti);

 “quelli che” si sono sempre schierati per l’“utilità” dei saperi e delle competenze – ripeto da anni, principio assolutamente ingannevole, su cui sono state controriformate la nostra Scuola e la nostra Università;  “quelli che”, da anni, riempiono i loro discorsi, articoli, libri etc. di parole come “merito”, “eccellenza”, “valutazione oggettiva”, “innovazione”…e potrei continuare…ebbene, proprio “quegli stessi che…”, oggi, si presentano e vengono legittimati e riconosciuti, non solo dal sistema dei media, oltre che come “esperti” di tutto, come unici depositari dei “nuovi paradigmi”; già, proprio gli stessi che in un passato anche recente,  li hanno osteggiati, screditati in ogni modo e, perfino, derisi.

E così, oltre ad essere incoerenti rispetto alle parole ed ai principi che dichiarano di professare, si comprende bene come, al contrario di ciò che dichiarano, cerchino soltanto conferme a loro idee, convinzioni, credenze e pregiudizi; cerchino soltanto le persone come loro.

E spesso – lo dico con riferimento a chi ha la responsabilità enorme, infinita, di educare e formarenon ci si accorge che, lungo queste “traiettorie della conservazione” (questione trasversale a qualsiasi schieramento, anche politico) più che educare, stiamo indottrinando, educando e formando “menti chiuse”; stiamo educando e formando “individui”, non “Persone” (presuppone la “relazionalità, il NOI, non l’IO).

Stiamo educando e formando “meri esecutori di regole e funzioni” che non sanno neanche interrogarsi sul “perché” eseguano quelle funzioni e regole (Dominici, 1995, 1998 e sgg.). Perché, come ripeto da sempre, il confine tra educazione e indottrinamento è davvero sottile.

La prima urgenza, in altre parole, è sempre quella di trovare “l’etichetta/le etichette” da attaccarti addosso…e, in molti ambienti, di sapere a quale “schieramento” o rete appartieni. Etichette che, puntualmente, tra le tante derive e conseguenze, diventano il miglior pretesto per escludere ed emarginare chi non la pensa come noi, chi non ci rassicura abbastanza, chi – a diversi livelli – è deviante e irrazionale secondo i criteri e i parametri di una “normalità” sempre più arbitraria e convenzionale.

“Etichette” utilizzate sistematicamente per fornire interpretazioni fuorvianti e prevenute, distorcendo volutamente, e in maniera anche sofisticata, l’altrui pensiero e lavoro. Una sorta di profilazione (anche cognitiva) continua e distorta messa in atto, ancora una volta, con l’obiettivo principale di costruire e condividere esclusivamente narrazioni rassicuranti e prevedibili, coinvolgendo soltanto “voci” sicure e conformi alla linea/alle linee.

Una dimensione, apparentemente funzionale a tutta una serie di obiettivi, in realtà devastante anche per la qualità delle relazioni umane e sociali. Poco spazio per gli altri, quelli autonomi e indipendenti che, per fortuna, esistono, ci sono e vanno avanti con la passione e la tensione di sempre!

D’altra parte, nulla (da sempre) è più spiazzante e “pericoloso” delle Persone (realmente, concretamente) autonome e indipendenti, non etichettabili che, concretamente praticano un approccio critico, non ideologico, fondato su preparazione, esperienza e concreta apertura verso gli Altri.

Altre “etichette”…

Perché, come detto, esistono diversi processi di etichettamento e tanti tipi di etichette…

E, sempre a proposito di “potere delle etichette” e di “etichette del potere”: veniamo da quasi tre decenni di commissioni di super-esperti e di tavoli tecnici, creati e nominati dalla Politica (dai partiti politici), di super élites che – a loro dire – annoverano nelle loro fila, sempre e soltanto, “i migliori”, le “eccellenze”, i veri “innovatori”, i “visionari” di questo Paese…; i “migliori”, le “eccellenze” spesso legittimati (?) a colpi di classifiche e premi continui, a colpi di un marketing sofisticato, alimentato anche da media e social networks. (Quasi) Tutte/i queste “eccellenze” e questi “migliori”, al di là di titoli e competenze, sono legati alla politica (ai partiti).

