Dentro lo sterminato, variegato e multiforme “ecosistema della conoscenza, della formazione e della ricerca” (Dominici, 1996), si assiste sempre più a un fenomeno tanto pervasivo quanto sottovalutato: una crescente omologazione dei discorsi, delle categorie interpretative e delle stesse pratiche di studio e ricerca.
Studiosi/e, esperti/e, divulgatori – pur nelle differenze di linguaggio/dei linguaggi specialistici, dei campi disciplinari e di posizionamento – tendono a convergere su ipotesi/tesi/argomentazioni/narrazioni sorprendentemente simili, spesso orientate da logiche di visibilità/riconoscibilità, riconoscimento e adesione ai temi “del momento”.
Non si tratta soltanto di una questione di linguaggi o di parole-chiave, ma di un processo più profondo che investe le modalità stesse di costruzione della conoscenza: un processo che possiamo (ri)definire come “conformismo cognitivo”.
In altri termini, dentro lo sterminato, variegato e multiforme “ecosistema della conoscenza, della formazione e della ricerca”, tutti/e sembrano dire/scrivere/sostenere, tutti dicono/sostengono/scrivono, più o meno, con qualche sfumatura, le stesse “cose”, anche tra gli studiosi e gli esperti; tutti educano e formano sempre in maniera originale, tutti/e fanno ricerca, tutti/e evocano – talvolta, accorgendosene quasi all’improvviso – le (stesse) implicazioni epistemologiche e metodologiche (per esempio), sempre e comunque presentandosi come esperti/e dei temi del momento; magari può cambiare qualche concetto, si tende a puntare molto su neologismi e locuzioni ad effetto per distinguersi un po’ – talvolta/spesso ricadendo, anche contraddicendosi, nella vecchia e ben nota contrapposizione tra “apocalittici” e “integrati” (Eco) – ma la tesi e le argomentazioni, sviluppate anche da studiosi ed esperti (non parlo neanche dei tantissimi influencer di successo…), più o meno famosi mediaticamente parlando, finiscono spesso per assomigliarsi profondamente, mostrando una straordinaria capacità di essere – come dire – sempre e comunque “alla moda”.
Perché, ormai, da tempo, anche studi e ricerche – e le ragioni sono molteplici – seguono sempre più gli andamenti, le mode e i trends del momento, senza tenere minimamente in considerazione i percorsi di studio, di ricerca, e gli stessi percorsi di vita. Con tutta una serie di implicazioni e ricadute non trascurabili anche per la stessa ricerca scientifica.
Eppure non dovrebbe essere così difficile/complicato – non lo è …ma manca il tempo (?) – analizzare, studiare, comparare, approfondire, memorizzare, ricordare etc. … (ri)cercare e reperire indizi e prove relativi ai percorsi di studio e ricerca/formazione portati avanti nel tempo.
Basterebbe anche soltanto leggersi un po’, magari studiarsi, le precedenti pubblicazioni, articoli, interviste e/o progetti (quando disponibili), per prendere atto di come, anche nella ricerca e nella divulgazione scientifica, nell’educazione e nella formazione, si proceda, in molti casi (generalizzazioni sempre sbagliate) quasi per mode/trends e “parole-chiave” (Keywords) che diventano quasi delle “parole d’ordine“… (ripeto) anche nei differenti campi dello studio e della ricerca scientifica. E ciò accade non da oggi, evidentemente…(ci sono tornato spesso negli anni). E la questione è sempre stata – a mio avviso – importante, dirimente!
Al di là dell’impossibilità dell’onniscienza e dell’essere “esperti di tutto”, anche cambiare – da un momento all’altro – ipotesi, teoria/teorie, approccio, metodo, epistemologia/e, metodologia/e, non dovrebbe/non potrebbe essere così agevole/semplice/facile come gettarsi alle spalle parole e concetti di volta in volta divenuti “alla moda”, concetti-chiave che hanno alimentato/alimentano tuttora non soltanto le agende mediatiche, le narrazioni e i discorsi egemoni nelle opinioni pubbliche e nei social networks.
In effetti, non lo è per niente (anche se così appare), perché si tratta di anni e anni di studio, ricerche, esperienza/e (fondamentale) che, alla lunga, offrono conferme (poche), molte smentite e sistematiche confutazioni.
E ci tengo ad esplicitarlo: nel tempo, ci mancherebbe, si possono anche cambiare (meglio ancora sarebbe “integrare”) idea, tesi, visioni, approcci, teoria/e, metodo, metodologie, epistemologie e, perfino, strumenti di rilevazione; ma, ogni tanto, almeno ogni tanto, non sarebbe male se tali continui e repentini cambiamenti venissero esplicitati, anche per ragioni di chiarezza e correttezza, evidenziando i percorsi e le motivazioni delle scelte operate.
