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L’educazione (e/è la democrazia)…tra conformismi e propensione all’accodamento culturale

Partiamo da una serie di presupposti “forti”, già definiti e argomentati in altri contributi e precedenti pubblicazioni (esiti di studi e ricerche scientifiche):

Ripensare l’educazione nella civiltà iperconnessa

https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/ripensare-leducazione-nella-civilta-iperconnessa-cosa-significa/

Una nuova necessaria educazione (formazione) per l’era degli ecosistemi interconnessi significa affrontare il passaggio dalla linearità alla complessità, dall’ordine al caos. Rilanciare  la filosofia e il pensiero critico scientifico. Ricomporre la frattura tra l’umano e il tecnologico“(cit.)

La questione delle questioni (l’Educazione) non è più – e, a mio avviso, non lo è mai stata – semplicemente ripensare “l’educazione digitale” o “l’educazione ai media”. 

La questione delle questioni è ripensare a fondo educazione e formazione (dimensioni complesse e strettamente interdipendenti).

  • ripensare a fondo Scuola e Università, ma, rispetto al passato anche recente, avendo il coraggio e l’autorevolezza di ripensarle “insieme” e non come due entità separate (in ballo, peraltro, la vecchia, vecchissima questione della “formazione dei formatori”);
  • ripensare a fondo i processi educativi, lo spazio relazionale e comunicativo che caratterizza le istituzioni educative e formative, non ragionando soltanto sul breve periodo, bensì definendo obiettivi e risultati che non potranno che manifestarsi soltanto nel “lungo periodo” (il punto dolente del problema). Attualmente, lo sostengono un po’ tutti, ma quando arriva il momento di mettere in pratica…emergono le differenze e le distanze, in termini di approccio e metodologia/e. (Dominici, 1995 e sgg.)”.

 

Recupero alcuni brani da:  

“Il nesso tra Nuovo Contratto sociale e educazione (cit.)

Al di là di alcuni miei intimi convincimenti (educazione = cittadinanza / inclusione / democrazia – una scuola diseguale e non di qualità pre-requisito fondamentale di una società diseguale, asimmetrica**, esclusiva) che segnano, da sempre, la mia vita non soltanto lavorativa e professionale, e che – non posso nasconderlo – mi forniscono motivazioni fortissime in tutto ciò che faccio, nella prospettiva d’analisi, che sviluppo da anni, tra le due “questioni” esiste sostanzialmente un nesso di causalità, anche se, in questa sede ne parlerò in termini, quanto meno, di una correlazione forte e stringente. In maniera estremamente semplice e immediata: se per “contratto sociale” intendiamo quel sistema di regole, accordi e convenzioni che rende possibile la cd. “società” (NOI, il sistema di relazioni, le reti e i meccanismi sociali etc.), sostituendo il vecchio “stato di natura”, e da cui la società stessa può/deve scaturire e se per “società” (le definizioni sono molteplici e riconducibili ad una letteratura scientifica vastissima e articolata) intendiamo, con le nostre parole, un insieme di attori sociali, in qualche modo, vincolati l’uno all’altro da un sistema di relazioni, rapporti e interazioni di vario genere, tra cui si instaurano forme di scambio, cooperazione, collaborazione e divisione di ruoli e compiti, che assicurano la sopravvivenza, la coesione e la riproduzione dell’insieme/sistema stesso e dei membri che lo costituiscono (per eventuali approfondimenti, cfr. lo storico “Dizionario di Sociologia” di Luciano Gallino, grande sociologo e scienziato sociale, intellettuale vero), ebbene non possiamo non prendere atto di come, proprio nella cosiddetta società della conoscenza, sempre più (iper)complessa e iperconnessa, e sempre più basata su una “razionalità limitata” (contrariamente alle narrazioni e storytelling dominanti), ai limiti del paradosso (se pensiamo all’infinita disponibilità di dati e informazioni), il rapporto esistente tra la proposta di un “nuovo contratto sociale” (Dominici, 2003 e sgg.) e la questione educativa si riveli a dir poco intima, strettissima. Proprio perché quel sistema di accordi e convenzioni, che rendono possibile la “società” (mi ripeto sistema di relazioni e interazioni, caratterizzato anche da segni, simboli, credenze, rappresentazioni, modelli di comportamento, modelli culturali, sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo etc.), contribuendo a definirne le “forme” dell’interazione e la stratificazione sociale, a livello locale e globale, è sempre più segnato, plasmato, strutturato dalla qualità (concetto complesso, da sciogliere) dell’istruzione, dell’educazione e dei processi educativi; dalle opportunità, talvolta negate anche in partenza, di accedere ad un’istruzione adeguata, alle informazioni, alla conoscenza, alla cultura: da sempre, veri e propri agenti di cittadinanza e di democratizzazione. Proprio in questi termini, siamo costretti a confrontarci con quella che ho definito “società asimmetrica” – una società che garantisce cittadinanza e inclusione soltanto dal punto di vista del riconoscimento giuridico – e, appunto, con l’urgenza di un “nuovo contratto sociale”, questione che proposi e affrontai io stesso diversi anni fa, anche in alcune mie pubblicazioni. Di fatto, sono cambiate le condizioni e le variabili che costituiscono e caratterizzano concetti, fenomeni e processi complessi come quelli legati alla libertà, all’eguaglianza, alla cittadinanza, all’inclusione, alla democrazia”. (Dominici, 1995, 1998, 2003 e sgg.) #CitaregliAutori