Pur nella consapevolezza dei molteplici fattori e variabili da considerarsi, sappiamo bene come sia andata a finire, quale sia la situazione attuale (anche recente): abitiamo una società sempre più segnata da asimmetrie, disuguaglianze, una società che, molti anni fa, ho definito “asimmetrica” e le conferme arrivano da studi e ricerche, anche internazionali, che ci dicono come siamo messi, per esempio, sull’analfabetismo funzionale, sui contesti di povertà educativa, sulle disuguaglianze…sul digitale, sull’innovazione, sull’educazione, sull’“educazione digitale”, sulle “competenze digitali”, sulla “digitalizzazione”, ma anche sulla formazione, sulla trasformazione tecnologica, sulla semplificazione… sull’inclusione, sulla riduzione delle asimmetrie, sulla Scuola e sull’Università, le riforme/controriforme, il lavoro, i diritti, su sicurezza e prevenzione; insomma sulla costruzione di un Paese e di una società che avrebbero potuto/dovuto diventare “migliori”. Quanti (appunto) “esperti”, “super esperti”, “eccellenze”, in tutti i settori abbiamo visto presentati e acclamati non soltanto dal sistema mediatico.

Eppure, guardandoci intorno, siamo ancora lì, sostanzialmente fermi, al di là di retoriche e narrazioni straordinarie e fantasmagoriche, al di là dei vari governi e, perfino, dei (tanti) ministeri creati ad hoc.

E sono sempre le “etichette”, pur di altro genere, a guidarci anche nel valutare (?) articoli, libri, pubblicazioni scientifiche e divulgative, prodotti dell’industria culturale e dell’intelletto umano, perfino opere d’arte, senza averli mai visionati con attenzione e rigore metodologico, senza essersi posti neanche il problema di comprenderne (almeno) i contenuti espliciti.

In altre parole, e più in particolare, talvolta/spesso (fate voi) si procede a colpi di “etichette” anche nella valutazione dei “prodotti” scientifici, della carriera accademica e della ricerca scientifica, per poterne rilevare l’effettiva originalità e spessore, non soltanto metodologico. “Etichette” che – questa, l’impressione netta maturata nel tempo – servono soprattutto a non leggersi e approfondire le opere e i contributi della ricerca scientifica come, peraltro, sarebbe opportuno, necessario, doveroso.

Sempre in questa linea di discorso e analisi: da anni, (quasi) tutti insistono con la “retorica del merito” (che, come ripeto da molti anni, senza garantire l’eguaglianza delle condizioni di partenza, favorisce, solo ed esclusivamente, chi ha posizioni di vantaggio in partenza), delle competenze, della preparazione ma, alla fine, conta soltanto – non solo in politica, nelle istituzioni educative e formative (dove conoscenze e competenze dovrebbero contare ancora di più), in tutta la vita pubblica – a chi sei legato, chi hai dietro, chi sia il tuo sponsor e, uso il termine impropriamente, quale sia il tuo “gruppo di appartenenza”.  Ripeto, al di là di conoscenze e competenze effettivamente possedute.

E, molto spesso, anche chi fa parte delle reti o dei gruppi contrapposti/avversari/nemici non considera, in alcun modo, le persone autonome e indipendenti (persone riconosciute come devianti, a tutte gli effetti, in quelle situazioni e in quei contesti fortemente codificati anche nei linguaggi e nei comportamenti); Persone, appunto, “senza etichette” o, comunque, non etichettabili; perché, da sempre, non sono e non possono essere oggetto di alcuna negoziazione, contrattazione o scambio. MICRO-SFERE di potere e influenza che assicurano anche il controllo delle poche risorse disponibili e in circolazione.

Fenomeni, meccanismi e processi sociali vecchi come il genere umano…. altro che echo chambers e dinamiche di polarizzazione. Continuando a pensare e a raccontarci che questi fenomeni siano da imputarsi alla trasformazione tecnologica e alla cd. “rivoluzione digitale”, non andremo lontano. Così come non ci siamo andati negli ultimi decenni.

Altri esempi di “potere delle etichette”, sempre con riferimento al mondo dello studio, della ricerca e della produzione intellettuale, riguardano l’utilizzo delle parole, dei verbi, delle definizioni, delle locuzioni, dietro cui non ci sono lo studio e la ricerca di anni, ma solo l’adesione sterile e acritica alle mode del momento, meglio ancora se importate da oltreoceano e/o, più in generale, dall’estero.

Accade così che, per esempio, da qualche tempo, siano tutti per la “complessità”, tutti per la “multi-inter-transdisciplinarità”, tutti per il “pensiero critico” e il “critical thinking”, tutti per la “visione sistemica”, tutti pensino (a parole) al “lungo periodo”, tutti parlino di “abitare” e “non gestire” la complessità (non soltanto), spesso senza averne compreso il perché (come ripeto ogni volta, non è una questione terminologica e/o nominalistica); tutti parlino di “resilienza” e “sostenibilità”… anche i verbi utilizzati seguono mode e trends; ancora, tutti evochino/utilizzino, continuamente, il concetto di “ecosistema”, mostrando poi di utilizzarlo solo, appunto, come “etichetta” e non avendone compreso le profonde implicazioni; accade che siano tutti per la “centralità di educazione e formazione”, per la “centralità della Persona”, tutti per l’inclusione e la cittadinanza; e, fatto che colpisce ancor di più, tutti dichiarino di aver lavorato, studiato, insegnato e fatto ricerca, da sempre, in questa direzione e con queste prospettive e approcci. Anche coloro che hanno remato nelle direzioni opposte, e per tante ragioni. E così, continuo a interrogarmi….

