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L’emergenza più critica. Informazione e cultura della comunicazione nella “società dell’irreponsabilità”**.

Il testo/ipertesto è lungo e articolato e, come sempre, ricco di collegamenti ad altri articoli e pubblicazioni (con i consueti riferimenti bibliografici), divulgativi e scientifici. Percorsi di approfondimento e riflessione/analisi. Un approccio e percorsi di ricerca dal’95.

Come sempre, senza “tempi di lettura”…

L’emergenza più critica da affrontare. Tra le numerose emergenze di un Paese che “vive” di emergenza, “incapace, da sempre, di costruire una cultura della responsabilità e della prevenzione (Dominici, 1995, 1998, 2003). L’ho definita molti anni fa “Società dell’Irresponsabilità”. L’emergenza più critica, tra le tante, è proprio quella dell’informazione e della “cultura della comunicazione” (1995): un’emergenza intimamente correlata, non soltanto alla questione educativa e culturale, ma anche ai processi, sociali e culturali, di costruzione sociale, rappresentazione e percezione (individuale e collettiva). È l’emergenza più critica anche perché scienza e ricerca – è solo questione di tempo – troveranno risposte e ‘soluzioni’ alle altre emergenze, agli altri fenomeni emergenti…

E, se non l’affronteremo in maniera seria, rigorosa e sistemica, superato il “corona virus” (per il passato, come noto, si potrebbero fare moltissimi esempi), arriveranno inevitabilmente nuove crisi e nuove emergenze e ci ritroveremo al punto di partenza di sempre. Con i consueti appelli a non farci prendere dalla paura e a non diffondere l’allarme sociale e il panico sociale (puntualmente, ogni volta, quando tutto è già avvenuto), con la pubblicazione di nuovi manifesti e linee guida; con la realizzazione di nuove campagne di comunicazione e marketing, oltre che di nuovi codici deontologici e Carte; con la definizione di nuove leggi e vincoli normativi. Continueremo, anche in questo caso, a guardare il dito e non la luna

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Ancora una volta, ancora una volta, di nuovo, in queste settimane, emerge chiaramente la complessità di informazione e comunicazione, dell’informare e del comunicare. Emerge chiaramente – e sembra di essere fermi a molti anni fa – come la preparazione – e l’aggiornamento (continuo, sistematico, senza un termine) – di chi informa/comunica dovrebbe/deve andare ben oltre le dimensioni, pur necessarie, relative alle competenze tecniche ed alla conoscenza/applicazione di norme e codici deontologici.

 

Le dimensioni complesse e relazionali della Libertà e della Responsabilità chiedono altro.

La cd. rivoluzione digitale e la società della conoscenza chiedono ‘altro’ (oltre ad elevati livelli di conoscenze e competenze, ad un svolta radicale in termini di sistema di pensiero, di approcci e metodologie) e non possiamo continuare a limitarci ad evocare cambi di paradigma e trasformazioni tecnologiche e/o antropologiche (meglio i termini inglesi per fare più colpo) che, alla resa dei conti, si rivelano soltanto parole-etichetta cui non diamo alcun seguito né traduzione operativa.

Questioni profonde e complesse; come non mi stanco di ripetere da oltre vent’anni, questioni che non sono state minimamente semplificate (anzi) dall’avvento del digitale, da quelle che definisco “tecnologie della connessione” (e non della comunicazione), dalla “nuova viralità” della comunicazione (Dominici, 1995, 1996 e sgg.). Ne ho parlato, in tempi non sospetti, in termini di “ipercomplessità”.

Ancora una volta, emerge/è emerso chiaramente il drammatico “ritardo culturale” in termini di “cultura della comunicazione”, dentro una fase di mutamento globale e radicale, in cui proprio l’informazione e la comunicazione si rivelano ancor più strategiche che in passato. E, a questo livello dell’analisi e della prassi, non può che tornare centrale la “questione educativa e culturale”. Anche perché, “non basta formare alla comunicazione/informazione”, occorre ancor prima educare alla comunicazione/informazione ed alla responsabilità (ibidem). Non farò riferimento, in questa sede, all’urgenza di “educare e formare alla complessità”, che è e considero fondamentale, sulla base di percorsi di studio e ricerca di oltre vent’anni.

Questione culturale (architetture che caratterizzano quella che, in passato, ho definito “società asimmetrica”). Questioni di cittadinanza e democrazia.

Da sempre… “La comunicazione costituisce il pre-requisito fondamentale per la riduzione della complessità della società, la gestione del rischio, la mediazione dei conflitti, il governo di quella imprevedibilità connaturata ai sistemi stessi

Nella società ipercomplessa, la comunicazione, intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza (1996), ha assunto ormai una centralità strategica in tutte le sfere della prassi individuale e collettiva: considerando fondata l’equazione conoscenza = potere, ne consegue che i processi, le dinamiche e gli strumenti finalizzati alla condivisione della conoscenza non potranno che determinare una riconfigurazione dei sistemi di potere.” (cit.).

Pregiudizi, stereotipi, luoghi comuni e, con essi, la disinformazione sono più rapidi e dannosi, talvolta devastanti, anche di certi virus.

Disinformazione, pregiudizi, stereotipi, luoghi comuni etc. etc., talvolta alimentati, oltre che da media ed ecosistema dell’informazione/comunicazione, dalle stesse agenzie/istituzioni educative e formative; disinformazione, pregiudizi, stereotipi, luoghi comuni, che si producono e riproducono ad una velocità impressionante…se ne accorge subito soprattutto chi viaggia e si trova spesso all’estero…

Probabilmente, al netto delle considerazioni e delle argomentazioni fin qui svolte – e che ritroverete ulteriormente sviluppate in alcuni contributi del passato (di seguito) – l’emergenza più preoccupante, e potenzialmente devastante per i suoi effetti invasivi, anche a livello cognitivo, per i suoi effetti a lungo termine, per la sua capacità di incidere e ridefinire anche i processi educativi e formativi (anche quelli relativi alla Persona e al cittadino) , è, non da oggi evidentemente, proprio quella dell’informazione e della comunicazione. Un’emergenza che riguarda, da sempre, le collettività, il vivere insieme all’Altro, la Democrazia.

Di conseguenza, tra le (numerose) contromisure/strategie da adottare, nel famoso “lungo periodo” (da tutti evocato, per il momento, a livello di slogan, marchi ed etichette), occorre una svolta radicale nell’educazione e nella formazione, nei processi educativi e formativi, delle Persone e dei cittadini e, ancor di più, di coloro che dovranno occuparsi nello specifico di informare e comunicare (ricercatori e scienziati compresi…su questo terreno si gioca anche la partita, di vitale importanza, legata all’urgenza di rivedere l’“architettura complessiva dei saperi e delle competenze” (Dominici, 1995 e sgg.). La questione (cruciale) “nuova cultura della comunicazione”, l’urgenza di educare, e non soltanto formare, alla comunicazione/informazione e alle relative responsabilità, riguarda anche scienziati e cd. esperti. Da sempre, infatti, la preparazione e l’aggiornamento continuo, oltre al fare ricerca in maniera rigorosa, sono condizioni imprescindibili: eppure, anche per scienziati e tecnologi, non sono, in alcun modo, garanzia che essi sappiano divulgare e comunicare.

Dimensioni e criticità che nella società interconnessa e iperconnessa riguardano tutti, ma proprio tutti!

Certe dinamiche e “derive”, tipiche del nuovo ecosistema globale dell’informazione e della comunicazione (Dominici, 1996), non soltanto si sono radicalizzate – ben oltre qualsiasi metafora di “piano inclinato” -, bensì sono evidentemente peggiorate pur dentro tradizionali logiche di controllo e gerarchie. E così, spinto e stimolato da una lunga, e ininterrotta, serie di fatti di cronaca e di eventi (epidemie, disastri di varia natura, situazioni di emergenza, locale e globale), coperti, spiegati e commentati in maniera a dir poco discutibile (con alcune eccezioni, ma di eccezioni si tratta); ho deciso di riproporre alcuni articoli e contributi del passato, relativi a temi e questioni di fondamentale importanza che – non è inutile ribadirlo – oltre ad incrociare le tematiche della cittadinanza e della democrazia, per non parlare di quelle della dignità e del valore della Persona, si configurano, a tutti gli effetti, come pre-requisiti essenziali per l’esistenza delle stesse. Nel tempo, ho studiato e condotto diverse ricerche, a livello universitario e di ricerca scientifica, affrontando questi snodi cruciali del vivere democratico anche con riferimento alle tematiche (complesse) della complessità (relazionale, sociale, umana), del rischio, della gestione e comunicazione del rischio e dell’emergenza, anche in una ricerca del 2009 su L’Aquila e il terremoto abruzzese.