Un punto, questo, come noto, intimamente legato – insieme ad altri fattori e variabili – anche a quello delle citazioni: si continuano, infatti, a non citare quasi mai proprio quegli studiosi e quelle studiose che, al contrario, quegli stessi approcci/metodi/epistemologie li hanno sempre portati avanti impegnandosi costantemente per un cambiamento di prospettiva / paradigma / epistemologia / sistema di pensiero.
E, invece no, al contrario, così facendo, sembra ogni volta che tutti abbiano sempre detto/scritto/fatto ricerca adottando metodi ed epistemologie di cui peraltro – andando a verificare – non c’è alcuna traccia nelle pubblicazioni e/o studi/ricerche precedenti.
Aggiungo: con gli utilizzi, sempre più estesi e sofisticati, di certe “intelligenze artificiali” nella realizzazione ed elaborazione di testi/contenuti di ogni genere (ormai, non soltanto testi divulgativi e newsletters, ma anche articoli scientifici e, addirittura, libri), certe “derive” sono senz’altro destinate a radicalizzarsi, non soltanto in termini di omologazione, omogeneizzazione e, più in generale, conformismo.
Ma il problema – meglio ripetersi – non sono le tecnologie e/o intelligenze artificiali.
Oltretutto, sempre all’insegna del “tutta farina del proprio sacco”, assistiamo da qualche tempo ad una proliferazione incontrollata di testi e contributi di ogni genere (anche articoli scientifici e libri) scritti, appunto, da “diverse…intelligenze”.
E allora il punto, forse, non è (soltanto) quello di denunciare queste dinamiche – che pure sarebbe già molto – ma di provare a comprenderle fino in fondo, collocandole dentro le trasformazioni più ampie e profonde che stanno attraversando l’ecosistema della conoscenza, della formazione e della ricerca.
Trasformazioni che hanno a che fare con la crescente accelerazione dei processi, con la pressione esercitata da logiche di visibilità, competitività e performance, con l’urgenza – spesso costruita e alimentata – di essere presenti, di intervenire, di produrre contenuti, di “esserci” comunque e sempre.
In questo quadro, la ricerca scientifica, l’educazione e la formazione rischiano sempre più di essere risucchiate dentro una logica di produzione continua, in cui il tempo lungo dello studio, dell’approfondimento, dell’errore, della riflessione e della revisione viene progressivamente compresso, se non del tutto marginalizzato.
Eppure, è proprio in quel tempo lungo – non lineare, non immediatamente produttivo, spesso invisibile – che si costruiscono realmente le competenze, le conoscenze e, soprattutto, la capacità di pensare criticamente.
Il problema, dunque, è anche (e forse soprattutto) culturale ed educativo. Ha a che fare con il modo in cui abbiamo progressivamente smesso di riconoscere valore ai percorsi, alle traiettorie, alle coerenze (anche nelle discontinuità), privilegiando invece l’immediatezza, la novità, l’effetto. In altri termini, si tratta di una questione che investe direttamente la qualità dei processi di costruzione della conoscenza e, insieme, la qualità delle nostre democrazie.
Perché una ricerca che segue le mode, che si adatta continuamente ai trends, che rimuove o dimentica i propri stessi presupposti teorici ed epistemologici, è una ricerca più fragile, più esposta, più vulnerabile.
E, soprattutto, è una ricerca che rischia di perdere la propria funzione critica, la propria capacità di interrogare il presente, di mettere in discussione le narrazioni dominanti, di aprire spazi di possibilità.
Da questo punto di vista, il tema della memoria – memoria dei percorsi, delle idee, delle teorie, delle pratiche – diventa assolutamente centrale.
Non si tratta di nostalgia o di conservazione, ma di una condizione imprescindibile per qualsiasi forma di innovazione autentica.
Senza memoria, infatti, anche il cambiamento rischia di ridursi a semplice variazione superficiale, a riformulazione linguistica, a ri-etichettatura di concetti già noti.
In questo quadro, il conformismo cognitivo non rappresenta soltanto una dinamica culturale, ma una vera e propria “questione epistemologica”.
In questa prospettiva, non si può non rilevare come molte delle categorie oggi presentate come “nuove” affondino, in realtà, le proprie radici in tradizioni di pensiero consolidate e articolate, che vanno dalla riflessione sulla complessità ai sistemi, fino agli approcci interdisciplinari e transdisciplinari sviluppati nel corso del Novecento.