Come siamo arrivati a “questo punto”? In fondo, interrogarsi è il sale dello studio e della ricerca

 L’emergenza sistemica e globale in corso avrebbe dovuto farci riflettere molto… per ora tante “parole”, tanta “importanza alle parole”, alle campagne e strategie di marketing; poche azioni e traduzioni operative!

Concludo questa breve riflessione, ricordando le parole di una grande classico delle scienze sociali: “I gruppi sociali creano la devianza creando le regole l’infrazione alle quali costituisce la devianza stessa, e poi applicando queste regole a persone particolari ed etichettandole come outsiders. Da questo punto di vista, la devianza non è una qualità dell’atto che una persona compie, ma la conseguenza dell’applicazione da parte di altri di regole e sanzioni su colui che «infrange». Il deviante è qualcuno a cui l’etichetta è stata applicata con successo; il comportamento deviante è il comportamento che la gente etichetta a questo modo”.

 H.S. Becker, Outsiders, 1963

In linea con quanto detto: abbiamo concentrato così tanto, e in maniera esclusiva, la nostra attenzione e cura sulle parole (fondamentali, condizioni necessarie ma non sufficienti) – sulle “parole-etichetta” – da sottovalutare e dimenticarci, quasi del tutto, dell’importanza della loro traduzione/traducibilità, della rilevanza strategica dei comportamenti e delle azioni, dell’azione educativa e preventiva che devono essere sviluppate su tutte le dimensioni della vita sociale, individuale e collettiva.

 

Il pensiero….temuto e poco ‘praticato

 “Gli uomini temono il pensiero più di qualsiasi cosa al mondo, più della rovina, più della morte stessa. Il pensiero è rivoluzionario e terribile. Il pensiero non guarda ai privilegi, alle istituzioni stabilite e alle abitudini confortevoli. Il pensiero è senza legge, indipendente dall’autorità, noncurante dell’approvata saggezza dell’età. Il pensiero può guardare nel fondo dell’abisso e non avere timore. Ma se il pensiero diventa proprietà di molti e non privilegio di pochi, dobbiamo finirla con la paura…”

Bertrand Russell

 

Ri-condivido vecchio saggio:

 

Tra conoscenza e controllo sociale (spunti per una lettura critica) #cultura #devianza #etica

 All’interno dello spazio educativo e relazionale (sempre sistemico), ogni attore sociale viene definito e riconosciuto dagli altri e attraverso gli altri. Ogni identità è generata, dinamicamente e in maniera non lineare, da altre identità e, come tutte le altre, non è mai data una volta per tutte. Linguaggio e comunicazione sono gli “strumenti” complessi che, di fatto, agevolano e rendono possibili i processi di oggettivazione ed etichettamento. I processi comunicativi e il linguaggio, in altre parole, contribuiscono a definire e creare gli attori sociali, individuali e collettivi, strutturandone le relazioni sulla base, appunto, di definizioni costantemente negoziate, arbitrarie e convenzionali.

 

Linguaggio e comunicazione creano anche le condizioni strutturali per produrre e riprodurre stereotipi e luoghi comuni funzionali a quella legittimazione sociale e culturale di cui godono i tantissimi casi di discriminazione e di violenza nei confronti di tutt* coloro che vengono riconosciuti ed etichettati come “Altro da noi”. In tal senso, tutte le forme di discriminazione si realizzano ad un primo livello, assolutamente fondamentale, che è quello del linguaggio e, più in generale, della comunicazione. Si tratta di una discriminazione in primo luogo semantica, legata ai concetti, alle parole ed ai loro possibili utilizzi (da considerarsi contesto e situazioni).

E nell’affrontare il prisma degli stereotipi e dei luoghi comuni, dobbiamo evidentemente fare i conti con il carattere assolutamente complesso, arbitrario, convenzionale e ambivalente di tutti i sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo, all’interno dei quali selezioniamo e realizziamo i nostri possibili comportamenti e le nostre scelte…le nostre stesse possibilità conoscitive.

A ciò si aggiungano il preoccupante vuoto etico/degrado morale (su cui mi sono espresso più volte) e, al di là del quadro normativo (condizione necessaria ma non sufficiente), la debolezza dei codici deontologici e/o delle vecchie etiche dell’intenzione che, pur importanti, si dimostrano non più adeguati ad abbracciare la complessità della prassi comunicativa e informativa.

Una prassi sempre più decisiva e condizionante rispetto ai processi di costruzione sociale della realtà.