“La società dell’irresponsabilità è il connotato essenziale del mutamento in corso, sempre più permeato da processi di individualizzazione, dall’egemonia di valori individualistici e da una superficialità/incapacità di valutare le conseguenze dell’azione sociale (individuale e collettiva). Un preoccupante vuoto etico in grado di incidere sui meccanismi della fiducia e della cooperazione sociale e di determinare spaesamento e insicurezza, fornendo delle basi a dir poco precarie a un ordine sociale già caratterizzato dalla debolezza delle istituzioni e, in generale, dei sistemi di appartenenza” (cit.) (Dominici, 1995, 2003, 2009).

 

Per allargare lo sguardo, cfr. anche: L’evoluzione complessa**: la civiltà tecnologica tra bisogno di sicurezza e solidarietà della paura**”

L’ipercomplessità e una crisi non soltanto economica. Ripensare il sapere e lo spazio relazionale

L’egemonia di un modello feudale e l’assenza di un pensiero critico sul mutamento

La civiltà digitale tra libertà e sorveglianza: attraversamenti e percorsi nella ipercomplessità (2003)

Educare alla complessità per un’etica della responsabilità: libertà e “valori” nella Società Interconnessa

Comunicazione è complessità (percorsi di ricerca dal’95)

Globalizzazione e società della conoscenza: un duplice livello di analisi

L’accesso è la nuova misura dei rapporti sociali (Dominici)…nuove categorie per una nuova complessità

La “questione culturale”, le leggi e …la libertà di informare. Tra controllo e responsabilità (2005, 2015)

Globalizzazione e “connettività complessa”:le condizioni empiriche della Società Interconnessa | controllo vs cooperazione

Uno spazio pubblico illimitato: tra (vecchie) logiche di controllo e opportunità di emancipazione

Tra conoscenza e controllo sociale (spunti per una lettura critica) #cultura #devianza #etica

La società della conoscenza e la Politica debole… tra eguaglianza delle opportunità di partenza e nuovi diritti (non solo digitali)

La società interconnessa e…l’economia politica dell’insicurezza | #Rete #capitalismo #democrazia

Nella Rete: sapere riflessivo e sistemi ad alta interdipendenza…tra inclusione ed esclusione

La CULTURA: “motore” del cambiamento…ma anche agente di democratizzazione e cittadinanza

The New Public Sphere and Citizenship: the Role of Communication in the Making of the Social Bond.

Libertà è responsabilità. Informare e comunicare: questione di formazione e consapevolezza

La “questione culturale” e il problema della responsabilità: il ruolo strategico di scuola e istruzione. In cerca di “teste ben fatte”

Associazionismo e volontariato: produttori di capitale sociale e indicatori di una cittadinanza attiva e partecipata. Il potere virtuoso delle reti sociali

Dentro la società interconnessa: rischi e opportunità della nuova complessità sociale

La comunicazione per la cittadinanza e il rischio di essere “sudditi” in democrazia.

 

Piero Dominici: viaggio in cinque tappe nel territorio dell’educazione

Abitare la complessità: tra riduzione e semplificazione

 

Di seguito ripropongo un contributo pubblicato nel 2014 e un altro del 1997

 

L’etica dell’informazione e della comunicazione: vecchie questioni per un nuovo ecosistema (2014)

James Foley (un pensiero affettuoso alla sua famiglia), brutalmente ucciso, è soltanto l’ultimo “caso”, in ordine di tempo, di un elenco tristemente lungo – che si aggiorna quotidianamente – legato a fatti/eventi violenti e/o disastrosi (si pensi alle guerre ed ai tragici conflitti in corso, alla cronaca nera, ai numerosi casi di disperazione spesso terminati con omicidi/suicidi, ai tanti casi di femminicidio, alle situazioni catastrofiche etc.) che, in nome del fondamentale diritto/dovere di cronaca, vengono sempre più affrontati e narrati inseguendo, non tanto la completezza e la veridicità dell’informazione, quanto le vecchie logiche (derive) della spettacolarizzazione e dello scoop a tutti i costi. Talvolta, cavalcando anche una certa morbosità di parte del pubblico che non si “accontenta” della notizia, ha bisogno di qualcosa in più (si pensi al successo di diverse trasmissioni che ricostruiscono, con meticolosità quasi maniacale, vicende legate a omicidi)…quel qualcosa in più che fa assomigliare la narrazione e la ricostruzione di questi stessi eventi a delle fiction o, peggio ancora, a dei reality show. L’informazione su temi cruciali – che meriterebbero ben altro approfondimento – diventa così spettacolo, intrattenimento condito da foto, immagini, video e (perfino) un linguaggio selezionati con cura e a dir poco criticabili. La Rete (che, lo ricordiamo, è “fatta” di persone) tende generalmente ad amplificare, a radicalizzare e a propagare processi, dinamiche ed effetti generatisi all’interno dell’ecosistema mediatico; anche se bisogna dire che, in qualche caso, molti “navigatori digitali” hanno tentato di fermare la condivisione di materiali poco rispettosi della dignità umana e poco attenti alle tutele dei diritti previste non soltanto nei codici deontologici.

E così accade, puntualmente, che si torni a parlare di controllo e di censura e la disputa apocalittici/integrati continui – e con toni ancor più accesi se riguarda la Rete e i social networks – anche se con altre etichette più alla moda. Ma, a mio avviso, la censura non è mai la soluzione (anche se alcune volte può apparire inevitabile) o, per meglio dire, è sempre una “soluzione” che risponde ad una logica d’emergenza e di breve periodo…occorre tornare a lavorare con determinazione sulla formazione e sulla consapevolezza di chi informa e di chi comunica (facendo attenzione a non confondere strumenti e contenuti, mezzi e fini, connessione e comunicazione), soprattutto in considerazione del fatto che, spesso, vengono preparati e formati (magari anche bene) “tecnici” dell’informazione e della comunicazione. Comunicazione e informazione sono, al contrario, processi complessi che richiedono preparazione, competenze ed una rinnovata sensibilità etica: la libertà – come scritto anche in passato – implica responsabilità (e impegno) da parte degli attori protagonisti del processo comunicativo.

D’altra parte, si è discusso molto in questi anni – e, recentemente, la copertura e la tematizzazione dell’argomento sono aumentate ancora – di etica dell’informazione e della comunicazione, di etica della/nella politica…peraltro, con una grande questione aperta che è quella della coerenza dei comportamenti…sia in politica che nel mondo dell’informazione; talvolta, con argomentazioni un po’ datate e, soprattutto, già utilizzate in passato che però appaiono originali e innovative soltanto perché enfatizzate dal sistema dei media e, oggi, (soprattutto) dalla Rete e dai social networks. Tuttavia, manca tuttora un approccio critico alla complessità e si tende a ragionare molto per slogan, etichette, fazioni etc. Già alla metà degli anni Novanta, con riferimento all’avvento di Internet, avevo parlato di trasformazione antropologica e di nuovo ecosistema (1995-1996), dell’urgenza di un’etica per la Rete…allo stesso modo, si discuteva molto di cittadinanza, di digital divide; di regole e diritti per la società dell’informazione (con una letteratura scientifica vastissima, costituita da autorevoli studiosi spesso riutilizzati dai contemporanei, che li “recuperano” senza neanche citarli…ma questa è un’altra questione su cui tornerò in seguito). Ho deciso, in tal senso, di riproporvi un vecchio articolo, pubblicato nel 1997 (che alcun* forse avranno già letto e, se così fosse, me ne scuso in anticipo), che condivido con piacere per ragionare insieme, dal momento che mi sembra, nonostante il tempo trascorso, in grado di abbracciare le questioni di cui discutiamo attualmente a proposito di etica dell’informazione e di “società delle reti”.