Tradizioni che, tuttavia, vengono spesso rimosse o marginalizzate, contribuendo ulteriormente a quel processo/condizione di “smemoratezza” che caratterizza l’ecosistema contemporaneo della conoscenza.
Recuperare queste genealogie non significa compiere un’operazione di tipo conservativo, bensì restituire profondità e spessore ai processi di costruzione del sapere, evitando riduzioni semplificanti e ri-appropriazioni improprie.
Non si tratta, in altre parole, di esercizio nostalgico, ma di pre-condizione di un’innovazione autentica e non simulata.
E qui si innesta un altro nodo cruciale: quello della responsabilità epistemologica*. Cambiare idea, integrare prospettive, rivedere approcci è non soltanto legittimo, ma necessario. Ma farlo senza esplicitare i passaggi, senza rendere conto delle discontinuità, senza riconoscere i debiti teorici e le influenze, significa contribuire a un processo di opacizzazione del sapere, in cui diventa sempre più difficile distinguere tra elaborazione originale, rielaborazione e semplice riproduzione.
In questo senso, la questione delle citazioni – apparentemente tecnica – è in realtà profondamente politica ed etica.
Non citare, o citare selettivamente, significa intervenire nella costruzione delle genealogie del sapere, riscrivere implicitamente le traiettorie, ridefinire ciò che è visibile e ciò che non lo è. E questo ha effetti non trascurabili sulla stessa possibilità di costruire comunità scientifiche realmente aperte, plurali e dialogiche.
All’interno di queste dinamiche, l’introduzione e la diffusione sempre più pervasiva di sistemi di intelligenza artificiale rappresentano, al tempo stesso, un’opportunità e una sfida ulteriore. Non perché le tecnologie siano di per sé “buone” o “cattive”, ma perché si innestano in contesti già caratterizzati da tendenze all’omologazione, alla standardizzazione, al conformismo.
E, in assenza di adeguati presidi culturali, educativi ed epistemologici, rischiano di amplificarle.
Ma, come già detto, il problema non sono le tecnologie. Il problema siamo noi, i nostri modelli di conoscenza, i nostri sistemi educativi, le nostre pratiche di ricerca, le nostre responsabilità (spesso eluse).
Continuare a spostare l’attenzione sugli strumenti significa, ancora una volta, evitare di interrogare le condizioni profonde che rendono possibili certe derive.
Per questo motivo, forse, è necessario tornare – con maggiore radicalità – a interrogarsi su cosa significhi fare ricerca, educare, formare nella civiltà ipercomplessa e delle intelligenze artificiali.
Tornare a interrogarsi sui metodi, sulle epistemologie, sulle finalità. Tornare, in altri termini, a riconoscere che la conoscenza non è mai neutra, mai lineare, mai completamente controllabile.
E, soprattutto, tornare a riconoscere che la (iper)complessità non è uno slogan, una parola-chiave da inserire nei titoli o nei progetti, ma una condizione strutturale che richiede coerenza, rigore, responsabilità e – non ultimo – un certo grado di umiltà epistemologica*.
Perché, in fondo, abitare davvero l’ecosistema della conoscenza significa anche accettare di non essere sempre “alla moda”, di non inseguire necessariamente ogni nuova etichetta, di non dover essere esperti di tutto.
Significa, forse, recuperare il senso dei percorsi, delle traiettorie, delle coerenze, anche quando queste non sono immediatamente visibili o spendibili.
E significa, infine, assumersi fino in fondo la responsabilità – scientifica, culturale ed educativa – delle proprie parole, delle proprie scelte, delle proprie omissioni.
Anche (e soprattutto) in un tempo che sembra premiare esattamente il contrario.
In tal senso, la questione non è soltanto epistemologica, ma profondamente legata ai rapporti di potere che attraversano la produzione, la legittimazione e la circolazione della conoscenza.
Stabilire cosa sia “nuovo”, cosa sia “rilevante”, cosa debba “essere visibile” o “invisibile” non è mai un processo neutro, ma il risultato di dinamiche complesse che coinvolgono istituzioni, piattaforme, comunità scientifiche e attori sociali differenti.
Diventa allora urgente – e non più rinviabile – ripensare radicalmente i modelli educativi e formativi, restituendo centralità ai processi, alle connessioni, alle interdipendenze, e riconoscendo che la costruzione della conoscenza richiede tempi, spazi e condizioni che mal si conciliano con le logiche dell’immediatezza e della performance.
In altri termini, si tratta di promuovere un’educazione alla complessità che non si limiti a evocarla, ma che sia in grado di praticarla, assumendone fino in fondo le implicazioni epistemologiche, etiche e politiche.