La stessa comunicazione pubblica deve fare i conti con la dimensione etica – non solo perché le normative e i codici professionali sono, lo ripeto, condizione necessaria ma non sufficiente – ma perché comunicare significa anche “formare”, condividere strumenti di analisi e operativi, creare le condizioni per la costruzione di un consenso sociale relativo ad istanze e problematiche sociali importanti, a maggior ragione nella prospettiva dell’interesse generale e della pubblica utilità; accompagnare il mutamento sociale e culturale, mediandone i conflitti e le criticità; ma anche, e soprattutto, avere responsabilità (concetto relazionale, come quello di libertà) verso i nostri interlocutori, nei confronti dei quali assumiamo un “impegno”.

E, da questo punto di vista, oltre a prestare attenzione a non cadere nella ricorrente confusione tra mezzi e fini, occorre essere consapevoli che la questione non si pone soltanto in termini di “tecnica della comunicazione” (o insieme di tecniche). Importante, in tal senso, fornire ai decisori, e a tutti i soggetti coinvolti, gli strumenti necessari per progettare e valutare sempre meglio forme e modalità del comunicare, tenendo in considerazione valori e principi fondamentali ma, soprattutto, rafforzando la consapevolezza (formazione e responsabilità) che certa comunicazione può produrre, ri-produrre, alimentare proprio quegli stereotipi e quei luoghi comuni che tenta di decostruire. Nel campo specifico delle tematiche di genere e, più in generale, delle pari opportunità (ma l’analisi vale anche le altre tipologie di discriminazione) va sottolineato come, pur avendo la discussione pubblica fatto registrare significativi passi avanti, ci sia ancora molto da lavorare e su più livelli problematici, che riguardano da vicino educazione e istruzione (non mi stancherò mai di dirlo: scuola strategica) .

Le varie forme di discriminazione godono ancora di un notevole livello di legittimazione e accettabilità sociale, questo sì ancor più inaccettabile!

Stesso discorso per le problematiche riguardanti legalità e corruzione: la norma giuridica e le relative sanzioni – tante le leggi e le normative, forse troppe – sono essenziali ma non risolvono…consentono di gestire situazioni nel breve periodo secondo lo schema tradizionale emergenza-controllo-repressione; d’altra parte, fino a quando non si punterà su una strategia di lungo periodo, con i processi educativi e l’istruzione al centro, continuerà ad essere dominante (egemone) quella “cultura della furbizia” e dell’illegalità (tollerabile? accettabile?) e quella mentalità ancora così diffusa che porta a riconoscere, nelle regole e nei sistemi normativi, degli ostacoli alla propria autoaffermazione.

In un Paese, peraltro, segnato (da sempre) da poca mobilità sociale verticale e da un familismo amorale (Banfield) più che diffuso.  E non se ne viene fuori.

 

Questione culturale! Su un altro piano di analisi, carta stampata e media, con la loro “lingua” e i loro codici, per non parlare della pubblicità, fanno ancora largo uso di formule retoriche, topiche della narrazione, immagini, luoghi comuni che contribuiscono, talvolta inconsapevolmente, a rafforzare stereotipi non semplici da sradicare dal nostro sistema di orientamento valoriale e conoscitivo, proprio perché profondamente radicati nel modello culturale egemone e negli stessi processi educativi.

Ragionare su linguaggio e comunicazione significa, pertanto, ragionare sulle basi dei modelli culturali e delle relative rappresentazioni/percezioni. Consapevoli, allo stesso tempo, che è sempre la cultura – in quanto soggetti dotati di coscienza, autonomia e intenzionalità – a fornirci gli strumenti per non accettare le cd. oggettivazioni culturali e metterne in discussione gli stessi presupposti di base.

 

LE FUNZIONI DELLA CULTURA (Dominici, 2000).

  • La cultura è il miglior DISPOSITIVO di CONTROLLO SOCIALE (all’interno dei sistemi sociali e delle organizzazioni complesse)
  • dà SIGNIFICATO alla REALTÁ SOCIALE (e all’AZIONE sociale), rendendola interpretabile – ciò che non rientra nei modelli interpretativi e/o negli schemi precostituiti diventa, in molti casi, in virtù dei processi di “ETICHETTAMENTO” e costruzione sociale, ANORMALE, DEVIANTE, IRRAZIONALE, (perfino) PATOLOGICO – PAURA dell’Altro e del DIVERSO – percezione di insicurezza
  • COESIONE SOCIALE (CONFORMISMO prevale su ANTICONFORMISMO)
  • ADESIONE AI MODELLI del GRUPPO di riferimento/Comunità
  • CREAZIONE CONDIZIONI DI PREVEDIBILITÁ DEI COMPORTAMENTI
  • RIDUZIONE DELLA COMPLESSITÁ
  • GESTIONE DEL RISCHIO/INCERTEZZA/INSICUREZZA
  • MEDIAZIONE DEI CONFLITTI
  • Gestione di PAURA/RISCHIO/CRISI/EMERGENZA –> legate a MANCANZA di CONOSCENZA o a conoscenza parziale 
  • ABITARE la (IPER)COMPLESSITA’