Di seguito, il link ad una lunga e articolata conversazione:

https://nextlearning.it/2017/09/25/intervista-piero-dominici-contratto-sociale-scuola/

Abitare la complessità: tra riduzione e semplificazione

 

https://mapsgroup.it/complessita-professor-dominici-parte2/

 

Il “fattore” Educazione, la questione culturale e le illusioni* della civiltà ipertecnologica (1995)

https://www.statigeneralinnovazione.it/online/il-fattore-educazione-la-questione-culturale-e-le-illusioni-della-civilta-ipertecnologica/

 

Educazione, perché è necessaria una innovazione inclusiva

https://www.forumpa.it/temi-verticali/scuola-istruzione-ricerca/educazione-perche-e-necessaria-una-innovazione-inclusiva/

 

Dopo queste premesse, veniamo all’analisi che, questa volta, prende le mosse dall’articolo del The Guardian “How Finland starts its fight against fake news in primary schools”; uno dei tanti articoli che ha sottolineato, ancora una volta, la ritrovata centralità strategica dell’educazione e dei processi educativi e formativi, anche a livello di narrazioni mediatiche; ma, soprattutto, uno di quegli articoli, relativi ad esperienze di altri paesi, che ottengono, sempre e subito, una grande attenzione e un grande risalto, oltre a commenti entusiasti. Conosco personalmente, come altri colleghi, questa, ed altre, realtà (con le relative criticità) per reti e collaborazioni di ricerca attivate nel tempo, oltre ad amicizie consolidate. Ed è da questo punto che intendo partire per sviluppare una riflessione più ampia, con i consueti collegamenti e percorsi di approfondimento.

Di seguito il link all’articolo di The Guardian, “How Finland starts its fight against fake news in primary schools” cui si riferisce questa mia riflessione:

https://www.theguardian.com/world/2020/jan/28/fact-from-fiction-finlands-new-lessons-in-combating-fake-news

 

[Sempre su tali temi e questioni, condivido…

About the topic/issues #Fakenews #PostTruths #HateSpeech, I share with pleasure a scientific publication: Fake News and Post-Truths? The “real” issue is how democracy is faring lately https://www.francoangeli.it/riviste/Scheda_rivista.aspx?IDArticolo=61331 #PeerReview ]

 

Come spesso accade, continua, tuttavia, a farmi sorridere (non lo dico con tono polemico) come questo genere di notizie vengano, ogni volta, accolte nel nostro Paese (non parliamo di quando arrivino da oltreoceano…ogni volta, non posso non tornarci), non soltanto da media e sistema dell’informazione; come se, finalmente, avessimo trovato la “soluzione”, un qualcosa di originale e rivoluzionario, per il solo fatto di provenire da altri paesi. Il tutto accompagnato da una ormai consolidata, storica, ben nota tendenza a riprodurre/replicare e applicare strumenti, pratiche, modelli, esperienze, best practices che, certamente, almeno in apparenza, hanno avuto successo, ma lo hanno avuto in contesti e situazioni totalmente differenti dal nostro. Insomma, ci mostriamo sempre pronti ad accodarci culturalmente e recepire passivamente pratiche ed esperienze, soprattutto se portate avanti da Paesi che continuiamo a considerare punti di riferimento e dai quali abbiamo già importato molto, non ultima anche la nostra cultura della valutazione (?).