#CitaregliAutori

 

L’etica ed il giornalismo: dai diritti-doveri alle responsabilità (1997)

di Piero Dominici

 

La necessità di una riflessione sull’etica si avverte in modo ancor più urgente nel mondo della carta stampata e del giornalismo radiotelevisivo, settori nevralgici per la vita dei moderni sistemi democratici. In un momento storico in cui le spinte globalizzanti sono divenute inarrestabili (si parla di globalizzazione dell’economia, della cultura e delle informazioni) ed in cui l’“universo” degli eventi notiziabili è in mano a poche grandi agenzie di stampa internazionali, non si capisce perché non si debba provare a riflettere sulla possibilità di formulare alcuni principi etici condivisi che abbiano una prospettiva universale. Occorre ribadire con forza che non servono ulteriori regole scritte ed imposte “dall’alto” – regole che, peraltro, costituiscono in alcuni casi delle restrizioni della libertà di informare ed essere informati e che troppo spesso finiscono con l’essere violate – , bensì principi discussi e accettati soltanto dopo un confronto dialettico tra i soggetti protagonisti. Oggi peraltro, grazie alle nuove tecnologie informatiche, tutti gli attori sociali – e non soltanto i giornalisti o i cosiddetti media-men – ed i gruppi sono potenziali produttori di notizie (e non più soltanto “semplici” consumatori). E ciò sta modificando assetti e gerarchie. A tal proposito, si fa sempre più complicato – per non dire, in molti casi, praticamente impossibile – il controllo dell’attendibilità delle fonti. Sono dunque sufficienti i vecchi codici deontologici ad abbracciare le attuali modalità della prassi comunicativa e la complessità delle nuove sfere di produzione simbolica? Evidentemente la risposta è negativa: le “vecchie” deontologie ed i “vecchi” codici, nati come tentativo di rendere scientifici (“esatti”, “positivi”) alcuni principi morali (ideali) considerati fondamentali, sembrano essere entrati in crisi. Detto in termini più espliciti, il tentativo di fare della morale una scienza “esatta” pare destinato al fallimento. E non è un caso che, sia nell’importante Risoluzione n°1003, adottata dal Consiglio d’Europa (1 luglio 1993) e relativa all’etica del giornalismo, che nella Carta dei doveri del giornalista (firmata a Roma in data 8 luglio 1993) si faccia riferimento in più punti – per la prima volta e con particolare enfasi – al concetto fondamentale di responsabilità, indissolubilmente legato alla libertà degli individui. Nella Carta del 1993 si afferma infatti, in modo chiaro ed inequivocabile, che “La responsabilità dei giornalisti verso i cittadini prevale sempre nei confronti di qualsiasi altra” e che “Il rapporto di fiducia tra gli organi di informazione e i cittadini è la base di lavoro di ogni giornalista”. Tra l’altro, è proprio in quest’ottica che sono stati elaborati negli anni passati alcuni documenti di autodisciplina (Sole 24Ore nel 1987 e la Repubblica nel 1990). Con una maggiore coscienza della complessità delle problematiche in questione (comunicazione è processo complesso e non soltanto “tecnica”- o insieme di tecniche – per raggiungere un obiettivo) si inizia a prendere atto che è urgente una riflessione su alcuni principi etici fondanti; parlare soltanto di regole scritte (imposte), di diritti e doveri inviolabili non ha più senso o, per lo meno, i codici scritti vanno integrati lavorando a fondo sulla consapevolezza delle conseguenze che i processi informativi e comunicativi comportano e, quindi, sulla formazione dei “nuovi” giornalisti (e di coloro che, nei diversi settori, produrranno e si occuperanno di comunicazione).

Il giornalismo (e, più in generale, la comunicazione) ha avuto un ruolo decisivo nello sviluppo della vita democratica e nel processo di formazione di un’opinione pubblica informata (cittadinanza) e consapevole dei propri diritti e dei propri doveri (problema delle asimmetrie). La più volte riecheggiata “morte di Dio”, decretata dal pensiero del Novecento, la frammentazione ed il relativismo radicale dei mondi intersoggettivamente condivisi e dei valori, l’approfondimento e la specializzazione dei diversi campi del sapere sono ormai “dati di fatto” che non possono essere più ignorati, anche perché, oltre ad aver esaltato il valore superiore della tolleranza, hanno soprattutto messo in discussione – a tutti i livelli della conoscenza umana – il concetto di verità.

Questo “nostro” secolo ha decostruito ogni certezza ed ogni dogma: parlare di “verità” o, nel caso del giornalismo, di obiettività è divenuta un’operazione quanto mai difficile, per non dire audace; gli unici elementi che sembrano poter sopravvivere al relativismo delle scienze e delle esperienze sono appunto la comunicazione e l’informazione. Pertanto, le conoscenze, le verità e le esperienze hanno certamente il diritto di essere relative, ma ciò che sopravvive a questo diritto è il dovere della comunicazione e, quindi, dell’informare, favorendo l’accesso e la condivisione.

In particolare, la professione giornalistica si trova a dover fare i conti con diversi problemi: (a) i rapporti con il potere politico – che la Rete sta già ridisegnando – e con quello economico (pubblicità) (b) la concorrenza della televisione e la cosiddetta teledipendenza (c) l’avvento di Internet e delle nuove tecnologie informatiche (nuove “forme” di distribuzione della conoscenza, nel lungo periodo) (d) il sensazionalismo e la ricerca dello scoop a tutti i costi (e) la tutela degli individui e della loro privacy (legge 675/96).

A tal proposito, i recenti e tragici fatti di cronaca (si potrebbero fare molti esempi) hanno drammaticamente riproposto all’attenzione, non soltanto degli “addetti ai lavori” ma dell’opinione pubblica in genere, proprio le questioni centrali del rispetto della privacy e della dignità delle persone e, soprattutto, della tutela dei minori (si vedano, in particolare, la Carta di Treviso e la Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia).Tali questioni richiedono “nuove” responsabilità ed una consapevolezza maggiore della funzione assolta dai media all’interno dei sistemi sociali. Molte delle problematiche (etiche) ancora aperte del giornalismo ruotano proprio intorno alla questione a dir poco cruciale del diritto di cronaca. Le regole scritte e le relative sanzioni si sono dimostrate necessarie ma non sufficienti: in altre parole, il diritto di cronaca è un valore laicamente “sacro”, fondamentale per la vita dei sistemi democratici, ma l’esercizio di questo diritto deve essere responsabile, per poter essere concretamente libero. Non è possibile che, in nome di questo diritto inalienabile del giornalista (e/o del comunicatore), vengano sacrificati sull’altare dello scoop a tutti i costi il rispetto per la persona e, ancor di più, per il minore. Riferendosi ai numerosi casi di cronaca nera e giudiziaria, ciò dovrebbe valere, ad esempio, anche per gli stessi condannati: un limite, non imposto ma scelto consapevolmente, è necessario affinché l’informazione non diventi definitivamente spettacolo o, peggio ancora, fiction.

I rischi che si corrono, in questo tipo di analisi, sono essenzialmente due: (1) esaltare il relativismo assoluto, che finisce in ultima analisi, per negare anche se stesso (2) preservare un tipo di comunicazione (e di informazione) “neutra”, legata soltanto a regole di tipo tecnico-operativo, che svuoterebbe il significato stesso del comunicare e dell’informare.

La riflessione etica trova nella prassi del comunicare (e dell’informare) un universo di discorso quanto mai vasto ed è perciò chiamata ad un compito estremamente difficile: abbracciare la “nuova” complessità, costituita da modalità dell’agire del tutto originali ed innovative che si intrecciano con una fitta rete di diritti e di doveri. Il punto da cui si deve ripartire è il prendere atto che comunicazione e informazione rappresentano attualmente gli unici elementi in grado di unire una realtà problematicamente complessa. E nel far questo, è di fondamentale importanza non cadere nell’ambiguità della mancata distinzione tra regole tecniche e norme morali: cioè, il problema etico va affrontato evitando che le regole in senso tecnico possano essere confuse con le “regole” dell’etica della comunicazione.