Un approccio e percorsi di ricerca dal’95

 

Alcuni riferimenti bibliografici sul tema della “devianza” e le numerose questioni correlate:

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Riprendendo le parole di una vecchio saggio, aggiungo:

 

Quante Persone – a tutti i livelli – educate/formate/addestrate solo ad eseguire, non vogliono (e non devono?) pensare/riflettere/analizzare troppo, anzi rifiutano l’analisi critica e qualsiasi tentativo di comprensione un po’ più impegnativo…

 

Un discorso che riguarda anche la Scuola e, perfino, l’Università (anche se la prima è ancor più decisiva, senza alcun dubbio!): a volte ho l’impressione che, dietro altre “etichette”, si nasconda, e neanche bene, il tentativo maldestro di eliminare qualsiasi difficoltà che possa ostacolare, non l’apprendimento, ma una certa idea/visione dell’apprendimento.

 

Nessuno spazio per la teoria (ricordo sempre: teoria e ricerca/pratica si alimentano vicendevolmente, da sempre), nessuno spazio per il pensiero critico e quello sistemico; nessuno spazio per l’approfondimento e una valutazione seria e rigorosa che non sia banalmente quantitativa e/o ridotta ad una lettura superficiale di un’enorme, infinita, quantità di dati; nessuno spazio per chi tenta di mostrare che le soluzioni (?) semplici a problemi complessi (cit.) non sono soltanto fuorvianti, ma rischiose, perfino pericolose…

Tutti concentrati sul “come si fa”, nessuno spazio per i “perché”, per le domande. Si tratta di questioni su cui siamo tornati più volte in questi anni e che, come noto, riguardano anche, e soprattutto, la ricerca scientifica.

In compenso, molto spesso proprio coloro che dichiarano di essere “contro” tutto ciò (a loro dire “tutta #fuffa”, ma la cd. “fuffa” – che esiste – è ben altro e viene presentata in maniera molto sofisticata) sono le/gli stesse/i che, anche in ambito organizzativo (formazione), oltre che di discorso pubblico, vogliono ascoltare e, addirittura, assistere ad “effetti speciali” e “visioni” a dir poco fantascientifiche…e – si badi bene – bisogna essere convincenti, super convincenti (ci sarebbe da dire molto anche sulle estetiche dominanti del “super esperto del tutto”, del grande “visionario” o dell’ “innovatore rivoluzionario”), al di là della qualità dei contenuti e/o delle strategie proposte. Il tutto con uno netto schiacciamento sulle dimensioni della forma e dell’immagine, tuttora viste come un qualcosa di separato dalla “sostanza” e dall’identità. Si pensi, in tal senso, anche alla retorica e alle relative narrazioni sui “grandi comunicatori”: una questione che non riguarda soltanto la comunicazione politica, bensì tutta la cultura istituzionale e la vita pubblica di questo Paese.

E così, pur continuando a parlare e discutere di innovazione sociale, di pensiero e cultura dell’innovazione, di società e organizzazioni “aperte” e “inclusive” (i termini inglesi fanno sempre più effetto ma, in questo caso, li eviterò), di cittadinanza e inclusione, di trasformazione e rivoluzione digitale, di economia e società della condivisione, di “Persona al centro” etc., nel modo in cui lo si fa, si tende a negare, di fatto, qualsiasi possibilità di definire/costruire/realizzare, socialmente e culturalmente (NOI), un pensiero “altro” ed una “cultura dell’innovazione”, anche dando spazio e riconoscimento a voci “altre” (discorso che riguarda tutto il sistema dell’informazione e dei media, il mondo della produzione intellettuale e culturale, il nuovo ecosistema globale) e che non riguardino, solo e soltanto, un’innovazione tecnologica “per pochi”, fondata sul principio di “esclusività”.

Un’innovazione che, almeno per ora, riguarda le élites ed è soltanto di facciata, al di là delle straordinarie scoperte scientifiche, delle nuove tecnologie e del loro impatto su società e sfera pubblica; un’innovazione sostanzialmente legata a quella che chiamai anni fa una “comunicazione del dire” (vs. “comunicazione del fare” #CitaregliAutori), alimentata da media, reti e social networks.