Fondamentale aprirsi, fondamentale lo sguardo “fuori”, “oltre”, oltre i nostri confini (soprattutto culturali), fondamentale la prospettiva comparativa; ma ricordo sempre che, non soltanto nei campi educativo, pedagogico, sociologico (dei processi educativi, formativi, culturali etc.), antropologico e filosofico, esistono e sono stati sviluppati, da molto prima, teorie, pratiche, modelli, studi e ricerche importanti che, nel tempo, sono stati ripresi e adottati anche in quegli stessi contesti, che tendiamo ad identificare come sistemi/modelli da riprodurre.

Continuiamo a dimenticare o, quanto meno, a non considerare/riconoscere come nel nostro Paese, anche attualmente, esistano studiose/i e ricercatrici/ricercatori che si sono spinti ben “oltre” anche tale prospettiva e approccio, da oltre vent’anni. Per non parlare dei grandi “classici” del passato che hanno costruito, nel tempo, tradizioni di ricerca e azione, assolutamente consolidate. Il problema, tra i tanti, è che – nel quadro complessivo di un Paese che continua a non investire in educazione, formazione, ricerca, e, men che meno, investe in ricerca sull’educazione, sui processi educativi e sulla didattica – spesso il lavoro, le ricerche e l’impegno di queste/i studiose/i non vengono minimamente conosciuti, apprezzati e valorizzati come, al contrario, accade in altri Paesi.

E non parlo, in questo caso, di articoli divulgativi e pubblicazioni scientifiche sempre relativi a tali temi e questioni; e non parlo di tutto ciò che si dice e si scrive, attualmente, su digitale e tecnologie; fateci caso, si citano (si fa riferimento), solo ed esclusivamente, autori/studiosi/studi/ricerche stranieri e, soprattutto, di lingua inglese, peraltro, ignorando/trascurando altre linee e tradizioni di studio e ricerca, con un alto rischio di conformismo e omogeneizzazione delle analisi stesse. Tutto ciò si verifica un po’ perché alcuni di questi studi sono importanti, un po’ perché si vuole mostrare di essere aggiornati e originali (come se tali scelte ne fossero, in sé e per sé, garanzia); un po’ perché continuano a dettar legge gruppi ristretti e reti esclusive (che…o sei dentro o sei fuori); un po’ perché, qualche volta, l’invidia, accademica e umana, la fa da padrona, ancor più dentro un sistema (logiche, dinamiche, processi, culture, Persone) già concepito/progettato, nel quadro di una logica di penuria delle risorse, per alimentare una competizione tutt’altro che etica e virtuosa.

Le ragioni di tali processi e dinamiche sono numerose, sono note, sono profonde e complesse e ne abbiamo parlato/scritto spesso in questi anni.

A tal proposito, condivido alcuni temi e spunti di riflessione e analisi:

La società asimmetrica* e la centralità della “questione culturale”: le resistenze al cambiamento e le “leve” per innescarlo (Il Sole 24Ore, 2015) https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2015/09/23/la-societa-asimmetrica-e-la-centralita-della-questione-culturale-le-resistenze-al-cambiamento-e-le-leve-per-innescarlo/

A tali punti/snodi problematici e criticità ben noti (sulle quali siamo tornati, più volte, negli anni), si aggiunga il fenomeno diffusissimo, e ormai internazionale, che riguarda la realizzazione (continua e sistematica) di premi e classifiche di ogni genere, improbabili riconoscimenti definiti, talvolta, come “scientifici”, anche da autorevoli istituzioni. Classifiche di personaggi presentati e definiti di volta in volta, in maniera quasi ossessiva, “i più…”, i migliori; progetti (?) di ricerca e di formazione, senza alcuna base metodologica e/o di ricerca/azione sul campo, presentati come “eccellenze” (peraltro, abbiamo scritto molto a proposito delle “retoriche dell’eccellenza”); personaggi, assidui relatori e frequentatori di conferenze, presentati sempre come autentici fenomeni come i più influenti nei settori dell’educazione, della formazione e della ricerca; gli stessi personaggi che, in molti casi, non hanno mai progettato e/o praticato ciò di cui, magari anche efficacemente, parlano; non hanno mai fatto/praticato “educazione” “formazione”, e non hanno mai studiato, né tanto meno fatto alcuna ricerca su questi stessi argomenti e nell’ambito di queste aree. Premi, classifiche e riconoscimenti progettati e realizzati – come noto – nel quadro di sofisticatissime logiche e strategie di marketing (non soltanto come marketing degli eventi), che altro obiettivo non hanno se non quello di accrescere/rafforzare/migliorare la visibilità e la reputazione dei marchi e/o dei gruppi che rappresentano e che, lecitamente e legittimamente, sponsorizzano e organizzano certi eventi e manifestazioni, anche importanti.