 

(1997)

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Tra responsabilità e credibilità dell’informazione

(Febbraio 2016)

 

E, sempre a proposito di “derive”, di responsabilità e credibilità dell’informazione…

Continuiamo ad assistere alle preoccupanti derive del sistema dell’informazione, che non riguardano soltanto la spettacolarizzazione indiscriminata delle notizie. Notizie inventate, autentiche “bufale” che la Rete e i social alimentano fino a renderle “vere” (a forza di ripeterle e riprodurle…), descrizioni minuziose, soprattutto, dei fatti di violenza…ma anche ricerche e dati non attendibili con note metodologiche parziali o inesistenti; inchieste costruite a tavolino, per non parlare di video e foto “choc” (così vengono sempre definiti) che devono emozionare i destinatari, giocando sulla loro (nostra) emotività e sulla mancanza di approfondimento (si pensi p.e. alla tragedia dei migranti); casi sempre più frequenti in cui, in nome del diritto/dovere di cronaca, si “allegano” immagini di violenze (anche efferate) di tutti i generi, ne leggiamo/vediamo/ascoltiamo di tutti i colori: non mancano risse (in qualsiasi contesto, meglio se in famiglia), rapine (possibilmente con sparatoria…altrimenti funziona meno), arresti in diretta, violenza (efferata), torture, decapitazioni, esecuzioni (ricorderete anche i “prigionieri annegati in gabbia”), persone bruciate vive, morti violente; perfino le immagini di persone decedute nel corso di incidenti stradali vengono mostrate…soprattutto se c’è del sangue…soprattutto se si può vedere il corpo, magari anche una mano può bastare. Il tutto accompagnato da testi e descrizioni con un linguaggio pertinente e assolutamente funzionale alla spettacolarizzazione. La morte e la violenza fanno spettacolo da sempre (la malattia no…), non ci sono limiti, occorre mostrare tutto perché soltanto così tutto è più “vero” e “reale” (?), non preoccupandosi minimamente neanche dei parenti dei protagonisti coinvolti nelle situazioni. Se ne discuteva vent’anni fa e mi fa davvero una certa impressione constatare questa evoluzione interrotta, oltre che preoccupante: già allora si diceva che il problema era di competenze ‘tecniche’ e di conoscenza dei “mezzi” (condizioni necessarie ma non sufficienti), già allora si affermava che nuovi codici deontologici e professionali avrebbero risolto le criticità. Non è andata proprio così e lo possiamo verificare ogni giorno. Codici deontologici e professionali sono una garanzia importante di un’autonomia che, tuttavia, non si traduce in responsabilità. In ogni caso, dietro queste logiche, la convinzione (forse) di accontentare dei pubblici ormai assuefatti (logiche del marketing e non dell’informazione/comunicazione), che cercano, anche morbosamente, di vedere, spiare, assistere a qualcosa che non è spettacolo, non è fiction ma è drammaticamente “reale”. In fondo, le stesse logiche di certi programmi televisivi – al di là di tante chiacchere, la TV è ancora il medium centrale nelle diete informative e multimediali – che “per amore della verità” (?) indagano su crimini e delitti costruendo racconti e narrazioni che diventano puntate di una serie infinita di reality show o di romanzi horror, che affascinano il grande pubblico, da parte sua sempre pronto a portare la discussione sui social. Tutto questo – dicevo – all’insegna di un’informazione (?) che deve emozionare coinvolgere ma fino ad un certo punto …contano le “spezie” (Popper). Le stesse pagine on line della grande stampa e, più in generale, delle più importanti testate giornalistiche non resistono alla tentazione di raccontare questi “fatti” spettacolarizzando e rendendo disponibili immagini, anche inquietanti (molto di moda anche gli episodi di autolesionismo e di “giochi” pericolosi), che nulla (nulla!) hanno a che fare con la COMPLETEZZA dell’INFORMAZIONE. Dicevo…Sono trascorsi vent’anni (parlo per il sottoscritto) e siamo al punto di partenza…l’unico espediente adottato (e non sempre) è quello di avvisare il lettore/spettatore che foto e video potrebbero urtare la sua sensibilità così – come dire – “ci si salva la coscienza” e ci si mostra “responsabili”. Nel frattempo, questo tipo di testi, puntualmente, diventano “virali” e, in un certo senso, ci si vanta di questo risultato (numero di like, di cuoricini e di condivisioni) quasi come si fosse realizzata un’inchiesta importante. Dunque, la solita ricerca incessante della spettacolarizzazione e di un’informazione “emotiva” che, non solo non approfondisce, ma si pone come obiettivo quello di intrattenere più che informare. Tutto va bene e funziona nel grande “circo mediatico” e nella cd. infosfera (ho sempre preferito, per tante ragioni, il concetto di ecosistema globale dell’informazione e della comunicazione), purché faccia ascolti e raccolga pubblicità. Un circo mediatico – lo ribadisco – segnato da logiche di marketing che hanno portato alla completa rimozione della centralità e della dignità delle Persone. Questioni di consapevolezza, questioni di libertà e responsabilità nell’informare e nel comunicare che non riguardano il livello delle competenze tecniche.

 

L’innovazione sofferta: le derive dell’informazione, la rivoluzione digitale e i rischi di non cogliere un’opportunità

(Febbraio 2016)

Prendo spunto da un vecchio post per condividere alcuni ragionamenti riguardanti le (storiche) derive mediatiche e dell’informazione che, a mio parere, sono alla base della più volte richiamata crisi del giornalismo e del sistema dell’informazione: “derive” – venivano chiamate così già negli anni Novanta – che non si sono mai arrestate, anzi la civiltà digitale – individuata da molti come “causa” principale di questa crisi – le ha rese più evidenti che in passato, traducendole in “forme” nuove e radicalizzandone gli effetti. Tuttavia, prima di tutto, vanno fatte alcune premesse che, per chiarezza espositiva, articolerò per punti:

 

– si tratta di dinamiche e di logiche che non nascono con il digitale (o con il web, in tutte le sue versioni) e che caratterizzano, in maniera sistematica e continuativa, la sfera pubblica, il sistema dell’informazione e quello dei media fin dall’avvento della “vecchia” società di massa;

– la cd. rivoluzione digitale continua a rappresentare, nonostante le numerose criticità, una straordinaria opportunità di innovazione e sviluppo finora non colta nella sua pienezza, non soltanto per l’incapacità della politica e delle classi dirigenti (più che di incapacità, ritengo si tratti di interessi particolari che prevalgono, comunque e sempre, su quello generale e sul Bene Comune) e l’assenza di politiche (lungo periodo); ma anche, e soprattutto, per un ritardo culturale, a livello di sistemi sociali e di organizzazioni, che viene da lontano (strategico il ruolo di scuola e università);

– come tutte le fasi storiche di mutamento, la cd. rivoluzione digitale determina una crisi di controllo – su cui siamo tornati molte volte – in grado di destabilizzare i sistemi sociali e organizzativi (testate giornalistiche e media compresi) con le relative culture (logiche di potere, processi decisionali e conoscitivi etc.): ciò crea le condizioni ideali per un’innovazione che, per tante ragioni e per le questioni qui soltanto accennate, non riesce ad essere profonda, vale a dire “sociale” e “culturale”;

– si sono affermate nuove modalità interattive e nuovi ambienti di diffusione e condivisione(?) delle informazioni che spesso trovano poco consapevoli e impreparati gli attori individuali e collettivi. La dicotomia è sempre la stessa: controllo vs. cooperazionenonostante qualcuno si affretti a trovare neologismi o parole ad effetto per denominare anche categorie che sono preesistenti al digitale: potere, controllo, sorveglianza, asimmetrie, inclusione, esclusione, diritti, bene comune, cittadinanza, democrazia, relazione, libertà, responsabilità etc.;

– si continua a fare confusione – una confusione riconducibile a quella, apparentemente banale e scontata ma essenziale, tra comunicazione e mezzi di comunicazione e tra informazione e mezzi di informazione – rispetto a quelle che vengono individuate come le vere cause di questa “famosa” crisi dell’informazione, in particolare del giornalismo ma anche delle professioni della comunicazione; in realtà, ci troviamo di fronte, ad una fase di evoluzione complessa*, con accelerazioni inattese e improvvise che trovano spesso culture organizzative non adeguate a metabolizzare il cambiamento, a gestirlo per non esserne gestiti;

Accade così che la civiltà digitale, l’avvento di Internet, i social media e, più in generale, le architetture del nuovo ecosistema (1996), vengano (non da oggi) viste soprattutto come un rischio, quasi un pericolo, e riconosciute come le “cause” di questa condizione di instabilità e (apparente) precarietà dei sistemi; non considerando, invece, con la dovuta attenzione (a) la crisi – questa sì, profonda e radicale – delle tradizionali istituzioni formative e agenzie di socializzazione; (b) la continua perdita di credibilità e autorevolezza dello stesso sistema dell’informazione e della comunicazione, dovuta proprio a certe “derive”; (c) la questione dell’inadeguatezza/incompletezza delle conoscenze e delle competenze necessarie per comprendere/affrontare questa ipercomplessità.

Continua, in tal senso, il dibattito tra chi fa anche classifiche per stabilire se siano più importanti le cosiddette hard skills piuttosto che le soft skills, non comprendendo quanto sia a dir poco strategica l’integrazione delle prime con le seconde! Errori (anche) di prospettiva che peseranno ancora per molto tempo.