Lo so bene: ci sono le eccezioni e non dobbiamo generalizzare ma, anche in questo caso, siamo su un piano inclinato e non vedo segnali significativi in controtendenza. Anzi, ogni volta non posso non rilevare come chi ponga tali questioni, portando anche le “prove” del ritardo culturale in cui ci troviamo (non da oggi), dia fastidio, disturbi, non abbia compreso la “natura” del mutamento in atto, renda meno credibili le rappresentazioni e le narrazioni egemoni, anche all’interno delle reti dei cd. saperi esperti; di più, venga considerato, addirittura, “inutile” come tanti saperi/conoscenze/discipline che andrebbero eliminati perché poco “funzionali” al mercato (?) e, peggio ancora, all’idea di “società” che si intende realizzare/costruire. In tal senso, il principio dell’utilità della conoscenza (ne abbiamo discusso molto, anche in altre sedi) è – a mio avviso – un altro dei grandi inganni dell’epoca che attraversiamo…un principio che sta sempre più segnando l’evoluzione (l’involuzione) delle nostre scuole e delle nostre università.

L’aspetto più critico consiste nel fatto che, seguendo tale “direzione”/prospettiva (navigazione a vista à logiche di breve periodo) e con questo tipo di obiettivi, stiamo continuando ad alimentare i germi di un conformismo sempre più dilagante, a tutti i livelli, e – quel che è ancor più preoccupante – diffuso nei luoghi e nelle istituzioni responsabili dell’educazione e della formazione delle Persone e dei Cittadini. Negandoci, concretamente, le opportunità di un ricambio e di un cambiamento culturale che, da sempre, costituiscono le “forze” in grado di assicurare dinamicità ed evoluzione alle organizzazioni ed ai sistemi sociali. Questioni di innovazione, in altre parole “questioni di democrazia”!

Ripeto ogni volta: questione educativa e culturale da sempre!

Lunga e complessa la strada verso il riconoscimento di idee, valori, principi fondamentali.

 

#QuestioneCulturale ed educativa, da sempre!

 

Lunga e complessa la strada…le strade…

 

Educare alla complessità per affrontare i dilemmi della società ipercomplessa

 

intervista, Nella società ipercomplessa, la strategia è saltare le separazioni, VITA, 09/06/2017

 

Piero Dominici, L’Umano, il tecnologico e gli ecosistemi interconnessi: la reclusione dei saperi e l’urgenza di educare e formare alla complessità, Il Sole 24 Ore – 11/10/2016

 

Piero Dominici, Il grande equivoco. Ripensare l’educazione (#digitale) per la Società Ipercomplessa, Il Sole 24 Ore – 08/12/2016

 

Intervista, La cultura della complessità come cultura della responsabilità, Huffington Post, 05/05/2017

 

Piero Dominici, Educare alla complessità per un’etica della responsabilità: libertà e “valori” nella Società Interconnessa, Il Sole 24 Ore – 02/06/2015

 

Piero Dominici, Il diritto alla filosofia per ripensare l’educazione, la cittadinanza e l’inclusione, Il Sole 24 Ore – 23/04/2017

 

Piero Dominici, Innovazione e domanda di consapevolezza: la filosofia come “dispositivo” di risposta alla ipercomplessità, Il Sole 24 Ore – 14/03/2016

 

Un approccio e percorsi di ricerca dal’95

#CitaregliAutori

 

Abitare la complessità: tra riduzione e semplificazione https://mapsgroup.it/complessita-professor-dominici-parte2/ via #6Memes #MapsGroup

A.A.A. cercansi manager della complessità http://www.businesspeople.it/Storie/Attualita/Manager-della-complessita-PIero-Dominicini-109480 intervista via #BusinessPeople

Intervista concessa a VITA: “Nella società ipercomplessa, la strategia è saltare le separazioni” http://www.vita.it/it/interview/2017/06/09/nella-societa-ipercomplessa-la-strategia-e-saltare-le-separazioni/119/

Intervista concessa all’Huffington Post: “La cultura della complessità come cultura della responsabilità” http://www.huffingtonpost.it/2017/05/04/al-festival-della-complessita-la-lezione-di-piero-dominici-il_a_22069135/

 

Tra le pubblicazioni scientifiche #PeerReviewed:

– Educating for the Future in the Age of Obsolescence** https://www.cadmusjournal.org/article/volume-4/issue-3/educating-for-the-future

**This article, was peer-reviewed and selected as one of the outstanding papers presented at the 2019 IEEE 18th International Conference on Cognitive Informatics & Cognitive Computing (ICCI*CC)

– For an inclusive innovation. Healing the fracture between the human and the technological in the hypercomplex societyhttps://link.springer.com/article/10.1007/s40309-017-0126-4

– Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era: https://benjamins.com/catalog/cvs.15.11dom

 

Su tali temi e questioni sto lavorando e facendo ricerca anche con la World Academy of Art and Science e nell’ambito di altri progetti internazionali. Tra quelli più recenti, ricordo “COSY THINKING” (Progetto UE).