In conclusione, mi fa piacere ri-condividere mia vecchia definizione: “La conoscenza non è un oggetto né un dato, né tanto meno una sequenza di dati, ma un processo relazionale, incarnato e sistemico, che emerge dall’interazione tra esseri umani, tecnologie e contesti/ecosistemi, e richiede responsabilità, cooperazione e consapevolezza epistemologica”. Ancora una volta, nulla di originale, attualmente.
#CitaregliAutori
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In questo articolo, ho recuperato e ri-definito (anche) il concetto di “conformismo cognitivo” (cfr. in particolare, studi e pubblicazioni di Jack Goody, Solomon Asch, Leon Festinger, Stanley Milgram, Daniel Kahneman, Frank Furedi ed Edgar Morin) legandolo, mettendolo in correlazione a diversi fattori/variabili e, tra questi, a: 1) visione meccanicistica del Sociale e del Vivente; 2) Visione e cultura tecnocratica del Sociale e del Vivente; 3) ideologia dominante della semplificazione/facilitazione; 4) logiche algoritmiche; 5) sistemi educativi e informativi standardizzati; 6) ricerca di consenso/approvazione/riconoscimento sociale e ricerca di efficienza/rapidità decisionale.
Un tipo di conformismo profondo, difficile da contrastare, che non è soltanto fenomeno psicologico individuale e sociale, bensì conseguenza/deriva strutturale e costitutiva della nostra civiltà moderna e dei meccanismi attraverso i quali l’abbiamo co-costruita.
#CitaregliAutori
Immagine: opera di Vasilij Kandinskij, Composizione VIII
Un approccio, un’epistemologia e percorsi di ricerca dal 1995
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Per approfondire, come sempre, integro con altri saggi (20) e una breve selezione di pubblicazioni scientifiche:
- L’Umano e l’Errore. Che ne è/sarà della libertà nella civiltà ipertecnologica?
- Innovare significa destabilizzare**. Perché la (iper)complessità non è un’opzione
- La Scienza, il “Sapere condiviso”, il mito dell’evidence-based e quelli che … “guardano tutti con le narici”.
- L’Intelligenza Artificiale come “nuova frattura epistemologica”.
- L’esperienza e la vita non sono (soltanto) “dati”. Non tutto è codificabile e/o trasmissibile.
- Cigni neri e paradigmi inadeguati.
https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2025/12/28/cigni-neri-e-paradigmi-inadeguati/
- TEACHING UNPREDICTABILITY: we are living in a NEW NATURE**
- Per una visione non meccanicistica della Società e della Vita. Oltre la “nuova frattura epistemologica”
- Dentro la “cultura della furbizia”. I “grandi Maestri della Parafrasi”, tra #ChatGPT e altre derive della Società della Non-Conoscenza (No-Knowledge Society**).
- L’insegnamento. Complessità e (auto)celebrazione di una professione-vocazione meravigliosa.
- The observable and non-observable*. Rethinking thought for the ‘New Nature’ (1996)
- Altro che generatività. #AI, ChatGPT e l’illusione autolesionista* di poter rendere tutto “facile”.
- Man and Machine: a New World of Artificiality* (part II)
- Giorgio Parisi: “Negare la complessità è l’essenza della tirannia”. Perché “Democrazia è complessità”(def.1995)
- Dall’uno vale uno agli esperti di tutto: delle derive della cd. società della conoscenza (società dell’ignoranza**)
- La cultura e la conoscenza ridotte “a una dimensione”: quella quantitativa.
- La società feudale del dominio e dell’arbitrio iper-normato**. Ancora sulla (vecchia) questione culturale
- Il potere delle “etichette”. Le etichette del potere**
- Educating for the Future in the Age of Obsolescence**
- Il pensiero….temuto e poco ‘praticato’
Links to articles peer reviewed
By Prof. Piero Dominici
Life, study and scientific research cannot be kept separate (an old illusion). And so, as always…
I share with pleasure a (very) short selection of scientific publications:
- “Anatomies and Dynamics of the Society-Mechanism: Among Myths of Simplification, Facilitation and Disintermediation”, in “Chaos, Complexity and Sustainability in Management”
DOI: 10.4018/979-8-3693-2125-6.ch001
#ScientificBooks #Series
- “Human Hypercomplexity: Error and Unpredictability in Complex Multi-Chaotic Social Systems”,
in, Karaca Y., Baleanu D., Zhang Yu-Dong, Gervasi O., Moonis M. Eds., “Multi-Chaos, Fractal and Multi-Fractional Artificial Intelligence of Different Complex Systems”, #Elsevier, Academic Press, ISBN: 9780323900324 – 1st Edition – 2022.