Insomma, formazione continua, consapevolezza, responsabilità: queste le parole-chiave da cui ripartire anche per definire i profili professionali di chi opera in ambienti così strategici per la vita dei sistemi sociali e delle moderne democrazie.  

 

Di seguito ripropongo alcuni contributi pubblicati nel 2014.

#CitaregliAutori

 

Libertà è responsabilità. Informare e comunicare: questione di formazione e consapevolezza (maggio 2014)

 Il processo da cui il sé emerge è un processo sociale che implica l’interazione degli individui nel gruppo, implica la preesistenza del gruppo

George H.Mead

La morale concerne l’individuo nella sua singolarità. Il criterio del giusto e dell’ingiusto, la risposta alla domanda «cosa devo fare?» non dipende in sostanza dagli usi e costumi che io mi trovo a condividere con chi mi vive accanto, né da un comando di origine divina o umana – dipende solo da ciò che io decido di fare guardando a me stesso. In altre parole, io non posso fare certe cose, poiché facendole so che non potrei più vivere con me stesso

Hannah Arendt

“…in seguito a determinati sviluppi del nostro potere, si è trasformata la natura dell’agire umano, e poiché l’etica ha a che fare con l’agire, ne deduco che il mutamento nella natura dell’agire umano esige anche un mutamento nell’etica”

Han Jonas

“Nell’era elettrica indossiamo l’intera umanità come pelle.”

Marshall McLuhan

 

La comunicazione etica fondata su principi razionali acquisiti in maniera intersoggettiva e finalizzata alla conoscenza condivisa, può avere un ruolo davvero importante a molteplici livelli di criticità: nella rinascita di un Umanesimo (molto interessante, per le tante implicazioni, anche il concetto di generatività, proposto da Erik Erikson nel 1950, ripreso e sviluppato in diversi ambiti disciplinari, con particolare originalità nel lavoro di M.Magatti e C.Giaccardi “Generativi di tutto il mondo unitevi”) che rimetta – come in un post precedente – la Persona al centro.

Un Umanesimo garante dei fondamentali diritti di cittadinanza globale (2005) nella effettiva realizzazione di una politica interna mondiale che, seppur con modalità estremamente criticabili, i vecchi stati-nazione iniziano a perseguire; nella decisiva promozione, a livello globale, di strategie finalizzate a realizzare quella “società della conoscenza diffusa” che, nel lungo periodo, potrebbe costituire – in un’epoca nella quale le informazioni, le conoscenze e l’accesso ad esse rappresentano le fonti di ricchezza e di potere più importanti – una risorsa inesauribile per la riduzione delle disuguaglianze mondiali e per la questione cruciale dei diritti umani e di cittadinanza.

Ad un livello “micro”, non meno importante, i presupposti della comunicazione etica e sociale e del modello della condivisione della conoscenza potrebbero definitivamente determinare un salto di qualità senza precedenti nelle prassi organizzative (interne ed esterne) degli stati-nazione, delle pubbliche amministrazioni e delle imprese, soprattutto in un sistema produttivo che, a livello globale, si configura sempre più come una società dei servizi che gestisce essenzialmente informazioni e conoscenza; un modello destinato a sostituire progressivamente (nel lungo periodo) il modello competitivo, chiuso e rigidamente gerarchico, con un modello cooperativo, realmente inclusivo e aperto al “sapere condiviso” (2003).

Nel portare avanti questo “progetto”, legato ad un’etica del discorso – basata su presupposti logico-argomentativi non stabiliti a priori – che ricerca l’eguaglianza e la responsabilità degli attori coinvolti nell’atto comunicativo, è necessario confrontarsi con i percorsi del pensiero, non soltanto etico, del Novecento, portatore del valore del relativismo (e del valore statistico e probabilistico delle conoscenze) e della sostanziale e universale – per dirla con Wittgenstein – eterogeneità dei giochi linguistici e delle forme di vita.

L’atto linguistico permette di creare una “relazione intersoggettiva”, in quanto chi lo produce crea contemporaneamente una relazione sempre riferita ad un sistema di regole: ecco perché possiamo affermare che la comunicazione è, in tal senso, alla base del contratto sociale. Il concetto di “intersoggettività” costituisce l’elemento fondante l’identità individuale e gli stessi principi etici, comunque autonomamente selezionati, si originano all’interno di dinamiche discorsive e, più in generale, comunicative razionalmente fondate e orientate verso un’intesa che non può essere imposta.

(Da qui in poi ho voluto riproporre alcune parti di un articolo pubblicato nel 2007…e mi scuso con chi mi legge…spesso torno su questi temi ma l’etica e la responsabilità (libertà) – insieme alla questione della condivisone – sono un fuoco dentro di me…un fuoco che non mi consuma, al contrario, mi dà forza. Le cose che scriviamo sono parte di noi e desidero condividerle con tutte/i VOI… Grazie per il vostro tempo, sempre!)

Ancora una volta, ci si chiede: sono in grado i codici deontologici di intercettare le attuali modalità della prassi comunicativa e la complessità delle nuove sfere di produzione simbolica? Evidentemente la risposta è negativa: le vecchie deontologie ed i vecchi codici, nati come tentativo di rendere scientifici (“esatti”, “positivi”) alcuni principi morali (ideali) considerati fondamentali, hanno mostrato – pur essendo necessari – tutta la loro debolezza alla prova dei fatti, entrando in crisi. É in questa prospettiva che vengono pensate e redatte sia la Risoluzione n°1003, adottata dal Consiglio d’Europa (1 luglio 1993) e relativa all’etica del giornalismo, che la Carta dei doveri del giornalista (firmata a Roma in data 8 luglio 1993): due documenti fondamentali – di cui abbiamo parlato in un precedente post – che fanno riferimento in più punti – per la prima volta e con particolare enfasi – al concetto fondamentale di responsabilità, che – lo ribadiamo – è indissolubilmente legato alla libertà degli individui. (LIBERTÀ=RESPONSABILITÀ)

Ma – inutile nasconderlo – il tema è particolarmente delicato e scottante: i giornalisti, infatti, ogni volta che si affronta il tema cruciale del diritto/dovere di cronaca (di informare e comunicare, aggiungiamo noi) e magari di un suo utilizzo più responsabile, intravedono da subito in questa operazione un possibile tentativo di limitare la libertà di informare (diritto di informare ed essere informati) o, addirittura, quella di manifestare il proprio pensiero (come noto, diritto fondamentale garantito dall’Art.21 della Costituzione italiana). Anche se, con una maggiore coscienza della complessità delle problematiche in questione, si inizia a prendere atto che è urgente una riflessione su alcuni principi etici fondanti; parlare soltanto di regole scritte (imposte), di diritti e doveri inviolabili non ha più senso o per lo meno, i codici scritti vanno integrati lavorando a fondo sulla consapevolezza delle conseguenze che i processi informativi e comunicativi comportano (e quindi, sulla formazione dei “nuovi” giornalisti). Si avverte l’esistenza di un vuoto etico (cfr. H. Jonas (1979), Il principio responsabilità) che va necessariamente colmato con “nuove” responsabilità e con una rinnovata consapevolezza del potere e delle funzioni assolte dall’informazione, dalla Rete e dall’ecosistema comunicativo in genere, all’interno dei sistemi sociali. Molte delle problematiche (etiche) ancora aperte del giornalismo – al di là di vecchi e nuovi media (distinzione ormai completamente saltata, possiamo parlare di “sistema ibrido” – altro concetto ripreso successivamente da altri studiosi), ruotano proprio intorno alla questione del diritto/dovere di cronaca. Non è possibile che, in nome di questo diritto inalienabile del giornalista, vengano sacrificati sull’altare della “completezza dell’informazione” (principio giustamente considerato essenziale) e/o, nel peggiore dei casi, del sensazionalismo a tutti i costi, il rispetto per la “persona” e la tutela dei suoi diritti.

Analizzando i testi dei principali codici deontologici, oltre ad apprezzare la loro (apparente) esaustività e la loro chiarezza si può appurare come, in tutti gli articoli che trattano le questioni più delicate inerenti la tutela delle persone, vengano utilizzate delle specifiche “formule” che, forse, oltre a deresponsabilizzare un po’ il giornalista nella produzione dei contenuti informativi, mettono seriamente in discussione i giusti presupposti su cui si basano quegli stessi articoli e lo spirito di fondo che anima i codici deontologici. Le “formule” più ricorrenti sono le seguenti: “…a meno che non prevalgano preminenti motivi di interesse sociale”; “…salvo i casi di particolare rilevanza sociale” o quelli di “rilevante interesse pubblico”; in altri articoli si afferma chiaramente che, in primo luogo, occorre salvaguardare la “completezza dell’informazione” o la sua “essenzialità”; e così via, perché se ne potrebbero citare altre.