 

#lavoro #professioni #Futuro

In quest’altro articolo, pubblicato con il titolo “Lavoro, le professioni emergenti del 2020” (Il Sole 24Ore) https://alleyoop.ilsole24ore.com/2020/01/30/professioni-emergenti-2020/, si fa riferimento, appunto, alle professioni emergenti per il 2020 e, pur comprendendo la logica/le logiche di tutto ciò, non posso non rilevare come si continui, a diversi livelli, a non pensare in alcun modo al lungo periodo.

Di seguito, le conclusioni del medesimo articolo: temi e questioni su cui – con altro approccio e altro metodo – lavoro da molti anni (didattica, formazione, ricerca).

È probabile che la domanda di competenze trasversali aumenti man mano che l’automazione diventi più diffusa. Comunicazione, creatività e collaborazione sono impossibili da automatizzare, il che significa che possederle vi renderà sempre insostituibili”.

 

A proposito di “nuovi” (?) trends, nuove mode e nuovi acronimi, condivido:

Forget STEM, We Need MESH. The importance of media literacy, ethics, sociology and history education (Sep. 2019):

https://medium.com/our-human-family/forget-stem-we-need-mesh-43ab6f6273cd?source=emailShare-f1d144ed1c18-1581194147&_branch_match_id=754832642717967822

 

Anche su tali punti, integro come sempre con altri contributi (divulgativi e non).

Percorsi e traiettorie…

Un approccio e percorsi di ricerca dal’95

#CitaregliAutori

Abitare la complessità: tra riduzione e semplificazione https://mapsgroup.it/complessita-professor-dominici-parte2/ via #6Memes #MapsGroup

A.A.A. cercansi manager della complessità http://www.businesspeople.it/Storie/Attualita/Manager-della-complessita-PIero-Dominicini-109480 intervista via #BusinessPeople

Intervista concessa a VITA: “Nella società ipercomplessa, la strategia è saltare le separazioni” http://www.vita.it/it/interview/2017/06/09/nella-societa-ipercomplessa-la-strategia-e-saltare-le-separazioni/119/

Intervista concessa all’Huffington Post: “La cultura della complessità come cultura della responsabilità” http://www.huffingtonpost.it/2017/05/04/al-festival-della-complessita-la-lezione-di-piero-dominici-il_a_22069135/

 

Approfitto per ri-condividere anche:

Ho proposto concetto e definizione operativa di “figure ibride” #FigureIbride #HybridFigures alla metà degli anni Novanta (poi ripresi anche in successive pubblicazioni scientifiche). Concetti e definizioni operative, studi e ricerche spesso ‘attenzionati’ e ripresi, non soltanto senza citazioni e riferimenti bibliografici, ma, spesso, anche interpretandone male approccio, visione, metodo, implicazioni, variabili da considerarsi.

 

In tanti – anche tra i cd. esperti – utilizzano le parole come semplici “etichette”…

Condivido volentieri, in tal senso, proprio con riferimento a concetto e definizione operativa di “figure ibride” (Dominici 1995 e sgg.) il testo di un’intervista e due articoli scientifici, che affrontano questa e altre tematiche fondamentali:

https://www.morningfuture.com/it/article/2018/02/16/professioni-manager-della-complessita-piero-dominici/212/

L’intervista è stata tradotta in diverse lingue. Di seguito, la versione in inglese:

https://www.morningfuture.com/en/article/2018/02/16/job-managers-of-complexity-piero-dominici/230/

 

Due tra le pubblicazioni scientifiche #PeerReview:

For an inclusive innovation. Healing the fracture between the human and the technological in the hypercomplex society: https://link.springer.com/article/10.1007/s40309-017-0126-4

 

Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era: https://benjamins.com/catalog/cvs.15.11dom

 

Su tali temi e questioni sto lavorando e facendo ricerca anche con la World Academy of Art and Science e nell’ambito di altri progetti internazionali. Buon lavoro e buona ricerca a tutte/i.

 

Ps: Impegni e scadenze non mancano, ma ribadisco la mia disponibilità a lavorare su progetti di ricerca (nazionali e internazionali) relativi a tali tematiche.