Di seguito, il link:https://cosy.pixel-online.org/publications.php

Buon lavoro e buona ricerca a tutte/i!

 

Ps: Impegni e scadenze non mancano, ma ribadisco la mia disponibilità a lavorare su progetti di ricerca (nazionali e internazionali) relativi a tali tematiche.

 

Di seguito, alcuni contributi divulgativi:

 

#Research #Education #Complexity #Educazione #Complessità #Cittadinanza #Democrazia #SistemiComplessi #metodo #teorie #ricerca #epistemologia #ScienzeSociali #Filosofia

 

Importante cambi il clima culturale su certe questioni (vitali). Speriamo si scelgano anche altre direzioni e si pensi, finalmente, al “lungo periodo”. Lo dicono tutti, ora…lo dicono…come tutti si sono accorti della centralità strategica di istruzione, educazione, formazione, ricerca…speriamo bene…

Ripeto ogni volta: siamo sulle ben note “spalle dei giganti”, con problemi di vertigini e, tuttora, poco consapevoli della (iper)complessità del mutamento in atto e del “tipo” di scelte che questo richiede…

 

Ripensare l’educazione (1995 e sgg.). Cosa significa? Quali le implicazioni?

 

Come ripensare l’educazione nella civiltà globale e iperconnessa

In estrema sintesi: superando la dimensione superficiale e propagandistica degli slogans ad effetto, oltre che di certo storytelling, ripensare l’educazione significa  rimettere al centro la Persona (le nuove soggettività e il loro sistema di relazioni), l’umano, i vissuti, le emozioni –  andando oltre la “falsa dicotomia” che le contrappone al pensiero (Dominici, 1995, 1998 e sgg.); sì, proprio quelle emozioni che sono alla base della stessa razionalità; significa, allo stesso tempo, rimettere al centro l’immaginario/gli immaginari, l’immaginazione, la creatività, l’autenticità, la vita e il vitale, dimensioni complesse che non possono essere, in alcun modo, né ingabbiate/recluse  né tanto meno oggettivate in numeri e/o formule matematiche (pur sempre utili); ripensare l’educazione significa riportare/rilanciare l’educazione (senza aggettivi prima o dopo la parola) sempre nella prospettiva sistemica di un’educazione socio-emotiva che, in ogni caso, non ne esaurisce la complessità e l’ambivalenza; significa rilanciare  la filosofia, come pratica filosofica e di pensiero critico, e l’educazione al metodo scientifico (che è un “qualcosa” che caratterizza non soltanto le cd. scienze “esatte”), fin dai primissimi anni di scuola (1996); significa (ri)mettere al centro dei processi educativi e dei percorsi didattico-formativi l’arte, la poesia, le discipline creative (p.e. il teatro à empatia, la musica, il design etc.) e le cosiddette Digital Humanities.

 

Ripensare l’educazione significa aprire le istituzioni educative e formative, ridefinendone logiche e culture organizzative, ridefinendone logiche e funzioni degli spazi, dentro ecosistemi sempre più interconnessi e interdipendenti.

 

Ripensare l’educazione significa, in altri termini, “recuperare le dimensioni complesse della complessità educativa” (Dominici, 1995 e sgg.), sia a livello di scuola che di università (àsi pensi sempre alla formazione dei formatori e al lungo periodo).

 

Di fondamentale importanza riaffermare, una volta per tutte, la consapevolezza che il processo educativo non consiste soltanto nel portare a “sapere” ed a “saper fare”; l’educazione è un processo complesso, sistemico, incerto, imprevedibile fino in fondo, ambiguo, inarrestabile e dinamico. Stiamo correndo seriamente il rischio di svuotare di senso tutta la prassi educativa, alimentando e riproducendo un pensiero omologante e omologato.

https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/ripensare-leducazione-nella-civilta-iperconnessa-cosa-significa/

 

La vita (e la comunicazione) ridotta a strategia…tra complessità e riduzionismi

 