Possiamo citare come esempio di ambiguità un passo di fondamentale importanza proprio della Carta dei Doveri del 1993. Nella parte dedicata ai “Doveri”, in cui si fa chiaramente riferimento al principio di “responsabilità”, si afferma quanto segue: “Il giornalista non può discriminare nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche. Il riferimento non discriminatorio, ingiurioso o denigratorio a queste caratteristiche della sfera privata delle persone è ammesso solo quando sia di rilevante interesse pubblico. Il giornalista rispetta il diritto alla riservatezza di ogni cittadino e non può pubblicare notizie sulla sua vita privata se non quando siano di chiaro e rilevante interesse pubblico e rende, comunque, sempre note la propria identità e professione quando raccoglie tali notizie. I nomi dei congiunti di persone coinvolte in casi di cronaca non vanno pubblicati a meno che ciò sia di rilevante interesse pubblico”. É evidente, in questo caso, l’ambiguità – per non dire la contraddittorietà – rispetto ai principi del “diritto alla riservatezza” e della tutela della “dignità” della “persona”, peraltro affermati a chiare lettere nello stesso documento. Sempre sulla “tutela della dignità delle persone”, possiamo citare alcune parti di articoli di un altro importante testo, il Codice deontologico approvato dall’Ordine il 3 agosto 1998 relativo al “trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica”, che nella loro chiarezza e (apparente) semplicità interpretativa, confermano questa ambiguità:

Art.5: Diritto all’informazione e dati personali

Nel raccogliere dati personali atti a rivelare origine razziale ed etnica, convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, opinioni politiche, adesioni a partiti, sindacati, associazioni o organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché dati atti a rivelare le condizioni di salute e la sfera sessuale, il giornalista garantisce il diritto all’informazione su fatti di interesse pubblico, nel rispetto dell’essenzialità dell’informazione, evitando riferimenti a congiunti o ad altri soggetti non interessati ai fatti;

Art.6: Essenzialità dell’informazione

La divulgazione di notizie di rilevante interesse pubblico o sociale non contrasta con il rispetto della sfera privata quando l’informazione, anche dettagliata, sia indispensabile in ragione dell’originalità del fatto o della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della qualificazione dei protagonisti;

Art.8: Tutela della dignità delle persone

  1. Salva l’essenzialità dell’informazione, il giornalista non fornisce notizie o pubblica immagini o fotografie di soggetti coinvolti in fatti di cronaca lesive della dignità della persona, né si sofferma su dettagli di violenza, a meno che ravvisi la rilevanza sociale della notizia o dell’immagine;
  2. Salvo rilevanti motivi di interesse pubblico o comprovati fini di giustizia e di polizia, il giornalista non riprende né produce immagini e foto di persone in stato di detenzione senza il consenso dell’interessato;
  3. Le persone non possono essere presentate con ferri o manette ai polsi, salvo che ciò sia necessario per segnalare abusi.

Art.9: Tutela del diritto alla non discriminazione

  1. Nell’esercitare il diritto-dovere di cronaca, il giornalista è tenuto a rispettare il diritto della persona alla non discriminazione per razza, religione, opinioni politiche, sesso, condizioni personali, fisiche o mentali.

 

Questi sono soltanto alcuni degli esempi che si potrebbero fare per sottolineare la completezza ma anche la dimensione, per certi versi, paradossale dei codici deontologici. Ecco perché, ancora una volta, la questione è culturale e riguarda la libertà, la formazione (competenze non solo tecniche) e l’aggiornamento continuo di chi informa/comunica. Che proprio perché “libero di informare/comunicare” non può non essere responsabile, dal momento che, nonostante i processi di “disintermediazione”, è ancora in grado di esercitare un potere importante sulle opinioni pubbliche (variabile decisiva dei regimi democratici), contribuendo ai processi di rappresentazione e costruzione sociale della realtà, anche attraverso un tipo di informazione/comunicazione apparentemente “neutra” (valori/notizia, enfasi/omissione di notizie, collocazione, ampiezza, linguaggio dei contenuti, utilizzo delle immagini etc.): dinamiche ed effetti sempre più evidenti che sono state ulteriormente radicalizzati dalla Società della Rete.

Con la responsabilità più importante, quella di sempre: formare la coscienza critica dei cittadini, rendendoli soggetti attivi di una sfera pubblica autonoma dalla politica (1995, 1998 e sgg.).

Possiamo concludere affermando che quello dell’etica e delle deontologie è un terreno scivoloso e sconnesso che non si presta in alcun modo a ricette o soluzioni valide una volta per tutte; ma ciò non deve impedire la ricerca di un innalzamento qualitativo del livello di consapevolezza, rispetto alla complessità e alla criticità della prassi informativa e comunicativa, che richiede urgentemente una formazione di più ampio respiro, con un’ottica globale, anche nella semplice descrizione dei fenomeni o nella cronaca degli eventi/notizia. Ciò implica la consapevolezza, in primo luogo, che esiste il rischio concreto di confondere le regole in senso tecnico con le regole in senso etico dell’informare e del comunicare (1996); questa ambiguità risulta ancora più marcata nel momento in cui l’innovazione tecnologica tende a condizionare sempre di più la produzione e l’elaborazione di informazioni e conoscenze.

In altri termini, un’informazione e una comunicazione più responsabili e attente all’approfondimento, a non favorire la proliferazione di stereotipi e pregiudizi non passa – evidentemente – attraverso l’individuazione di nuove forme di censura o magari “patenti” (vecchia idea del liberale Popper) da assegnare a comunicatori e giornalisti “corretti” (non scomodi?); si tratterebbe di false, nonché fuorvianti, soluzioni al problema che andrebbero, peraltro, a configurarsi come un preoccupante ridimensionamento delle libertà di informare/essere informati e di comunicare.

Non esistono – a nostro avviso – altre vie di uscita o scorciatoie: il nodo cruciale – lo ribadiamo con forza – è la formazione rigorosa e multidisciplinare (con prospettiva sistemica e legata alla complessità) che deve andare ad integrare le tradizionali competenze tecniche e tecnico-linguistiche già in possesso degli addetti ai lavori: comunicatori, giornalisti, blogger, opinion leaders e opinion makers.

Mi piace ricordare la frase di uno scrittore che porto sempre con me…

“I DOVERI DI UN UOMO SI MOLTIPLICANO VIA VIA CHE AUMENTA LA SUA CONOSCENZA”.

 

Abbiamo bisogno di consapevolezza, di un approccio sistemico alla complessità, di #PensieroCritico (vero, non simulato) e aggiungo…di NON ESSERE INDIFFERENTI!

 

Per una comunicazione responsabile: la funzione del linguaggio tra arbitrarietà e ambiguità (maggio 2014)

La realtà in cui viviamo e agiamo è una realtà che tendiamo a percepire come “naturale”, così come spesso identifichiamo come “naturali” processi che, al contrario, sono “culturali” e che scaturiscono da complesse dinamiche di produzione sociale dei codici e dei simboli condivisi. Possiamo senz’altro affermare che questa realtà empirica è la risultante di un processo di semiosi illimitata in cui questa viene totalmente e completamente “etichettata”: in altri termini, il mondo intorno a noi viene ricoperto di etichette cariche di significato che di fatto attivano continui ed incessanti processi interpretativi anche in assenza di un interlocutore. Potremmo dire, richiamando una famosa metafora di Baudelaire, di trovarci proiettati, quasi gettati, all’interno di un’immensa “foresta di simboli” nella quale la decodifica (interpretazione) dei significati semplici e complessi, manifesti e latenti, è operazione tutt’altro che scontata.