 

Di seguito, alcuni contributi divulgativi:

#Research #Education #Complexity #Educazione #Complessità #Cittadinanza #Democrazia

Importante cambi il clima culturale su certe questioni (vitali). Speriamo si scelgano anche altre direzioni e si pensi, finalmente, al “lungo periodo”. Lo dicono tutti, ora…lo dicono…come tutti si sono accorti della centralità strategica di istruzione, educazione, formazione, ricerca…speriamo bene…

Ripeto ogni volta: siamo sulle ben note “spalle dei giganti”, con problemi di vertigini e, tuttora, poco consapevoli della (iper)complessità del mutamento in atto e del “tipo” di scelte che questo richiede…

 

Un approccio e percorsi di ricerca dal’95

 

Ripensare l’educazione (1995 e sgg.). Cosa significa? Quali le implicazioni?

Come ripensare l’educazione nella civiltà globale e iperconnessa

In estrema sintesi: superando la dimensione superficiale e propagandistica degli slogans ad effetto, oltre che di certo storytelling, ripensare l’educazione significa  rimettere al centro la Persona (le nuove soggettività e il loro sistema di relazioni), l’umano, i vissuti, le emozioni –  andando oltre la “falsa dicotomia” che le contrappone al pensiero (Dominici, 1995, 1998 e sgg.); sì, proprio quelle emozioni che sono alla base della stessa razionalità; significa, allo stesso tempo, rimettere al centro l’immaginario/gli immaginari, l’immaginazione, la creatività, l’autenticità, la vita e il vitale, dimensioni complesse che non possono essere, in alcun modo, né ingabbiate/recluse  né tanto meno oggettivate in numeri e/o formule matematiche (pur sempre utili); ripensare l’educazione significa riportare/rilanciare l’educazione (senza aggettivi prima o dopo la parola) sempre nella prospettiva sistemica di un’educazione socio-emotiva che, in ogni caso, non ne esaurisce la complessità e l’ambivalenza; significa rilanciare  la filosofia, come pratica filosofica e di pensiero critico, e l’educazione al metodo scientifico (che è un “qualcosa” che caratterizza non soltanto le cd. scienze “esatte”), fin dai primissimi anni di scuola (1996); significa (ri)mettere al centro dei processi educativi e dei percorsi didattico-formativi l’arte, la poesia, le discipline creative (p.e. il teatro à empatia, la musica, il design etc.) e le cosiddette Digital Humanities.

Ripensare l’educazione significa aprire le istituzioni educative e formative, ridefinendone logiche e culture organizzative, ridefinendone logiche e funzioni degli spazi, dentro ecosistemi sempre più interconnessi e interdipendenti.

Ripensare l’educazione significa, in altri termini, “recuperare le dimensioni complesse della complessità educativa” (Dominici, 1995 e sgg.), sia a livello di scuola che di università (àsi pensi sempre alla formazione dei formatori e al lungo periodo). Di fondamentale importanza riaffermare, una volta per tutte, la consapevolezza che il processo educativo non consiste soltanto nel portare a “sapere” ed a “saper fare”; l’educazione è un processo complesso, sistemico, incerto, imprevedibile fino in fondo, ambiguo, inarrestabile e dinamico. Stiamo correndo seriamente il rischio di svuotare di senso tutta la prassi educativa, alimentando e riproducendo un pensiero omologante e omologato.

https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/ripensare-leducazione-nella-civilta-iperconnessa-cosa-significa/

 

La vita (e la comunicazione) ridotta a strategia…tra complessità e riduzionismi

La comunicazione, e la sua complessità, ridotta a regole e tecniche…La vita (sociale, relazionale) ridotta a strategia…La vita, e non soltanto la comunicazione, ridotte alla capacità e all’abilità di gestire la nostra visibilità, di gestire una vita fatta di tanti piccoli attimi che, all’improvviso, possono diventare eventi ma anche “spaccati” di vissuti e di noi stessi e delle persone a noi care/vicine. Spesso proprio quelli che (soltanto ora) parlano/scrivono/si sono accorti dell’importanza di #educazione, #PensieroCritico, #complessità, #comunicazione e della centralità della #Persona, hanno ridotto proprio la relazione con l’Altro e la stessa comunicazione, a qualsiasi livello e in qualsiasi ambito, esclusivamente a #strategia (i “comportamenti” nei social sono davvero emblematici di ciò che avviene da sempre e ben evidenziano ciò che sostengo da anni), a #marketing, ad un insieme di #regole e linee guida che, di fatto, pur semplificando/agevolando/facilitando (almeno in apparenza), ne svuotano il senso complessivo e la complessità stessa. Un approccio (?) perfettamente calato, nel tempo, dentro i processi educativi e formativi. Da questo punto di vista, fate caso a come tutti, attualmente, parlino e scrivano di complessità salvo poi scegliere le tradizionali vie della semplificazione confusa con banalizzazione e la facilitazione che esclude invece di includere, per non parlare delle altrettanto tradizionali spiegazioni riduzionistiche e e deterministiche. Come detto, un’impostazione ed una visione calate anche nei processi educativi e di costruzione della Persona: rendere tutto semplice/facile/banale e, possibilmente, trarre sempre il massimo dalla relazione con l’Altro, cercare sempre l’utile, il ritorno, cercare sempre il vantaggio, partendo sempre dalla convinzione di essere dalla parte giusta.