➡️ https://academia.edu/resource/work/122389588
- Anatomies and Dynamics of the Society-Mechanism: Among Myths of Simplification, Facilitation and Disintermediation”
➡️ https://academia.edu/resource/work/121248616
- “Sustainability Is Social Complexity: Re-Imagining Education toward a Culture of Unpredictability”, in “Sustainability”, 2023
- Beyond the Emergency Civilization: The Urgency of Educating Toward Unpredictability”
in Higher Education in Emergencies: Best Practices and Benchmarking
➡️ https://academia.edu/resource/work/122389588
- “Democracy is Complexity. Social Transformation from Below”
- (2023), “Beyond the Emergency Civilization: The Urgency of Educating Toward Unpredictability”, Sengupta, E. (Ed.) Higher Education in Emergencies, Emerald Publishing Limited, Leeds, pp. 25-45.
- “From Emergency to Emergence. Learning to inhabit complexity and to expect the unexpected”, in
- “Beyond the Darkness of our Age. For a Non-Mechanistic View of Complex Organization as Living Organisms” in #RTSA
- http://rtsa.eu/RTSA_2_2022_Dominici.pdf?fs=e&s=cl #PeerReviewed
“The distinction between ‘society-mechanism’ and ‘society-organism’ – on which I have been working and doing research for many years – is linked to the confusion we continue to make, in educational, social, economic, social and cultural terms, between ‘complicated systems’ (manageable, predictable) and ‘complex systems’ (unpredictable, irreversible and marked by ‘emergent properties’).
“La distinction entre “société-mécanisme” et “société-organisme” – sur laquelle je travaille et fais des recherches depuis de nombreuses années – est liée à la confusion que nous continuons à faire, en termes éducatifs, sociaux, économiques, sociaux et culturels, entre “systèmes compliqués” (gérables, prévisibles) et “systèmes complexes” (imprévisibles, irréversibles et marqués par des “propriétés émergentes”)”
- Dominici, P. The weak link of democracy and the challenges of educating toward global citizenship. Prospects (2022). UNESCO
Springer Nature – #PeerReviewed
- War, Complexity, and One-dimensional Thinking: Thinking is Acting https://www.cadmusjournal.org/article/volume-4-issue-6/war-complexity-and-one-dimensional-thinking
- ”The Digital Mockingbird: Anthropological Transformation and the “New Nature”, in World Futures.The Journal of New Paradigm, Routledge, Taylor & Francis, Feb. 2022.
- “La Gran Equivocación: Replantear la educación y la formación virtual para la “sociedad hipercompleja”, in “Comunicación y Hombre”.Número 18. Año 2022
- https://academia.edu/resource/work/71194859 #PeerReviewed
- ”Beyond the Darkness of our Age. For a Non-Mechanistic View of Complex Organization as Living Organisms” in RTSA
- http://rtsa.eu/RTSA_2_2022_Dominici.pdf?fs=e&s=cl #PeerReviewed
- “From Below: Roots and Grassroots of Societal Transformation, The Social Construction of Change”, in CADMUS, 2021
“That systemic change must begin from grassroots communities and single individuals and groups, and by definition can never be a top-down imposition, implicates a necessary rethinking of our educational institutions, which are still based on logics of separation and on “false dichotomies” (quote)
- “For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the Human and the technological*” #PeerReviewed
https://link.springer.com/article/10.1007/s40309-017-0126-4/ in European Journal of Future Research, SPRINGER Nature Edu
- ”A New Paradigm in Global Higher Education for Sustainable Development and Human Security”, November, 2021 | BY G.JACOBS, J. RAMANATHAN, R. WOLFF, R.PRICOPIE, P.DOMINICI, A.ZUCCONI, in CADMUS
- “Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era”
- https://www.academia.edu/44785185/Controversies_about_Hypercomplexity_and_Education_cvs_15_11dom #PeerReviewed
- “Communication and the SOCIAL PRODUCTION of Knowledge. A ‘new social contract’ for the ‘society of individuals’
- https://academia.edu/resource/work/44804068 #Research #PeerReviewed
- ”Education, Fake News and the Complexity of Democracy”.
“The real problems we are facing today are not the fake news, post-truths, deep fakes, or disinformation of various kinds and origins, but a socially constructed pre-disposition to conformism; in short, the decline of democracy. These are not problems merely of technology and cannot be solved by technology alone” (quote).
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An approach, an epistemology and research since 1995