Quando tentiamo di interpretare un comportamento, una situazione, un’immagine o un testo di qualsiasi genere, forse non siamo mai sufficientemente consapevoli delle numerose implicazioni e passaggi (logici, cognitivi, semantici e sociali) che questa operazione comporta. Sembra diventare un processo quasi istintivo che, tuttavia, segue modalità pre-codificate all’interno dei modelli culturali egemoni. Ciò avviene già ad un primo livello di base in cui le parole e i concetti, nel dare un “nome” agli oggetti ed ai processi, ne rendono possibile la definizione in loro assenza. Gli enunciati, invece, svolgono la funzione di mettere in relazione tali denominazioni, creando tra queste delle connessioni che accrescono la complessità interpretativa: infatti, le parole non possono essere pensate e decodificate che all’interno delle frasi, dei testi e delle situazioni concrete in cui vengono utilizzate. Pertanto, non è possibile pensare di isolare e decontestualizzare le parole e i termini al fine di individuarne un’interpretazione più corretta e/o dimensioni semantiche più convincenti. Allo stesso modo, dobbiamo essere consapevoli che, nel momento in cui si condivide un codice linguistico, qualsiasi parola, qualsiasi significato della parola costituisce di fatto un “prodotto sociale”. Viceversa, il significato testuale tende a configurarsi come preciso e concreto, anche se definito all’interno del sistema di regole e valori condiviso in un contesto storico-sociale. Altro aspetto importante riguarda il diverso valore informativo contenuto in ogni enunciato: cioè il rapporto tra parola e oggetto “etichettato” (denominato) non esaurisce mai la questione fondamentale del suo significato. Inoltre, le singole parole non hanno soltanto un rapporto di denotazione (denominazione) o riferimento con gli oggetti che designano, esse in maniera molto più articolata esprimono un senso. Conseguentemente, alla luce di quanto esposto, anche se in maniera sintetica, possiamo ora richiamare le funzioni vitali assolte dal linguaggio e dalla comunicazione all’interno delle organizzazioni e dei sistemi sociali:

  • riduzione della complessità;
  • gestione dell’incertezza/rischio;
  • mediazione del conflitto.

Linguaggio e comunicazione, permettendo la condivisione delle risorse informative e conoscitive, rappresentano il vero valore aggiunto dell’azione sociale che si caratterizza essenzialmente come un problema di conoscenza e di gestione delle informazioni.

Per poter arrivare a riflettere ed analizzare il tema dell’etica dell’informazione e della comunicazione è assolutamente necessario, per non dire propedeutico, tentare di chiarire prima alcune questioni riguardanti il rapporto tra linguaggio e realtà e, in secondo luogo, le funzioni che linguaggio e comunicazione assolvono all’interno dei sistemi sociali. Evidentemente, nel far questo, si è costretti ad individuare e definire alcuni percorsi teorici piuttosto articolati ma convincenti nel supportare le nostre argomentazioni che, peraltro, non possono non basarsi su una presa di posizione che intendiamo assumere in questa sede rispetto alle questioni etiche e deontologiche. Sono questioni strettamente correlate a quelli che possiamo definire sistemi di orientamento valoriale. Per entrare nel merito dell’analisi, è possibile sostanziare da subito tali questioni, ponendoci dei quesiti che – teniamo a precisare – non vogliono rappresentare, e di fatto non rappresentano, la semplice riformulazione delle ben note aporìe dell’etica della comunicazione e, più in generale, degli studi su linguaggio e comunicazione. Altrimenti, la nostra analisi rischierebbe di rimanere ancorata ad un piano puramente descrittivo, legato inevitabilmente soltanto ad una (presunta) correttezza tecnica e formale. Si tratta di domande le cui risposte si potrebbero rivelare (ci torneremo prossimamente), a nostro avviso, oltre che funzionali, assolutamente fondamentali per il tipo di lettura critica che vogliamo proporre.

 

  • È il linguaggio che prende forma a partire dagli oggetti a cui si riferisce oppure è il linguaggio a far esistere i propri oggetti, definendoli e rendendoli “argomenti del sapere”?
  • Qual è il rapporto tra linguaggio, parole e oggetti denominati?
  • E a seguire: qual è la relazione tra parole, oggetti e significati?
  • Quali sono le funzioni essenziali che assolvono il linguaggio e la comunicazione all’interno dei gruppi e dei sistemi sociali?
  • È possibile, alla luce di una natura intrinsecamente complessa e sfaccettata, arrivare alla definizione di un linguaggio e di una comunicazione “neutri” ed equidistanti, assolutamente “oggettivi” e in grado di preservare i principi della correttezza, dell’obiettività e della responsabilità?
  • Quali sono, in tal senso, il ruolo e le funzioni che concretamente assolvono i codici deontologici (etiche dell’intenzione)?
  • E quale può essere il contributo (valore aggiunto) della prospettiva etica e, in particolare, dell’etica della responsabilità?
  • Ed ancora: è possibile trovare un accordo sulle dimensioni non soltanto semantiche ma pragmatiche del comunicare?
  • E per ultima, ma non meno importante: esiste una correlazione – noi ne siamo convinti – tra formazione/possesso delle competenze/aggiornamento continuo e il comunicare in maniera eticamente responsabile?

Di conseguenza, non è certamente impresa semplice ragionare sulla complessità dell’informare e del comunicare partendo da un tipo di analisi che, in prima istanza, ha proprio l’obiettivo di ridurre tale complessità, fornendo anche alcune indicazioni operative per un esercizio più professionale e concretamente responsabile dell’attività informativa e comunicativa. Si tratta, in fondo, di individuare i confini di quella comunicazione in grado di emanciparci che non può che fondarsi su presupposti etici (intersoggettività, pariteticità dei soggetti e condivisione della conoscenza ->competenze non solo “tecniche”- accesso e possibilità di elaborare conoscenze/informazioni) e che deve necessariamente essere distinta da quella che Apel definisce la comunicazione fondata sulla dissimulazione, orientata cioè verso una visione particolare e parziale della realtà.

I piani di discorso e i livelli di analisi da tenere insieme sono molteplici, così come molteplici sono gli approcci disciplinari che ci consentono di mantenere quella prospettiva sistemica necessaria proprio in virtù della natura sfuggente e ambigua di quegli “oggetti” che incidono in maniera così decisiva e profonda su tutti i processi di percezione (individuale e collettiva) e di costruzione/rappresentazione sociale del reale: linguaggio e comunicazione.

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La vita (e la comunicazione) ridotta a strategia…tra complessità e riduzionismi

La comunicazione, e la sua complessità, ridotta a regole e tecniche…

La vita (sociale, relazionale) ridotta a strategia…La vita, e non soltanto la comunicazione, ridotte alla capacità e all’abilità di gestire la nostra visibilità, di gestire una vita fatta di tanti piccoli “attimi” che, all’improvviso, possono diventare “eventi” ma anche “spaccati” di vissuti e di noi stessi e delle persone a noi care/vicine. Spesso proprio quelli che (soltanto ora) parlano/scrivono/si sono accorti dell’importanza di #educazione, #PensieroCritico, #complessità, #comunicazione e della centralità della #Persona, hanno ridotto proprio la relazione con l’Altro e la stessa comunicazione, a qualsiasi livello e in qualsiasi ambito, esclusivamente a #strategia (i “comportamenti” nei social sono davvero emblematici di ciò che avviene da sempre e ben evidenziano ciò che sostengo da anni), a #marketing, ad un insieme di #regole e linee guida che, di fatto, pur semplificando/agevolando/facilitando (almeno in apparenza), ne svuotano il senso complessivo e la complessità stessa. Un approccio (?) perfettamente calato, nel tempo, dentro i processi educativi e formativi. Da questo punto di vista, fate caso a come tutti, attualmente, parlino e scrivano di complessità salvo poi scegliere le tradizionali vie della semplificazione confusa con banalizzazione e la facilitazione che esclude invece di includere, per non parlare delle altrettanto tradizionali spiegazioni riduzionistiche e deterministiche. Come detto, un’impostazione ed una visione calate anche nei processi educativi e di costruzione della Persona: rendere tutto semplice/facile/banale e, possibilmente, trarre sempre il massimo “vantaggio” dalla relazione con l’Altro, cercare sempre l’utile, il ritorno, cercare sempre il vantaggio, partendo sempre dalla convinzione di essere dalla parte giusta.