Ripeto ogni volta: il confine tra educazione/formazione e indottrinamento/persuasione/manipolazione è sempre più sottile. E, come ripeto da tempi non sospetti, c’è una questione profonda di “cultura della comunicazione”.

Dinamiche e processi sociali hanno nella loro varietà, nella pluralità ed eterogeneità, nell’imprevedibilità e nell’ambivalenza, la loro ricchezza e il senso più profondo. Ma quale dialogo (tutti ne parlano ma il dialogo è “roba” impegnativa e non pura convivialità), ma quale incontro/confronto/conflitto con l’Altro, ma quale relazione, ma quale “centralità della Persona” se, appunto, tutto è ridotto/ricondotto a strategia, obiettivi precisi e specifici, regole e schemi presentati come assoluti e universalmente validi, se tutto è ridotto esclusivamente al problema dell’efficacia, della visibilità, del convincere e/o, magari, strumentalizzare l’Altro (magari in maniera gentile e non arrogante…). La vita e la comunicazione (complessità, relazione, mediazione del conflitto, esaltazione della contraddizione e del pluralismo à democrazia) con l’Altro, ancora una volta, ridotte a strategia, a tecnica/insieme di tecniche” della comunicazione e della persuasione…

L’Altro, ancora una volta, identificato con l’utilità e l’interesse. Questione culturale ed educativa e, forse, dovremmo smetterla di scaricare, come sempre, la responsabilità su media e social...Le questioni sono molto più profonde e complesse, nonostante ci rassicuri molto ricorrere a certe spiegazioni.

Sempre sulle questioni legate alla complessità, condivido saggio pubblicato per #Treccani:

La complessità della complessità e l’errore degli errori (cit.) http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/digitale/5_Dominici.html

E contributo per Il Sole 24 Ore: Educare alla complessità…perché “Democrazia è complessità” (1995): https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2018/06/03/educare-alla-complessitaperche-democrazia-e-complessita-1995/

 

Un approccio e percorsi di ricerca dal’95.

#CitaregliAutori

 

N.B. Condividete e riutilizzate pure i contenuti pubblicati ma, cortesemente, citate sempre gli Autori e le Fonti anche quando si usano categorie concettuali e relative definizioni operative. Condividiamo la conoscenza e le informazioni, ma proviamo ad interrompere il circuito non virtuoso e scorretto del “copia e incolla”, alimentato da coloro che sanno soltanto “usare” il lavoro altrui. Le citazioni si fanno, in primo luogo, per correttezza e, in secondo luogo, perché il nostro lavoro (la nostra produzione intellettuale) è sempre il risultato del lavoro di tante “persone” che, come NOI, studiano e fanno ricerca, aiutandoci anche ad essere creativi e originali, orientando le nostre ipotesi di lavoro.

I testi che condivido sono il frutto di lavoro (passione!) e ricerche e, come avrete notato, sono sempre ricchi di citazioni. Continuo a registrare, con rammarico e una certa perplessità, come tale modo di procedere, che dovrebbe caratterizzare tutta la produzione intellettuale (non soltanto quella scientifica e/o accademica), sia sempre meno praticata e frequente in molti Autori e studiosi.

Dico sempre: il valore della condivisione supera l’amarezza delle tante scorrettezze ricevute in questi anni. Nei contributi che propongo ci sono i concetti, gli studi, gli argomenti di ricerche che conduco da vent’anni: il valore della condivisione diviene anche un rischio, ma occorre essere coerenti con i valori in cui si crede.

Buona riflessione e buona ricerca!

 

Immagine: opera di ALBERT ANKER, L’esame di scuola.