La comunicazione, e la sua complessità, ridotta a regole e tecniche…La vita (sociale, relazionale) ridotta a strategia…La vita, e non soltanto la comunicazione, ridotte alla capacità e all’abilità di gestire la nostra visibilità, di gestire una vita fatta di tanti piccoli attimi che, all’improvviso, possono diventare eventi ma anche “spaccati” di vissuti e di noi stessi e delle persone a noi care/vicine. Spesso proprio quelli che (soltanto ora) parlano/scrivono/si sono accorti dell’importanza di #educazione, #PensieroCritico, #complessità, #comunicazione e della centralità della #Personahanno ridotto proprio la relazione con l’Altro e la stessa comunicazione, a qualsiasi livello e in qualsiasi ambito, esclusivamente a #strategia (i “comportamenti” nei social sono davvero emblematici di ciò che avviene da sempre e ben evidenziano ciò che sostengo da anni), a #marketing, ad un insieme di #regole e linee guida che, di fatto, pur semplificando/agevolando/facilitando (almeno in apparenza), ne svuotano il senso complessivo e la complessità stessa. Un approccio (?) perfettamente calato, nel tempo, dentro i processi educativi e formativi. Da questo punto di vista, fate caso a come tutti, attualmente, parlino e scrivano di complessità salvo poi scegliere le tradizionali vie della semplificazione confusa con banalizzazione e la facilitazione che esclude invece di includere, per non parlare delle altrettanto tradizionali spiegazioni riduzionistiche e e deterministiche. Come detto, un’impostazione ed una visione calate anche nei processi educativi e di costruzione della Persona: rendere tutto semplice/facile/banale e, possibilmente, trarre sempre il massimo dalla relazione con l’Altro, cercare sempre l’utile, il ritorno, cercare sempre il vantaggio, partendo sempre dalla convinzione di essere dalla parte giusta.

 

Ripeto ogni volta: il confine tra educazione/formazione e indottrinamento/persuasione/manipolazione è sempre più sottile. E, come ripeto da tempi non sospetti, c’è una questione profonda di “cultura della comunicazione”.

Dinamiche e processi sociali hanno nella loro varietà, nella pluralità ed eterogeneità, nell’imprevedibilità e nell’ambivalenza, la loro ricchezza e il senso più profondo. Ma quale dialogo (tutti ne parlano ma il dialogo è “roba” impegnativa e non pura convivialità), ma quale incontro/confronto/conflitto con l’Altro, ma quale relazione, ma quale “centralità della Persona” se, appunto, tutto è ridotto/ricondotto a strategia, obiettivi precisi e specifici, regole e schemi presentati come assoluti e universalmente validi, se tutto è ridotto esclusivamente al problema dell’efficacia, della visibilità, del convincere e/o, magari, strumentalizzare l’Altro (magari in maniera gentile e non arrogante…).

 

La vita e la comunicazione (complessità, relazione, mediazione del conflitto, esaltazione della contraddizione e del pluralismo à democrazia) con l’Altro, ancora una volta, ridotte a strategia, a tecnica/insieme di tecniche” della comunicazione e della persuasione…

 

L’Altro, ancora una volta, identificato con l’utilità e l’interesseQuestione culturale ed educativa e, forse, dovremmo smetterla di scaricare, come sempre, la responsabilità su media e social...Le questioni sono molto più profonde e complesse, nonostante ci rassicuri molto ricorrere a certe spiegazioni.

 

Sempre sulle questioni legate alla complessità, condivido voce/saggio pubblicato per Treccani:

La complessità della complessità e l’errore degli errori (cit.) http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/digitale/5_Dominici.html

 

E contributo per Il Sole 24 Ore: Educare alla complessità…perché “Democrazia è complessità” (1995): https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2018/06/03/educare-alla-complessitaperche-democrazia-e-complessita-1995/

 

Un approccio e percorsi di ricerca dal’95.

#CitaregliAutori

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N.B. Condividete e riutilizzate pure i contenuti pubblicati ma, cortesemente, citate sempre gli Autori e le Fonti anche quando si usano categorie concettuali e relative definizioni operative. Condividiamo la conoscenza e le informazioni, ma proviamo ad interrompere il circuito non virtuoso e scorretto del “copia e incolla”, alimentato da coloro che sanno soltanto “usare” il lavoro altrui. Le citazioni si fanno, in primo luogo, per correttezza e, in secondo luogo, perché il nostro lavoro (la nostra produzione intellettuale e la nostra attività di ricerca) è sempre il risultato del lavoro di tante “persone” che, come NOI, studiano e fanno ricerca, aiutandoci anche ad essere creativi e originali, orientando le nostre ipotesi di lavoro.

 

I testi che condivido sono il frutto di lavoro (passione!) e ricerche e, come avrete notato, sono sempre ricchi di citazioni. Continuo a registrare, con rammarico e una certa perplessità, come tale modo di procedere, che dovrebbe caratterizzare tutta la produzione intellettuale (non soltanto quella scientifica e/o accademica), sia sempre meno praticata e frequente in molti Autori e studiosi.

 

Dico sempre: il valore della condivisione supera l’amarezza delle tante scorrettezze ricevute in questi anni. Nei contributi che propongo ci sono i concetti, gli studi, gli argomenti di ricerche che conduco da vent’anni: il valore della condivisione diviene anche un rischio, ma occorre essere coerenti con i valori in cui si crede.

Buona riflessione e buona ricerca!

 

Immagine: opera di Salvador Dalì, La persistenza della memoria (1931).