Sempre a proposito di educazione, di “legame sociale”, di comunicazione e di cultura della comunicazione/complessità (e di riduzionismi vari), rinvio anche ad altri contributi e pubblicazioni:

  1. Tra Etica ed Etichetta: l’urgenza di una “nuova cultura della comunicazione”(1996).
  2. Oltre il potere delle parole (e degli slogan). L’educazione, l’innovazione, la democrazia
  3. L’Umano e l’Errore. Che ne è/sarà della libertà nella civiltà ipertecnologica?
  4. La Società Iperconnessa e Ipercomplessa e l’illusione della cittadinanza**
  5. La condivisione della conoscenza per una globalizzazione etica fondata sulla responsabilità (2000)
  6. Educare alla complessità…perché “Democrazia è complessità” (1995)
  7. Fake News and Post-Truths? The “real” issue is how democracy is faring lately
  8. Un’inclusione per pochi. La civiltà ipertecnologica verso la società dell’ignoranza? (1996)
  9. Di Pensiero critico (?) e di Educazione civica digitale. Di Reti e di innovatori
  10. Communication and Social Production of Knowledge. A ‘new contract’ for the ‘society of individuals’*(1)
  11. Educare alla libertà ed alla responsabilità per ripensare il modello di sviluppo
  12. Autenticità…smarrimento e comunicazione
  13. Il diritto alla filosofia per ripensare l’educazione, la cittadinanza e l’inclusione
  14. I rischi di un’innovazione tecnologica senza cultura** e l’illusione di una relazione meno asimmetrica con il potere
  15. Comunicazione, sfera pubblica e produzione sociale di conoscenza. Nuovi scenari per le organizzazioni complesse
  16. La comunicazione ridotta a marketing #PianoInclinato
  17. I rischi di un’ “innovazione esclusiva” e i germi del conformismo #PianoInclinato
  18. Il grande equivoco. Ripensare l’educazione (#digitale) per la Società Ipercomplessa
  19. Oltre i crolli, ricostruire…il legame sociale. Per contrastare la “cultura dell’irresponsabilità
  20. L’Umano, il tecnologico e gli ecosistemi interconnessi: la reclusione dei saperi e l’urgenza di educare e formare alla complessità
  21. Interdipendenza vs. frammentazione: la civiltà ipertecnologica, l’inclusione e le insidie di una partecipazione “simulata
  22. L’innovazione di un Paese è la sua cultura della responsabilità
  23. La condivisione dei saperi e l’utopia di un sistema-mondo meno asimmetrico
  24. Innovazione e domanda di consapevolezza: la filosofia come “dispositivo” di risposta alla ipercomplessità
  25. L’evoluzione complessa**: la civiltà tecnologica tra bisogno di sicurezza e solidarietà della paura**
  26. La Società interconnessa e il ritardo nella cultura della comunicazione.
  27. Comunicazione è organizzazione. “Fattore” tecnologico e fattore giuridico non bastano
  28. Comunicazione è complessità (percorsi di ricerca dal’95)
  29. ETICA e COMPLESSITÁ: tra ritrovata centralità e ricerca di un dialogo
  30. Le architetture complesse del nuovo ecosistema comunicativo
  31. Rimettere la Persona al centro. Cultura e civiltà della Rete

Ripeto ogni volta: il confine tra educazione/formazione e indottrinamento/persuasione/manipolazione è sempre più sottile. E, come ripeto da tempi non sospetti, c’è una questione profonda di “cultura della comunicazione”.

Dinamiche e processi sociali hanno nella loro varietà, nella pluralità ed eterogeneità, nell’imprevedibilità e nell’ambivalenza, la loro ricchezza e il senso più profondo. Ma quale dialogo (tutti ne parlano ma il dialogo è “roba” impegnativa e non pura convivialità), ma quale incontro/confronto/conflitto con l’Altro, ma quale relazione, ma quale “centralità della Persona” se, appunto, tutto è ridotto/ricondotto a strategia, obiettivi precisi e specifici, regole e schemi presentati come assoluti e universalmente validi, se tutto è ridotto esclusivamente al problema dell’efficacia, della visibilità, del convincere e/o, magari, strumentalizzare l’Altro (magari in maniera gentile e non arrogante…).

La vita e la comunicazione (complessità, relazione, mediazione del conflitto, esaltazione della contraddizione e del pluralismo à democrazia) con l’Altro, ancora una volta, ridotte a strategia, a tecnica/insieme di tecniche” della comunicazione e della persuasione…

L’Altro, ancora una volta, identificato con l’utilità e l’interesse. Questione culturale ed educativa e, forse, dovremmo smetterla di scaricare, come sempre, la responsabilità su media e social...Le questioni sono molto più profonde e complesse, nonostante ci rassicuri molto ricorrere a certe spiegazioni.

Tra le dimensioni della questione culturale ed educativa, si veda anche un contributo recente: “Le radici della pianta” (Il Sole 24 Ore). “Perché non ci sono soltanto le strutture, i sistemi e le logiche di sistema…ci sono anche, e soprattutto, le Persone e lo spazio (sistemico) educativo, comunicativo, relazionale…” (cit.)

Sullo sfondo dei temi e delle questioni toccate, si trova sempre quello che ho definito “l’errore degli errori”, la confusione tra “sistemi complicati” e “sistemi complessi”.

Sempre sulle questioni legate alla complessità, condivido saggio pubblicato per #Treccani:

Un approccio e percorsi di ricerca dal’95.

Di seguito, alcuni contributi divulgativi:

  1. http://www.vita.it/it/interview/2017/06/09/nella-societa-ipercomplessa-la-strategia-e-saltare-le-separazioni/119/ via Vita
  2. Un’inclusione per pochi. La civiltà ipertecnologica verso la “società dell’ignoranza?” (cit.) https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2018/03/08/uninclusione-per-pochi-la-civilta-ipertecnologica-verso-la-societa-dellignoranza-1996/ via Il Sole 24 Ore
  3. https://nextlearning.it/2017/11/02/prendersi-cura-le-due-culture/ via Next Learning
  4. https://gianfrancomarini.blogspot.com/2016/12/nel-labirinto-della-societa.html via #NextLearning
  5. Il “grande equivoco” (cit.) https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2016/12/08/il-grande-equivoco-ripensare-leducazione-digitale-per-la-societa-ipercomplessa/ via Il Sole 24 Ore
  6. https://www.huffingtonpost.it/2017/05/04/al-festival-della-complessita-la-lezione-di-piero-dominici-il_a_22069135/ via Huffington Post
  7. Ripensare l’educazione nella civiltà iperconnessa https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/ripensare-leducazione-nella-civilta-iperconnessa-cosa-significa/ via Agenda Digitale
  8. A proposito di “cultura della comunicazione”… https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2015/07/19/la-societa-interconnessa-e-il-ritardo-nella-cultura-della-comunicazione/
  9. La comunicazione ridotta a marketing #PianoInclinato https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2017/02/18/la-comunicazione-ridotta-a-marketing-pianoinclinato/

 

#Research #Education #Complexity #Educazione #Complessità #Cittadinanza #Democrazia

Importante cambi il clima culturale su certe questioni (vitali). Speriamo si scelgano anche altre direzioni e si pensi, finalmente, al “lungo periodo”. Lo dicono tutti, ora…lo dicono…come tutti si sono accorti della centralità strategica di istruzione, educazione, formazione, ricerca…speriamo bene…

Ripeto ogni volta: siamo sulle ben note “spalle dei giganti”, con problemi di vertigini e, tuttora, poco consapevoli della (iper)complessità del mutamento in atto e del “tipo” di scelte che questo richiede…

 

N.B. Condividete e riutilizzate pure i contenuti pubblicati ma, cortesemente, citate sempre gli Autori e le Fonti anche quando si usano categorie concettuali e relative definizioni operative. Condividiamo la conoscenza e le informazioni, ma proviamo ad interrompere il circuito non virtuoso e scorretto del “copia e incolla”, alimentato da coloro che sanno soltanto “usare” il lavoro altrui. Le citazioni si fanno, in primo luogo, per correttezza e, in secondo luogo, perché il nostro lavoro (la nostra produzione intellettuale) è sempre il risultato del lavoro di tante “persone” che, come NOI, studiano e fanno ricerca, aiutandoci anche ad essere creativi e originali, orientando le nostre ipotesi di lavoro.

I testi che condivido sono il frutto di lavoro (passione!) e ricerche e, come avrete notato, sono sempre ricchi di citazioni. Continuo a registrare, con rammarico e una certa perplessità, come tale modo di procedere, che dovrebbe caratterizzare tutta la produzione intellettuale (non soltanto quella scientifica e/o accademica), sia sempre meno praticata e frequente in molti Autori e studiosi.

Dico sempre: il valore della condivisione supera l’amarezza delle tante scorrettezze ricevute in questi anni. Nei contributi che propongo ci sono i concetti, gli studi, gli argomenti di ricerche che conduco da vent’anni: il valore della condivisione diviene anche un rischio, ma occorre essere coerenti con i valori in cui si crede.

Buona riflessione e buona ricerca!

 

Immagine: opera di Banksy

#CitaregliAutori